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IL CRISTIANESIMO COME TERAPIA DELL’ANIMA – PARTE III

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di Paolo Zanotto

Un ebreo di nome Gesù

Le fonti canoniche non forniscono indicazioni esplicite circa l’appartenenza di Gesù a un ordine preciso, nondimeno la letteratura intertestamentaria, le scoperte di Qumran e alcuni testi patristici consentono di ipotizzare con buona probabilità una sua prossimità alla comunità degli Esseni. Tale corrente giudaica, distinta sia dai Farisei che dai Sadducei, era dedita ad un rigoroso stile di vita improntato all’ascetismo, alla purificazione rituale e alla preparazione escatologica dell’“epoca a venire”. Giuseppe Flavio, nelle Antichità giudaiche, descrisse gli Esseni come una comunità dedita alla vita in povertà, alla comunanza dei beni, alla preghiera continua e allo studio delle Scritture[1].

Nel volume Gesù l’ebreo, lo storico e talmudista Dan Jaffé ha condotto un’indagine rigorosa e penetrante sull’identità ebraica del “figlio dell’uomo”[2], ancorando la sua figura entro le coordinate del giudaismo del Secondo Tempio e offrendo un contributo illuminante alla storia delle origini cristiane[3]. Il noto storico delle religioni franco-israeliano, tuttavia, ha posto in evidenza come risulti alquanto arduo tentare di collocare Gesù in seno alle differenti confraternite o ai vari movimenti ebraici del suo tempo[4]. Numerosi ricercatori, d’altra parte, hanno segnalato sorprendenti affinità della prassi essenica con le parole ed i gesti di Gesù: il rifiuto del giuramento[5], l’insistenza sulla purezza interiore, l’uso terapeutico delle abluzioni[6], la centralità della comunità fraterna, nonché l’annuncio dell’imminente venuta del Regno. Taluni studiosi sostengono, in base a fonti storiche cristiane apocrife, buddhiste, islamiche e sanscrite, «che Gesù fu cresciuto e protetto dall’ordine degli Esseni e che trascorse gli anni “mancanti” della sua gioventù in Persia e in India»[7]. L’ipotesi di una filiazione essenica è oggi sostenuta, fra gli altri, anche da Jean Carmignac e dal suo allievo André Paul. Fra l’ultimo scritto dell’Antico Testamento e le prime pagine del Nuovo – ovvero dalla Sapienza alla Prima Lettera ai Tessalonicesi – si estende, in effetti, un secolo di cruciale rilevanza storica e spirituale. È proprio in quell’ampio intervallo di tempo che maturano le condizioni culturali, religiose e teologiche che plasmeranno la coscienza, la visione del mondo e la stessa spiritualità di Gesù. Sebbene la Sacra Scrittura non offra alcuna diretta testimonianza di tale periodo, esso rappresenta un’epoca di straordinaria fioritura letteraria, ricca di opere affascinanti e profondamente significative, su cui il Paul ha fatto luce[8].

La filiazione esoterica del Nazareno

Gesù, inoltre, è spesso chiamato “il Nazareno”: in ebraico, Yeshua ha-Notzri, mentre in aramaico Yeshuʿ Natzraya. L’espressione “Gesù il Nazareno”, nondimeno, può avere diversi livelli di significato: 1) geografico: con cui si indica la provenienza da Nazaret[9]; 2) messianico o simbolico: per cui alcuni studiosi ipotizzano un collegamento con la parola ebraica nēṣer (נֵצֶר), che nella tradizione messianica designava il “germoglio” davidico tanto atteso[10]. L’epiteto “Nazareno” – aramaico Natzraya (נָצְרָיָא) ed ebraico Notzri (נוֹצְרִי) – è usualmente inteso in senso toponomastico, come “di Nazaret”. La celebre città della storica regione della Galilea, tuttavia, non viene mai menzionata nell’Antico Testamento, nei testi rabbinici anteriori al I secolo né in fonti extrabibliche ebraiche coeve. Ciò ha indotto taluni studiosi a indagare possibili significati alternativi o secondari del titolo. Il sostantivo ebraico nēṣer (נֵצֶר), come detto, significa “germoglio” o “ramoscello” e compare in contesti profetici messianici.

