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SOROS NEL 1993 DISEGNA IL NUOVO ORDINE MONDIALE

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In preparazione del vertice NATO all’inizio di gennaio 1994, l’amministrazione statunitense ha predisposto una nuova iniziativa chiamata Partenariato per la Pace.

George Soros, finanziere formatosi alla scuola dei fabiani inglesi, stila un documento, dal titolo: “Verso un nuovo ordine mondiale: il futuro della Nato”, nel quale propone un approccio completamente diverso e lo prepara per la conferenza del 12-13 novembre su “Democrazia, Pace e Sicurezza nella Nuova Europa”, sponsorizzata congiuntamente dal Council on Foreign Relations e dall’Università dell’Europa Centrale.

Il Council on Foreign Relations è un think tank Usa con sede a New York. L’Università dell’Europa Centrale é stata fondata da George Soros a Budapest nel 1991, ma nel 2028 Viktor Orban ne ha interdetto le attività e la creazione di Soros si è trasferita a Vienna.

Nel 1993, data da ricordare al fine di comprendere il documento di Soros, è entrato in vigore il Trattato di Maastricht ed è nata l’Unione Europea e Soros, nel suo documento afferma senza mezzi termini che la Commissione europea “è stata incaricata di coordinare l’assistenza economica” ai Paesi ex Patto di Varsavia.

Altro che Unione degli Stati europei: agenzia al servizio della finanza per la conquista dei Paesi del Patto di Varsavia.

Soros, con un’analisi storico-filosofica assai opinabile, introduce il concetto popperiano di società aperta e lo accosta a quello di società chiusa, e, dopo aver analizzato la caduta dell’Unione Sovietica, con la conseguente disgregazione del Patto di Varsavia, identifica nella Russia comunista l’esempio della società chiusa e nel mondo libero quello di società aperta, caratterizzata dalla democrazia.

Stabiliti i suoi riferimenti concettuali, Soros arriva al punto.

“Il sistema sovietico – scrive – era una società chiusa universale perché il comunismo era un dogma universale. Ma il sistema è crollato e il comunismo come dogma è morto e sepolto. C’è stata un’opportunità, nelle prime fasi del crollo, di effettuare la transizione verso una società aperta universale; ma ciò avrebbe richiesto uno sforzo importante da parte del mondo libero, e questo sforzo non è stato fatto. Pertanto, quell’opzione non è più disponibile”.

La Russia, conseguentemente, rimane una società chiusa, anche senza il comunismo e rimane, pertanto un nemico sistemico.

Soros passa poi al punto di maggiore attualità: il nazionalismo che, ovviamente, non può piacere alle logiche globaliste che si stanno instaurando nel mondo.

“Per costituire una società chiusa – scrive Soros – è necessario mobilitare la società dietro lo stato. Poiché il comunismo è morto e le ideologie universali sono generalmente screditate, una società chiusa deve basarsi su un principio nazionale o etnico”.

La teorizzazione dell’avversione ai nazionalismi e alle sovranità degli Stati è già tutta presente qui e sarà sviluppata dalle schiere progressiste in buona parte finanziate dalla fondazione dello stesso Soros.

I progressisti non nascono a caso, ma sono l’evidente strumento di un disegno che ben poco ha a che fare con la “sinistra”.

Soros trova il paradigma della nuova società chiusa nella Serbia.

“Milosevic – scrive Soros – ha fornito il nuovo paradigma: come capo del Partito Comunista in Serbia, ha deciso di cambiare cavallo, e ha “scoperto” che il nazionalismo è un animale molto più vigoroso del comunismo. È diventato popolare quando ha affermato la supremazia serba sul Kosovo in un discorso tenuto il 24 aprile 1987 a Kosovo Polje”.

Per Soros l’ascesa nazionalista è la nuova tipologia di società chiusa da combattere. Troverà nei progressisti le truppe per la sua battaglia.

