
di Maurizio Ballistreri
Il mito del Chaos appartiene alla cultura greca: secondo gli antichi greci, infatti, la creazione del mondo è avvenuta per opera di un dio che dal disordine degli elementi della materia, riesce a creare un Kosmos cioè l’ordine e la compostezza.
Ma l’attuale scenario planetario non consente di individuare un nuovo ordine geopolitico, che emerga dal caos in cui il mondo è precipitato, a seguito della fine di Yalta e dell’”equilibrio del terrore” costituito dalle due superpotenze, dotato della forza per mantenere l’ordine e quindi la “pace” mondiale, che al di là del loro irredimibile contrasto ideologico, diede vita ad una sorta di concordia discors.
Nel 1989 Francis Fukuyama, dopo il crollo del Muro di Berlino, profetizzò l’imminente “fine della storia”, ritenendo che, dopo la fine del comunismo sovietico e della Guerra Fredda, la democrazia liberale e il capitalismo sarebbero stati destinati a pervadere, gradualmente, tutto il pianeta. Trentasei anni dopo, constatiamo che tale previsione era eccessivamente semplicistica.
L’unica certezza è che serve una nuova architettura geopolitica. Il problema è quale ordine costruire, anche alla luce di un ruolo contradditorio della maggiore potenza economica e militare, gli Stati Uniti del presidente Trump.
L’acquisto della Groenlandia, l’annessione di Canada e Panama, la conquista di Gaza, dazi, ordini esecutivi, deportazioni, assalto alle fondamenta della democrazia americana e dei suoi diritti civili sono gli elementi costitutivi della presidenza di Donald Trump, che aveva detto nel discorso inaugurale: “Da oggi in poi – gli Stati Uniti saranno una Nazione libera, indipendente e sovrana”.
Ma non risulta che dal 4 di luglio 1776, l’Independence Day, qualcuno avesse mai dubitato che lo fosse. Nemmeno Hitler o Stalin. È la nuova versione della storia che l’amministrazione Trump sta cercando d’imporre, per affermare un’oscura visione del mondo: la più pericolosa delle sue molte verità alternative.
Nel Dopoguerra, incomprensibilmente trasformato in un decadente alto medio evo dell’America, gli Stati Uniti hanno commesso molti errori su scala globale: il Vietnam, l’invasione dell’Iraq, l’allargamento a Est della Nato, la crisi finanziaria del 2008, la presunzione che il Washington Consensus fosse il libro sacro del libero mercato e della democrazia. Se, come sostiene il Nobel indo-americano Abhijit Banerjee, all’inizio della presidenza Reagan, 1981, «i lavoratori erano pagati un sessantesimo del loro capo e ora 60mila volte meno», qualcosa in America non ha funzionato, nel mentre “il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito terza guerra mondiale a pezzi in un vero e proprio conflitto globale”, come ebbe a dire Papa Francesco e Gaza e l’Ucraina ripropongono l’immagine descritta da Hegel nella “Filosofia della storia”, della storia umana come un “immenso mattatoio”.
Qualche analista di geopolitica preconizza un nuovo ordine bipolare, con gli Stati Uniti da una parte e un’alleanza militare, economica ed energetica tra Russia e Cina, mentre i Brics appaiono tra loro divisi – si pensi a Cina e India – per rappresentare un polo autonomo competitivo su scala globale. L’Europa, poi, sconta, purtroppo, una crescente ininfluenza geopolitica ed economica, che la decisione si partecipare al rafforzamento della Nato, con l’incremento della spesa militare, non potrà che rafforzare la sua subalternità nei confronti degli Stati Uniti.
Al fondo in questo caos globale in cui l’umanità è piombata è evidente l’arretramento del metodo democratico, tra oligarchie politiche e anarchia di mercato, il darwinismo sociale descritto da Herbert Spences, a causa dell’evidente obliterazione del valore della fratellanza, che, invece, dovrebbe rischiare il cammino delle persone e, in particolare, delle élites nelle istituzioni.





