
di Marco Pugliese
Deep state e verità scomode: quando il giornalismo fa la differenza
Il termine Deep State, o “Stato profondo”, nasce in Turchia – dove si parlava di derin devlet – per descrivere quei gruppi di militari, servizi segreti e funzionari che operavano nell’ombra, influenzando la politica reale molto più dei rappresentanti ufficiali. Oggi, il concetto si applica ovunque esistano apparati permanenti e reti di potere capaci di condizionare le scelte di uno Stato senza passare per il voto o la trasparenza.
Il funzionamento è semplice quanto inquietante: strutture come l’intelligence, alti funzionari statali, dirigenti di banche centrali o grandi aziende pubbliche, possono remare contro governi eletti se questi minacciano i loro interessi. Si pensi, ad esempio, a certe fughe di notizie riservate che fanno deragliare una riforma; alle pressioni su un ministro per bloccare una nomina scomoda; alle campagne mediatiche “spontanee” che screditano candidati fuori dal coro. Negli Stati Uniti, lo scontro tra presidenti e agenzie come FBI e CIA è diventato talmente noto da entrare nel dibattito pubblico; in altri casi sono le burocrazie ministeriali o i vertici economici a rallentare o boicottare qualsiasi cambiamento che possa mettere in discussione equilibri consolidati.
In questo scenario, il ruolo dei giornalisti non si limita a informare: diventa fondamentale creare una contro-narrazione, cioè offrire un racconto alternativo e critico rispetto a quello imposto dai poteri forti. È il compito di chi scava sotto la superficie, indaga sulle verità scomode, segue la scia di documenti, testimonianze, flussi di denaro o coincidenze troppo perfette. Un esempio concreto in Italia è la vicenda di Enrico Mattei, presidente dell’ENI negli anni Cinquanta e Sessanta. Mattei osò sfidare i grandi interessi petroliferi internazionali, le cosiddette “Sette Sorelle”, e si trovò contro non solo le multinazionali, ma anche segmenti dello Stato e apparati di potere che preferivano mantenere l’Italia in una posizione subalterna. La sua morte misteriosa e le successive coperture istituzionali sono state al centro di indagini giornalistiche che, a distanza di decenni, hanno alimentato una contro-narrazione rispetto alla verità ufficiale.
Ecco perché oggi più che mai, serve una stampa capace di disturbare il sonno del Deep State, rompendo la cortina di silenzio con coraggio e spirito critico. Solo così l’informazione può essere davvero uno strumento di libertà, e non l’ennesima cassa di risonanza per giochi di potere invisibili.





