
Quando il Sindacato si chiamava “riformismo”.
Ripropongo la lettura di un articolo di Giorgio Benvenuto sull “Avanti!” del 29 Aprile 2023.
Ci sono analisi che riguardano il ritardo con il quale Sindacato e sinistra colgono le tante novità del mondo e del mondo del lavoro in particolare. E un’accusa, ferma ma senza asprezza, dell’inazione.
C’è il richiamo ai valori Costituzionali, confermati anche dalle modifiche apportate, con l’irrinunciabile ruolo di corpo intermedio del Sindacato nel rendere effettiva ogni affermazione costituzionale.
Perché «Il sindacato italiano ha una lunga tradizione riformista. Non è un agitatore.».
E poi l’analisi dei cambiamenti in atto: la terziarizzazione; il potere economico che si sposta dalla sfera industriale a quella finanziaria e da quella nazionale a quella internazionale; la scomparsa dell’operaio-massa, con la frammentazione delle figure professionali e quindi degli interessi; la nuova flessibilità del lavoro e l’estendersi dell’area del lavoro autonomo. E, su tutto, il cambiamento nel comportamento dei lavoratori con «una emersione potente, anzi prepotente della soggettività. Prevale sempre di più una difficoltà delle persone ad aderire e a riconoscersi nei soggetti collettivi spesso vissuti come abiti troppo larghi o troppo stretti per essere indossati comodamente.» Ma anche la mancanza di riferimenti politici: «la perdita di bussola della sinistra si ripercuote nel sindacato, spingendolo ad essere altalenante, oscillante, diviso, cadendo di volta in volta nella trappola del “più uno” nella rincorsa ai movimenti. Si corre il rischio di non saper scegliere o di dividersi tra la professionalità e l’egualitarismo, tra il movimentismo e il compatibilismo, tra il sindacato di lotta e quello del governo». Riferimenti politici, non partitici.
Infine un richiamo alla coerenza della storia sindacale che sembra essersi persa: da Filippo Turati, da Bruno Buozzi a Bruno Trentin ed a Pierre Carniti ed alle domande che essi hanno sempre posto alla partecipazione del Sindacato alle grandi trasformazioni. Ma come? « Cambia il mondo, deve cambiare anche l’azione del sindacato. I contratti non vanno fatti e vissuti solo come matrice economica; vanno arricchiti accrescendo il ruolo di adeguamento delle professionalità al cambiamento tecnologico e alla nuova organizzazione del lavoro.» Perciò « Il sindacato deve esigere la partecipazione e il coinvolgimento nelle aziende non lasciando al solo management i processi di riorganizzazione….» ed anche : «Bruno Buozzi aggiungeva sempre in quegli anni nel confronto con i datori di lavoro: “occorre resistere un minuto più del padrone conoscendo però almeno un libro più di lui”.» Musica per me, quella dei grandi maestri.
Il rimpianto per aver perduto quel modo di fare Sindacato gonfia il mio cuore. La nostalgia per un Sindacato che fa Politica ragionando, e imponendo – non facendosi imporre – le ragioni del lavoro è forte. Il ragionamento ed il confronto e non lo schierarsi. E la competenza.
Il Sindacato del mio maestro Giorgio, ma di Lama, di Trentin, di Carniti, di Marini. Il Sindacato che mi ha stregato ed al quale ho dedicato un pezzo della mia vita, ricevendo molto più di quanto dato. Quello del periodo del centro sinistra e del PSI al Governo. Qualcuno se lo ricordi.





