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TENEBRE E LUCE

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“Il processo, in sintesi, è: il Nulla [Na – Tenebra – zero], contiene l’altra parte di sé, l’Uno [Ka, luce creatrice], il quale dinamizzato nella luce creata [Da] si realizza, per impulso d’amore [Kāma], nel molteplice materiale, caratterizzato dal limite [M]”. Questo scrive il Direttore Danesi, che ringrazio sempre per la sua cordialità e ospitalità, in modo riassuntivo, sulla creazione vedica.
Ma, secondo il mio modestissimo parere, qui si fraintende il concetto di “tenebra”. La tenebra – singolare (!) – è presenza (cfr., a es., “La tenebra divina” di Coomaraswamy). Inoltre, basterebbe qui il detto de lo mio maestro Parmenide a dire che “tutte le cose si chiamano tenebra e luce, tutto è pieno ugualmente di luce e tenebra, entrambe alla pari, nulla pertiene né all’una né all’altra”.
E cioè si tratta quindi di due idee-base assunte per la costruzione del linguaggio umano inerente tuttavia alla conoscenza di ogni cosa, nella propria individualità o singolarità, ma non per altro.
Così che la duplicita’ o separazione – e non viceversa il linguaggio unitario o monistico del logos o scienza epistemica – è viceversa condizione e stato ineliminabile, invece, della politica (cfr., tra i tantissimi, Carl Schmitt). Stato e condizione diversa dalla condizione individuale o “stato supremo” di chi vive il sonno profondo (tenebra) o atman (illuminazione e risveglio consapevole del proprio sé e dell’intero essere). La polis di Platone si fondava sul logos o discorso, mentre quella di Aristotele – conseguente già al fallimento dell’esperienza di Platone (cfr. G. Pasquali, Le lettere di Platone) – intendeva servirsi maggiormente del  rito o rappresentazione, oltre che della distinzione, ritenuta necessaria, di padroni e servi (Politica I, 4-5). A tale proposito, in tempi moderni, il fallimento di Platone sarà quello di Kant; del cui pensiero formale Hegel ripeteva: (come) “la notte (ndr: tenebra) in cui tutte le vacche sono nere”.
Ma, sia Platone che Aristotele, furono consapevoli che sia la parola che il rito, e quindi ogni rappresentazione simbolica, fossero solo strumenti, che avrebbero ceduto il passo, senz’altro, all’uso della Forza. Da Eraclito a Heidegger, il detto ripete che “la folgore domina ogni cosa”.
Si tratta di due piani diversi, differenti, non sovrapponibili: il “divino” e il “politico” . E così abbiamo scritto e ripetuto io e Paola Bergamo in “I sentieri interrotti dell’Europa. Sulla via tracciata da Mario Bergamo”.
Nella città di Dio, la cui più celebre fa seguito ad Agostino, assunta nel canone biblico nel corso del IV secolo (cfr. R. Calasso, Sotto agli occhi dell’Agnello), i “barbari” (diversamente dall’esperienza tentata e tramandata da Alessandro, il Magno, a contatto con i gimnosofisti indiani e induisti) restano fuori dall’oppidum, città latina fortificata, all’interno della quale vivono i “civici” marchiati, all’ingresso della città, allo stesso modo delle bestie.
Scriveva Aristotele: “Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato” (Politica I, 4-5). In modo altrettanto sintetico, e in tempi moderni, occorrerebbe evidenziare che “non esistono le società, esistono solo gli individui” (M. Thatcher).

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