“Milosevic, da solo – afferma Soros -, non costituisce una minaccia alla sicurezza per l’Europa o per il resto del mondo; ma le dittature nazionaliste sì. Questo è il punto che gli statisti europei che si concentrano sull’appeasement di Milosevic non riescono a capire. Già la Serbia ha un degno omologo in Croazia. […]. È molto allettante fare appello alle emozioni nazionaliste per distogliere l’attenzione dal fallimento economico. Meciar lo sta facendo ora in Slovacchia. Iliescu in Romania si affida a nazionalisti estremi per la sua maggioranza parlamentare e Antall in Ungheria ha flirtato con questa idea […].  E potrebbe essere vero anche per la Russia. Se è così, il pericolo di una dittatura nazionalista che emerga in Russia — che, dopotutto, è il paese più importante dal punto di vista della sicurezza — sarà maggiore dopo che l’economia si sarà stabilizzata. È ancora possibile scongiurare il pericolo, ma chi farà lo sforzo? Qui il mio quadro concettuale non riesce a fornire una risposta. Il cosiddetto mondo libero non è riuscito a cogliere la sfida quando sarebbe stato possibile avviare una tendenza verso una società aperta. Perché dovrebbe fare qualcosa ora, quando gli eventi stanno chiaramente andando nella direzione sbagliata e il mondo libero ha crescenti problemi propri?”.

Sei anni dopo, la Nato provvederà a bombardare la Serbia. Il paradigma Milosevic viene passato per le armi.

Il bombardamento della Serbia, noto come Operazione Allied Force, è stato, vale sempre la pena di rinfrescare la memoria, una campagna aerea condotta dalla Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) dal 24 marzo al 10 giugno 1999, durante la guerra del Kosovo.

Il conflitto ha origine nelle tensioni etniche tra la maggioranza albanese del Kosovo e la minoranza serba, acuitesi dopo la revoca dell’autonomia del Kosovo da parte di Slobodan Milošević nel 1989.

Dopo vari tentativi  di composizione delle tensioni, la Nato, senza mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza ONU (a causa del veto di Russia e Cina), avviò i bombardamenti il 24 marzo 1999 per costringere Milošević a cessare le operazioni militari in Kosovo e accettare un accordo di pace. L’operazione fu giustificata come “intervento umanitario” per fermare le atrocità contro i civili albanesi, come il massacro di Račak (gennaio 1999).

Fu la prima evidente sconfessione del ruolo dell’Onu e la prima copertura ipocrita di azioni militari travestite da “intervento umanitario”. Circa 1.000 aerei Nato, decollati principalmente da basi italiane (es. Aviano) e da portaerei nell’Adriatico, effettuarono oltre 38.000 missioni, sganciando 2.700 tonnellate di esplosivi, incluse bombe a grappolo e proiettili all’uranio impoverito.

Tra 1.200 e 2.500 civili morti, 12.500 feriti, 89 bambini tra le vittime. Furono distrutti 148 edifici, 62 ponti, 300 scuole, ospedali e 176 monumenti culturali. L’uso di uranio impoverito è stato associato a un aumento di casi di tumore in Serbia.

Il 9 giugno 1999, la Serbia accettò il ritiro delle truppe dal Kosovo, che passò sotto amministrazione Onu (Unmik) con la presenza della forza Nato Kfor.

L’Italia partecipò attivamente, autorizzando l’uso delle sue basi (soprattutto Aviano) e inviando aerei per i bombardamenti, sotto il governo D’Alema-Mattarella.

La Foza Nato Kfor ha dato luogo alla principale base militare statunitense in Kosovo: Camp Bondsteel, situata vicino a Ferizaj, nel sud-est del Kosovo.

La base è il fulcro del Regional Command-East della KFOR, guidato dall’esercito statunitense con il supporto di altri Paesi (Grecia, Italia, Finlandia, Ungheria, Polonia, Slovenia, Svizzera, Turchia). È stata costruita per garantire sicurezza, stabilità e libertà di movimento in Kosovo, in linea con la risoluzione ONU 1244.

Alcuni analisti suggeriscono che Camp Bondsteel sia strategicamente posizionata per controllare le rotte energetiche dal Mar Caspio all’Europa.

