LE CONTRADDIZIONI DELL’ANGLOSFERA TRA IDIOTISMO WOKE E SOLIDE TRADIZIONI

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    Nel settembre 2021 lo storico Niall Ferguson scriveva: «Viaggiando in Europa dopo un anno e mezzo, sono colpito dal fatto che il totalitarismo morbido del “wokeism” non sembra essere un problema così grande nelle università continentali come lo è negli Stati Uniti e Nell’Anglosfera più in generale».

    Creato dell’élite progressista americana, il “wokeism” è la paccottiglia scambiata per cultura, prodotta dai “nuovi puritani”, che sono i portavoce del comunismo finanziario e sono coloro che nelle università, sui giornali, nelle aziende e sui social network giudicano ed escludono dal consesso civile chi non si adegua abbastanza in fretta alle nuove norme di comportamento sociale previsto dal pensiero unico politicamente corretto che si nutre di teorie green, gender, lgbt, allarme climatico, transumanesimo.

    L’impressione di Niall Ferguson può essere relativamente vera, in ragione dell’impazzimento nella colonia inglese assurta a potenza mondiale, ma mai liberatasi dal fondamentalismo che è all’origine della migrazione degli anglosassoni verso il nuovo continente.

    Rimane il fatto che la follia woke, con tutti i suoi corollari, ha invaso anche il vecchio continente e si è fatta avanti con tracotanza soprattutto con la cancel culture, l’ideologia green, il gender fluid e una serie di idiozie che stanno minando le fondamenta della civiltà occidentale.

    Che nel caso delle società americana e britannica questo succeda in ossequio a una cultura dominante tendenzialmente progressista è un fatto innegabile, così come è innegabile che a propugnare l’ideologia green e la fuffa climatica siano gli eurosocialisti, con in testa l’olandese Frans Timmermans, massimo sostenitore delle norme tese a farci poveri e disastrati: casa, auto, pesca, allevamenti, coltivazioni, imballaggi, ETS (Emission Trading Scheme).  

    In buona sostanza, Niall Ferguson ha ben visto che non siamo ancora totalmente ridotti come i democratici americani, ma a ben guardare oggi potrebbe vedere che l’idiozia dilaga e presto raggiungeremo gli standard degli states.

    Tuttavia, dalla vecchia Inghilterra, ieri, è venuta una importante lezione per quanto riguarda la tradizione, le radici, i valori che hanno fatto dell’Occidente quello che è e che l’idiotismo woke vuole distruggere.

    La cerimonia di incoronazione di Re Carlo III ha riservato, con la sua simbologia carica di antichi significati, una felice nota, una ventata di aria pulita in questo plumbeo clima che sovrasta l’Occidente dei Soros e dei Bill Gates, dei Timmermans e dei Biden.

    Tutto sommato, l’assenza all’incoronazione di Joe Biden (per prassi consolidata) ci ha evitato la sgradevole vicinanza del rappresentante di un mondo perso nelle nebbie woke con alcuni passaggi che ci hanno riportato alla sacralità del patto tra il re, la tribù, la terra.

    Carlo III è stato intronato sulla pietra di Scone, la Pietra dei Destini, sulla quale sono stati incoronati i re di Scozia fin dai tempi di Cináed Mac Ailpín (Kenneth MacAlpin – Iona 810 – Forteviot 858).

    La Scozia, dominata dai Pitti fino al IX secolo, è stata progressivamente conquistata, sin dal V secolo, da coloni celti venuti dall’Irlanda, che si insediarono nell’Ovest.

    Verso l’843 il Dalriada (i Celti) trionfarono. La Scozia sotto l’egida del re di Dalriada, Kenneth Mac Alpin, divenne un regno celtico unificato. Verso l’850 Kennteh fu insediato a Scone come monarca di tutta la Scozia. I Pitti, antichi abitanti della Scozia, con i quali i Celti irlandesi si mescolarono fino a formare un solo popolo, erano popolazioni di origine basca, come attesta Tacito e, più recentemente, uno studio di Federico Krutwig. [1]

    Con Davide, discendente di Mac Alpin, nacque, nel 1124, il regno feudale di Scozia e, dopo un breve periodo di turbolenza, conseguente all’assassinio di Alessandro III, nel 1286, Robert Bruce restaurò il regno celtico di Scozia e venne incoronato due volte: la prima il 25 marzo 1306 nella chiesa abbaziale di Scone e la seconda, due giorni dopo, con l’insediamento sul trono di Scone secondo l’antica usanza celtica. Robert Bruce discendeva in linea di sangue dall’antica casa reale celtica e, risalendo ancora più indietro, da Kenneth Mac Alpin di Dalriada.