Il Vangelo di Matteo collega espressamente il soggiorno di Gesù a Nazaret a un adempimento profetico: «E andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, affinché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”»[11]. Nessun passo veterotestamentario, tuttavia, utilizza esattamente l’espressione “sarà chiamato Nazareno”. Perciò, gran parte dell’esegesi patristica e moderna concorda sul fatto che Matteo stia alludendo simbolicamente a Isaia, dove il termine nēṣer non può essere messo in relazione con Nazaret e con l’appellativo “Nazareno”. È dunque possibile che Matteo giochi foneticamente sulla somiglianza fra Nazaret, Nazōráios e nēṣer, per affermare che il soggiorno di Gesù a Nazaret compie la profezia del germoglio davidico. Numerosi Padri della Chiesa riconoscevano nel passo di Isaia la fonte velata di Matteo: Girolamo (in Commentarii in Isaiam e Adversus Helvidium) nota che Nazōraios potrebbe provenire da nēṣer, così come che l’evangelista Matteo non cita un singolo profeta, ma “i profeti”, intendendo un complesso profetico in cui il germoglio messianico è figura ricorrente (Isaia, Geremia, Zaccaria)[12]. Eusebio di Cesarea afferma che Gesù è chiamato Nazareno come «colui che è il germoglio della stirpe di Davide»[13].

Secondo alcuni autori, tale aggettivo avrebbe piuttosto a che vedere col “nazireato” (nazīrūth)[14]. Con detto termine nella Bibbia s’indicava la consacrazione di un ebreo a Dio, con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita[15]. Il consacrato veniva detto “nazireo”, ma anche “nazareo, nazirita, nazarita o nazareno”. La Legge ebraica (Halakhah) ha una ricca tradizione sulle leggi del nazireato. Tali leggi vennero registrate per la prima volta sulla Mishnah e sul Talmud nel Trattato Nazir[16]. Sebbene vi sia qualche contatto tematico, in quanto entrambi evocano una consacrazione o elezione, tuttavia, è importante non confondere nēṣer (נֵצֶר) con nāzîr (נָזִיר), che indica l’asceta consacrato al Signore secondo Numeri 6, come Sansone. Nel pensiero ebraico post-biblico, d’altronde, l’immagine del “germoglio” è assunta come figura del Messia in numerosi testi midrashici: «Il nome del Messia è nēṣer, come è detto: “un germoglio crescerà dalle sue radici” (Isaia, 11,1)»[17].

Il Midrash riconduce così il nome stesso del Messia alla qualità della crescita nascosta, umile, ma divinamente generata, che sgorga da una radice santa (quella di Iesse/Davide) e fiorisce secondo la volontà divina. Nel sistema cabalistico, la figura del “germoglio” è associata anche a un piano simbolico più alto: l’albero delle Sefirot, struttura archetipica che esprime le modalità di manifestazione dell’Infinito (Ein Sof). Così, il Messia, in quanto germoglio divino, è anche il principio vitale che conduce la Creazione al compimento, espressione della vittoria della Luce sulla separazione. Nella letteratura rabbinica post-cristiana, i Notzrim (נוצרים) – termine ebraico per “cristiani” – sono così chiamati in riferimento a Nazareth o a Yeshu ha-Notzri, ma anche, più profondamente, per l’ambiguità teologica che li collega al “germoglio”. In chiave mistica, alcuni cabalisti medievali e moderni – tra cui Abraham Abulafia (XIII sec.) – non esclusero che Yeshu ha-Notzri fosse effettivamente un veicolo profondo della luce messianica, sebbene distorta o non pienamente compresa. Secondo molte scuole cabalistiche, del resto, il Messia non appare mai in forma gloriosa, ma come germoglio nascosto, in linea con la nozione di “giusto occulto” (tzaddīq nistar). Il titolo “Nazareno”, pertanto, lungi dall’essere una mera designazione geografica, nella prospettiva cabalistica si carica di un significato cosmico ed escatologico: Yeshu ha-Notzri diviene il germoglio nascosto della storia, nēṣer dalla radice santa di Iesse, principio dinamico di redenzione, figura del tzaddīq occulto e anticipazione del tiqqun ‘olam, il restauro finale dell’universo.

(Fine terza parte)

 

[1] Cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XIII, 171.

[2] L’espressione ricorre spesso nella Bibbia, sia nella forma ebraica ben-adàm (בן־אדם), sia nella variante aramaica bar ʿenàsh.

[3] Cfr. Dan Jaffé, Jésus sous la plume des historiens juifs du XXe siècle. Approche historique, perspectives historiographiques, analyses méthodologiques, Préface de Daniel Marguerat, Paris, Les Éditions du Cerf, 2009, trad. it. Gesù l’ebreo. Gesù di Nazaret negli scritti degli storici ebrei del XX secolo, Prefazione di Daniel Marguerat, Milano, Editoriale Jaca Book, 2013.