Dopo questa divagazione sulla Serbia, torniamo a Soros, il quale scrive: “Non ci siamo opposti all’Unione Sovietica perché era una società chiusa, ma perché rappresentava una minaccia per la nostra esistenza. Quella minaccia è ora scomparsa ed è difficile giustificare qualsiasi tipo di intervento — politico, economico o militare — sulla base dell’interesse nazionale. È vero che rimane il pericolo di qualche tipo di disastro nucleare, ma questo riguarda il resto del mondo almeno quanto riguarda noi. Pertanto, l’unica base per l’azione è la sicurezza collettiva. Ed è qui che risiede il problema. Il collasso dell’impero sovietico ha creato un problema di sicurezza collettiva di estrema gravità. Senza un nuovo ordine mondiale, ci sarà disordine; questo è chiaro. Ma chi agirà come il poliziotto del mondo? Questa è la domanda che deve essere risolta”

“Gli Stati Uniti, come unica superpotenza rimasta -afferma Soros – sono gravati da difficoltà interne che derivano, almeno in parte, dagli oneri di essere una superpotenza. […]. Non ci si può aspettare che gli Stati Uniti agiscano da soli. Possono agire in concerto con altri?”.

Ed eccoci ad uno dei punti essenziali del documento: l’Europa.

“L’Europa ha risposto al collasso sovietico e alla riunificazione della Germania accelerando l’integrazione della Comunità Europea. Ma la riunificazione della Germania ha creato uno squilibrio dinamico nel Sistema Monetario Europeo e il tentativo di stabilire una politica estera europea comune è fallito in Jugoslavia. […]. Il Trattato di Maastricht si è trasformato in una sequenza di boom/collasso che ora si autoalimenta in direzione negativa. Fino a che punto andrà il processo di disintegrazione è impossibile da dire, ma potrebbe andare molto oltre quanto attualmente previsto, a meno che non si intraprenda un’azione risoluta per invertirlo”.

Previsione azzeccata.

La disintegrazione è vicina. L’unico modo per evitarla, in questo preciso momento, è costantemente decidere di non decidere. L’Europa è un cadavere impagliato che fingiamo sia vivo.

Soros recita anche il de profundis per l’Onu.

Cosa rimane? La Nato.

“La Nato – scrive Soros – ha il potenziale per servire come base di un nuovo ordine mondiale in quella parte del mondo che ha più bisogno di ordine e stabilità. Ma può farlo solo se la sua missione viene ridefinita”

Qui giunto, Soros disegna quello che dovrebbe essere il futuro della Nato, ma nel farlo disegna il percorso che è stato seguito dal globalismo negli ultimi trent’anni e che ora è entrato in crisi.

“La missione originale [della Nato, ndr] – scrive Soros – era difendere il mondo libero dall’impero sovietico. Quella missione è obsoleta; ma il collasso dell’impero sovietico ha lasciato un vuoto di sicurezza che ha il potenziale di trasformarsi in un “buco nero”. Questo rappresenta un tipo di minaccia diverso da quello che la Nato era stata costruita per affrontare, e richiede un approccio molto diverso per combatterlo. Coinvolge la costruzione di stati democratici e società aperte e il loro inserimento in una struttura che preclude certi tipi di comportamento. Solo in caso di fallimento si presenta la prospettiva di un intervento militare. La parte costruttiva, di costruzione della società aperta, della missione è tanto più importante perché la prospettiva di un intervento militare da parte dei membri della Nato in questa parte travagliata del mondo è molto remota”.

La Nato, pertanto, dovrebbe trasformarsi in una sorta di agenzia di costruzione di democrazie negli Stati che sono usciti dall’orbita sovietica dopo il crollo dell’Urss.

“Sfortunatamente – afferma Soros -, la a proposta americana per il prossimo vertice NATO, il cosiddetto Partenariato per la Pace, non affronta affatto questa questione”.

“I paesi dell’Europa Centrale chiedono a gran voce la piena adesione alla NATO il prima possibile, preferibilmente prima che la Russia si riprenda”.