    Davide istituì la carica (poi ereditaria) del Regio Steward del reame (maggiordomo di palazzo) da cui derivano gli Stuart. Il primo Steward, Walter fitz Alan era di discendenza bretone celtica. Quando la figlia di Robert Bruce sposò Walter lo Steward, nacque la dinastia poi nota come Stuart.

    Giacomo VI Stuart di Scozia (la linea degli Stuart era imparentata con Enrico VIII Tudor tramite la sorella di questi Margherita) divenne Giacomo I d’Inghilterra (incoronazione il 25 luglio 1603), con l’unificazione delle corone d’Inghilterra, Scozia e Irlanda. Si deve a lui la traduzione in inglese, da testi greci, della Bibbia, detta appunto di Re Giacomo.

    E il giuramento sulla Bibbia che ha fatto Carlo III ci riporta non solo alla tradizione giudaico cristiana, ma anche a quella degli Stuart.

    Nel 1629 Carlo I (regno:1625-1649) aveva sciolto il Parlamento. Nel 1638, irritati dalle conseguenze dell’azione autocratica del re, i principali nobili, ministri e borghesi di Scozia redassero quella che chiamarono National Covenant, che protestava contro il dominio arbitrario del monarca e riaffermava le prerogative legislative del Parlamento. I firmatari si impegnarono a difendersi a vicenda e cominciarono a radunare un esercito.

    “Nell’agosto 1639 – scrivono Michael Baigent e Richard Leigh – un Parlamento controllato dai Covenanters si riunì ad Edimburgo. Contrariato da questo atto di sfida, Carlo mobilitò il suo esercito e si preparò ad avanzare contro la Scozia. Prima che potesse farlo, tuttavia, l’esercito scozzese al comando del conte di Montrose, mosse a sud, sconfisse il contingente inglese e, nell’agosto 1640, occupò Newcastle. Venne conclusa una tregua, ma gli scozzesi rimasero a Newcastle fino al giugno 1641, quando venne firmata ufficialmente la pace”. [2]

    Qui troviamo un altro elemento essenziale: i Covenanters più che alla casa Stuart rimanevano fedeli alla tradizione scozzese celtica antica del Clan System (sistema tribale), in base alla quale il Rix era l’esecutore delle leggi della tuath e non un sovrano assoluto. [3]

    Concetto, questo, che si ritrova anche nella Declaration of Arbroath: un documento in forma di lettera commissionata e sottoscritta il 6 aprile 1320 da 8 conti e 31 nobili, fra cui i rappresentanti delle famiglie Seton, Sinclair e Graham. “Questa lettera adombrava la leggendaria storia degli scozzesi dalle loro presunte origini nella Scizia e la loro conversione ad opera di Sant’Andrea. Descriveva Robert Bruce come il loro liberatore e lo salutava (con paragoni biblici tradizionalmente cari ai Templari) come «un secondo Maccabeo o Giosuè». Più importante, tuttavia, è la proclamazione dell’indipendenza della Scozia e la notevole e sofisticata modernità con cui viene definito il rapporto tra il re e il suo popolo….Bruce, in altre parole, non era re per «diritto divino», ma solo in rapporto al vincolo di assolvere i doveri inerenti al suo ufficio. Nel contesto dell’epoca era una definizione insolitamente progredita della sovranità”. [4]

    Otto anni dopo la rivolta dei Covenanters, alla morte sul patibolo di Carlo I, Carlo II venne proclamato re di Scozia. Arrivò nel paese nel 1650, accettò il Covenant e, nel 1651, venne formalmente incoronato a Scone, località dove risiedeva la pietra sulla quale sedevano i re per ricevere, con un simbolico sposalizio di origine celtica con la terra, la legittimazione della Dea Madre e della tribù. In seguito, il suo esercito fu sconfitto da Cromwell e Carlo II fu costretto all’esilio in Francia fino alla restaurazione nel 1660.

    La tolleranza religiosa che abbiamo udito nelle formule della cerimonia evocano una tradizione che risale a Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra, successore di Carlo II e ultimo regnante della dinastia Stuart prima dell’avvento, nel 1714, degli Hannover, il quale emanò per iscritto una “Dichiarazione per la libertà di coscienza” (4 aprile 1687) nella quale proponeva la libertà religiosa per tutti.

