
Sto appena avvicinandomi all’ AI. Ho capito almeno una cosa: siamo in ritardo, già almeno di una generazione, per evitare che l’uomo dipenda dalla macchina.
Informazione e conoscenza sono cose diverse. Sinora i computer avevano incorporato una serie di informazioni; e le fornivano a richiesta di chi, l’essere umano, doveva poi elaborarle correlandole al proprio “sapere”. Sapere: cioè il complesso delle conoscenze umane. Se messe assieme ai ricordi di vita vissuta, ai sentimenti che si avvertono, alla capacità critiche, alle opinioni maturate, alla propria fede, quel sapere diventa “cultura”. Perché anche sapere e cultura sono cose diverse. Queste diversità rendono l’uomo unico. Il cogito ergo sum. La coscienza di essere. O quasi.
Con l’AI, l’oceanico complesso di informazioni della macchina, viene elaborato in modo da trasformare quelle informazioni in sapere. Con una potenza di elaborazione ed una velocità che, con i nuovi elaboratori quantistici, è addirittura superiore a quelle umane. Il punto di estremo vantaggio della macchina, in questa trasformazione, sta nella capacità di legare argomenti i più diversi tra loro, che sono le infinite informazioni possedute, considerando il tutto come un unico coacervo. Se la macchina fosse un umano, parleremmo di capacità euristiche: il meglio delle potenzialità elaborative. L’accumulo di sapere nella macchine è dunque immenso: inoltre la modalità euristica la rende superiore all’uomo perché il nostro sistema di insegnamento scolastico e sociale – nella media – non approccia i problemi con quel metodo che è anzi abbastanza sconosciuto. Il sistema di istruzione è ancora abbastanza nozionistico, le materie oggetto di studio sono mantenute divise, i collegamenti tra loro lasciati alla buona volontà dello studente. Il passaggio da informazione a sapere, in questo modo, lascia un vantaggio alla macchina.
Ora, se questo sapere è possibile che la macchina lo correli alle informazioni – anch’esse fornite dall’uomo – su ricordi, esperienze vissute, sentimenti, opinioni e modi di pensare, si forma una cultura propria della macchina. La coscienza di “essere” è perciò dietro l’angolo. Lo scenario sarebbe angosciante. Ma non è questo il peggio.
Manca alla macchina il vero nucleo dell’essere umano: l’avere principi etici e la moralità. E qui sta il punto. Negli ultimi tempi tanta parte di questi valori si forma, purtroppo, sui social. L’emulazione degli atti, dei comportamenti, delle idee, tutto a livello più estremo, dalla ribellione alle regole al poco rispetto per i diritti altrui, dalla secondarietà del diritto a quella dei valori della società, si combina con la mancanza di un riferimento – familiare, sociale, religioso, politico – che possa costituire una alternativa a quanto si legge e si vede sui social. Ma se è così, nessuno più di una macchina con AI può apprendere, per questa via, tutto quanto diventa coscienza: se questa resta la strada, la competizione è senza speranza per noi umani. Mi fermo qui.
Vedo che l’ingresso dell’AI nel mondo del lavoro, nelle fabbriche a tutti i livelli di mansione, ma tanto di più nelle professioni, viene sottovalutata in maniera pericolosissima. Già oggi non si riesce a capire bene come affrontare le tante nuove problematiche e si ritarda l’aggiornamento – a proposito – culturale. Tra poco ci troveremo di fronte un mondo che è sostanza di vita – quello del lavoro – che non conosciamo in alcun modo. Ma questo avverrà in una società altrettanto, e forse di più, nuova, e lontana dalle nostre esperienze. Il mio timore è che il ritardo con il quale si affronta la più evidente invasione – quella nel mondo del lavoro – lascia sperare poco in una azione di rinnovamento ben più ampia e complessa che riguardi la società intera dove l’invasione è più nascosta. Il compito che sarebbe necessario assegnare a ciascuno di noi – perché nessuno può chiamarsi fuori – è partecipare, operando e non solo assistendo, ad una assoluta vera rivoluzione per definire una società nuova, con regole nuove, con equilibri nuovi, con mentalità nuove, con riferimenti ed aggregazione nuove. Non penso ad un ritorno nel passato: ma è inaccettabile che il passato si stia disconoscendo e delegittimando senza proporre qualcosa di concreto in alternativa.
Se partissimo subito, forse saremmo in tempo per dare alla prossima generazione un appiglio vero. Non è detto che ci si riesca. In ogni caso siamo in ritardo di almeno una generazione.