L’allargamento della Nato è la proposta chiara di Soros.

“Il bisogno primario – continua Soros – è un impegno costruttivo nella transizione verso società democratiche, orientate al mercato e aperte. Ciò richiede un’associazione o alleanza che vada ben oltre le questioni militari e contenga un elemento significativo di assistenza economica. Sia gli aspetti militari che economici dell’alleanza devono riguardare gli sviluppi politici interni agli stati tanto quanto le relazioni tra stati, perché la pace e la sicurezza nella regione dipendono innanzitutto da una transizione di successo verso una società aperta”.

Soros ribadisce che l’Occidente deve intervenire a costruire democrazie, cosa che poi ha fatto in compagnia di Victoria Nuland e di Joe Biden in Ucraina, con i risultati che si vedono.

Ed eccoci al punto focale del suo documento, dove Soros traccia le caratteristiche della Nato così come la vorrebbe.

“La missione di questa nuova alleanza è così radicalmente diversa dalla missione originale della NATO che non può essere affidata alla NATO stessa. Se lo fosse, cambierebbe la NATO oltre ogni riconoscimento. È necessaria un’organizzazione diversa, e il Partenariato per la Pace proposto potrebbe essere quell’organizzazione.Il Partenariato per la Pace non conterrebbe alcuna delle garanzie automatiche che hanno dato alla Nato il suo peso. Nelle attuali condizioni instabili, ciò sarebbe impensabile. Il suo compito principale sarebbe aiutare nel processo di trasformazione verso società aperte. A tal fine, deve porre l’accento sugli aspetti politici ed economici della trasformazione. Per avere un qualche peso, il Partenariato per la Pace deve avere una struttura e un bilancio. Questo è ciò che la Nato potrebbe portare al tavolo. La Nato ha una struttura di comando unificata che riunisce gli Stati Uniti e l’Europa occidentale. Ci sono grandi vantaggi nell’avere un pilastro occidentale così forte: porta a una struttura sbilanciata fermamente radicata in Occidente. Questo è come dovrebbe essere, poiché l’obiettivo è rafforzare e gratificare il desiderio della regione di unirsi alla società aperta dell’Occidente. Sarebbe una condizione esplicita per l’adesione al Partenariato per la Pace che la Nato sia libera di invitare qualsiasi paese membro a unirsi alla Nato. Ciò eviterebbe qualsiasi conflitto che potrebbe sorgere dall’allargamento della Nato contro i desideri della Russia o dal dare alla Russia un veto sull’adesione alla Nato. Lo spettro del passato incombe grande: bisogna evitare il sospetto di un nuovo “cordon sanitairo” o di un nuovo Yalta. Un Partenariato per la Pace lungo le linee qui delineate eviterebbe entrambi i sospetti. Deve essere abbastanza attraente da indurre la Russia a sottoscriverlo. Se lo fa, non c’è nulla che impedisca a paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria di essere ammessi a qualche forma di adesione alla Nato, il cui carattere dipenderebbe dal loro sviluppo interno”.

In buona sostanza, mentre si fa accedere la Russia al Partenariato per la Pace, le si impedisce di entrare nella Nato e si fanno entrare nella Nato i Paesi ex Patto di Varsavia.

Voi vedere che i Russi sono fessi? Putin ha dimostrato che non lo sono e qui sta il problema non previsto dall’allievo dei fabiani divenuto finanziere e stratega.