[4] «Secondo Cohon, con la sua pratica della Legge, Gesù si allontana considerevolmente dai modelli esseni o farisei. La sua coscienza è quella di un uomo libero, esente da ogni forma di costrizione imposta dal giogo di qualsivoglia legge. Il suo comportamento è totalmente all’opposto di una vita ascetica, come quella praticata soprattutto dagli esseni. Dal punto di vista dottrinale, Gesù si colloca più nel gruppo dei farisei, che nel gruppo degli esseni. Così, per esempio, egli condivide la credenza nella resurrezione dei corpi adottata dai farisei, anziché la credenza nell’immortalità dell’anima che si trova negli esseni. Inoltre, Cohon nota in maniera ragionevole che Gesù è ugualmente influenzato dai modi di ragionamento testuale e dai modelli interpretativi, che erano di moda tra i farisei»: Ivi, Cap. secondo, § 3.1, p. 59. Anche più avanti Jaffé tende a dar credito all’ipotesi di un Gesù fariseo, per quanto sui generis: Cap. quinto, § 3.4, pp. 152-154.

[5] Cfr. Mt, 5, 34.

[6] Cfr. Gv, 9.

[7] Cfr. Fida M. Hassnain, A Search for the Historical Jesus: From Apocryphal, Buddhist, Islamic and Sanskrit Sources, Bath (UK), Gateway Books, 1994, trad. it. Sulle tracce di Gesù l’Esseno. Le fonti storiche buddhiste, islamiche, sanscrite e apocrife, Torino, Edizioni Amrita, 1997.

[8] Cfr. André Paul, Intertestament, Paris, Éditions du Cerf, 1975, trad. it. Che cos’è l’intertestamento, Traduzione a cura della Comunità di Bose, Torino, Piero Gribaudi Editore, 1979; nonché Id., Le monde des Juifs à l’heure de Jésus: histoire politique, Paris, Desclée, 1981, trad. it. Il mondo ebraico ai tempi di Gesù, Roma, Borla editore, 1983.

[9] In ebraico natsrat (נצרת); in arabo al-nāṣira (الناصرة).

[10] «E un rampollo (ḥōṭer) spunterà dal tronco di Iesse, un germoglio (nēṣer) crescerà dalle sue radici»: Isaia, 11,1.

[11] «[…] καὶ ἐλθὼν κατῴκησεν εἰς πόλιν λεγομένην Ναζαρὲτ, ὅπως πληρωθῇ τὸ ῥηθὲν διὰ τῶν προφητῶν ὅτι Ναζωραῖος κληθήσεται»: Mt, 2, 23.

[12] Cfr. Girolamo, Commentarii in Isaiam, PL 24.

[13] Cfr. Eusebio, Demonstratio Evangelica, VII, 2.

[14] Dall’ebraico nāzîr (נזיר), cioè “consacrato, separato”, il cui valore ghematrico è 267.

[15] Il nazireo era considerato come persona sacra e doveva rispettare determinati precetti: 1) astenersi da ogni bevanda alcoolica; 2) non tagliarsi i capelli; 3) fuggire ogni impurità rituale, principalmente il contatto con un cadavere (Nm, VI: 1-21). Alcuni personaggi biblici furono nazirei per tutta la vita ab utero, come ad esempio l’eroe Sansone (Gdc, XIII: 2-7; XVI: 17) e, nel Nuovo Testamento, Giovanni il Battista (Lc, I: 15).

[16] Da notare che «il sacrificio di un agnello e l’offerta del pane in verità suggerisce una relazione col simbolismo cristiano. […] L’esaltazione del consumo rituale del vino come parte dell’Eucaristia, il tevilah in Marco 14:22-25 indica che Gesù osservava questo aspetto del voto di nazireato, quando disse: “In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. Il rituale purificatorio col quale Gesù inizia il suo ministero (riportato in greco come “Battesimo”) ed il suo voto in Marco 14:25 e Luca 22:15-18 alla fine del suo ministero, rispettivamente riflettono i passi finali ed iniziali (purificazione con immersione in acqua e astensione dal vino) inerenti al voto nazireo. Tali passi potrebbero indicare che Gesù intendeva identificarsi come nazirita (“non bevendo il frutto della vigna”) prima della sua crocifissione e persino rifiutando l’aceto/vino mentre appeso in croce (Matteo 27:34: “gli diedero da bere vino [aceto] mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere.”)»: Nazireato, in “Wikipedia. L’enciclopedia libera”.

[17] Cfr. Midrash Bereshit Rabbah, 85,1.

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