    “E’ nostra costante e ponderata opinione – scriveva Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra – che la Coscienza non debba essere vincolata, né le persone costrette in questioni di pura religione. La costrizione è sempre stata contraria alla nostra inclinazione, in quanto riteniamo che non sia nell’interesse dei governi che distrugge danneggiando il commercio, spopolando i paesi e scoraggiando gli stranieri. E infine, non ha mai ottenuto lo scopo per cui è stata impiegata…. Dichiariamo quindi che è nostro regale volere e piacere che, d’ora in avanti, l’applicazione di tutte e qualsivoglia sanzioni penali (in materia ecclesiastica) per non andare in Chiesa, o non ricevere il Sacramento o non conformarsi in qualsiasi altro modo alla religione di Stato, o per l’esercizio della religione in qualsivoglia maniera, sia immediatamente sospesa; e l’ulteriore applicazione di dette sanzioni penali è sospesa con la presente dichiarazione […]. E onde evitare che la Libertà ora concessa metta in pericolo la Pace e la Sicurezza del nostro Governo nella pratica della medesima, abbiamo ritenuto opportuno decretare e comandare, e con la presente decretiamo e comandiamo che tutti i nostri affezionati sudditi si sentano liberi di incontrare e servire Dio a loro modo e maniera…”. [5]

    Molti altri aspetti meriterebbero una trattazione attenta, ma quel che vale la pena di sottolineare è che l’incoronazione di Carlo III, anche nel nome, evoca antichi legami, antiche tradizioni, un rapporto con l’inconscio collettivo del popolo dei due regni uniti, con le sue radici celtiche, poi anglosassoni, che ancora oggi si presentano con la forza evocativa dei simboli, perché la storia non si cancella, come vorrebbero gli idioti di quella paccottiglia contrabbandata per cultura che trova alimento nella colonia diventata potenza mondiale senza aver perso il vizio di Oliver Cromwell, oggi trasformato in furore iconoclasta e transumano.

    God save the King, soprattutto se saprà essere un baluardo di radici e di tradizioni contro la stupidità di un mondo che è ammalato di cupio dissolvi.

     

    [1] Federico Krutwig, Garaldea,

    [2] Michael Baigent, Robert Leigh, Origini e storia della Massoneria, Newton Compton

    [3] Come scrive Matteo Passeri (testo in corso di edizione), membro dell’Accademia bardica e druidica italiana “Oltre la Nona Onda” in un suo pregevole studio sul diritto celtico, “la parola “Clann” deriva dal gallese, e significa “discendenza”. Il Clan (o Clann) indica quindi un gruppo di persone vincolate, in primo luogo, dalla discendenza da un antenato comune. Conoscere il Clan System, ossia il “sistema tribale”, è essenziale per comprendere la civiltà celtica in cui giocò un ruolo fondamentale per millenni, essendo il fondamento dei diritti e dei doveri di ciascun individuo.

    Si pone come una organizzazione in parte politica ed in parte sociale, e come unica e vera proprietaria della terra, in forma diretta od indiretta. ….. La terra, unitamente ad altri benefits, costituiva la dotazione assegnata a coloro che ricoprivano cariche ufficiali al servizio della collettività, come i Flaiths (nobili), con precisi obblighi, anche di ospitalità. Solo successivamente tali assegnazioni temporanee acquistarono il carattere della definitività

    Il Clan era un organismo vivente, che aveva la precedenza su tutto e tendeva a regolamentare in modo predefinito il ruolo di ciascun membro al suo interno. Garantiva effettività e concretezza ai generici doveri di solidarietà, protezione dei più deboli, rispetto e mutuo riconoscimento che devono stare alla base di qualsiasi forma di aggregazione sociale. Garantiva la coesione attraverso un sentimento più potente e più puro rispetto a quello, contemporaneo, della Nazionalità”.[3]

    Ogni Tuath era al comando di un Re.

    Scrive ancora Matteo Passeri: “Il termine usato per indicare il RE, in gaelico, è Rig o, talvolta, Cing ed è imparentato con il vocabolo latino Rex o l’indiano Raj, anche se nella società celtica il termine non stava ad indicare la persona cui i sudditi dovevano devozione ed obbedienza ma piuttosto il titolare di una carica elettiva cui veniva delegata la rappresentanza e la protezione del clan”.

    [4] Michael Baigent, Richard Leigh, Origini della Massoneria, Newton Compton

    [5] Citazione in:Laurence Garner, La linea di sangue del Santo Graal, Newton Compton

    Autore

    • Silvano Danesi

      Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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