“Il bilancio del Partenariato per la Pace deve provenire dal bilancio della Nato. Potrebbero esserci alcuni elementi nel complesso militare-industriale che potrebbero opporsi a tale riallocazione delle risorse, e hanno un argomento forte a loro favore: se non si fa nulla sul fronte economico e politico, i bilanci della difesa dovranno presto essere aumentati piuttosto che ridotti; ma se il Partenariato per la Pace ha successo, si potrebbe sostenere una riduzione più che proporzionale dei bilanci della difesa. È su questa questione che deve essere esercitata la leadership politica. C’è un pericolo chiaro e presente per la nostra sicurezza collettiva. L’esperienza jugoslava ha dimostrato che l’intervento militare non è un’opzione praticabile. Pertanto, l’unico modo per affrontarlo è attraverso un impegno costruttivo, incluso l’aiuto economico. Ma l’aiuto economico costa denaro e il denaro può essere trovato solo nei bilanci della difesa. Dovrebbe comunque produrre una riduzione netta delle spese di difesa. I paesi europei devono sostenere una quota maggiore dei costi e avere una voce corrispondentemente maggiore nella Nato. L’aiuto economico all’Europa orientale fornirebbe uno stimolo tanto necessario alle economie europee depresse. Il fatto che la struttura di comando attuale della Nato sia troppo sbilanciata a favore degli Stati Uniti è ben riconosciuto da tutte le parti; rendere la Nato il pilastro del Partenariato per la Pace accelererebbe il processo di aggiustamento. In particolare, dovrebbe indurre la Francia a rientrare come membro a pieno titolo. Ciò servirebbe come test del successo della sua riorganizzazione interna. C’è solo una carenza in questo progetto: lascia fuori il Giappone. Il Giappone dovrebbe essere invitato a unirsi alla Nato. Allora avremmo le basi di un’architettura per un nuovo ordine mondiale. È basato sugli Stati Uniti come unica superpotenza rimanente e sulla società aperta come principio organizzativo. Consiste in una serie di alleanze, la più importante delle quali è la Nato e, attraverso la Nato, il Partenariato per la Pace che cinge l’emisfero settentrionale. Gli Stati Uniti non sarebbero chiamati a fungere da poliziotto del mondo. Quando agisce, agirebbe in concerto con altri. Per inciso, la combinazione della manodopera dell’Europa orientale con le capacità tecniche della Nato migliorerebbe notevolmente il potenziale militare del Partenariato perché ridurrebbe il rischio di perdite per i paesi della Nato, che è il principale vincolo alla loro volontà di agire. Questa è un’alternativa praticabile al disordine mondiale incombente”.

Soros insiste poi sull’intervento economico e sostiene che i Paesi ex Patto di Varsavia “hanno bisogno di un migliore accesso ai mercati europei più di qualsiasi altra forma di assistenza economica. Consentendo un trattamento differenziato, inclusa l’adesione all’Unione Europea e alla Nato, il Partenariato per la Pace dovrebbe aiutare a realizzare le loro aspirazioni”.

Nelle conclusioni del documento Soros rivela l’obiettivo fondamentale.

“L’obiettivo del Partenariato per la Pace è creare uno stato di diritto sia all’interno della Russia che degli altri stati di nuova indipendenza e tra di loro. Senza un quadro giuridico non può esserci sviluppo economico. Lo sviluppo economico richiede capitale e know-how, ma dovrebbe essere fornito dal settore privato. Il ruolo dell’aiuto estero è fornire un incentivo sia per lo sviluppo del quadro giuridico che per la partecipazione del settore privato. In pratica, il Partenariato per la Pace comporterebbe poco impegno finanziario aggiuntivo oltre a quello che dovrebbe essere fornito dal processo del G7 ma non lo è. Consisterebbe principalmente in un sussidio ai militari sotto forma di esercitazioni congiunte”.

In buona sostanza, la Nato e l’Unione Europea come strumenti per trasformare la Russia e gli altri Paesi ex Patto di Varsavia in modo tale che la finanza privata possa agire in un quadro di sicurezza.

La vicenda dell’Ucraina sta dimostrando che l’idea di cambiare i vertici russi non è tramontata. Il fatto è che ora è arrivata un’altra America, che riconosce la Russia come potenza e con Mosca dialoga.

Ne consegue il crollo del sistema sorosiano, che è stato in questi trent’anni perseguito e concretizzato dalle amministrazioni Usa neocon e dalle leadership che hanno governato l’Unione Europea.

L’odio dei progressisti nei confronti di Trump è comprensibile in quanto il presidente degli Stati Uniti sta facendo crollare il castello ideato trent’anni fa e che li ha visti fare da truppe di un sistema prono alla finanza.

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