Home Opinioni LA BAD GODESBERG ITALIANA E’ ORMAI INDISPENSABILE

LA BAD GODESBERG ITALIANA E’ ORMAI INDISPENSABILE

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di Giuseppe Augieri
 
L’avanzata della destra che continua (meglio dire delle destre, perché a fare tutta una minestra si sbaglia) mette a nudo la sostanziale incapacità di fare opposizione. O forse impossibilità? La mancanza di un programma della sinistra e di un riferimento culturale saldo mi sembra l’anello più debole. Certo: una classe dirigente non all’altezza, un potere della finanza che è sconfinato, il magma sociale in ebollizione, gli equilibri internazionali che hanno preso strade impensabili. Ma il punto di partenza resta cosa proporre in alternativa a quello che propone l’area oggi vincente.
Mi ha colpito l’affermazione di Renzi: uscito dal PD con la sua Italia Viva perché considerava la creazione di un’ulteriore corrente improduttiva di effetti, oggi propone ai “riformisti” di costituire tutti assieme un nucleo forte all’interno del PD: cioè, al di là del nominalismo, una corrente.
Non credo che basti.
Io credo che senza un nuovo Bad Godesberg non se ne esca.
Quel progetto – che corre ormai il rischio di essere, come Ventotene, solo un richiamo ideale più che culturale – va riscritto perché il mondo è cambiato: nei soggetti, nelle condizioni di mercato, negli avversari, nella presa di coscienza popolare, nei nuovi strumenti di aggregazione e di comunicazione. Riscritto, perché forse solo aggiornarlo non basta.
E deve essere altrettanto rivoluzionario. Spazzare via tutti i motivi che hanno portato alla crisi attuale viene prima ancora di sanare le ferite che si sono aperte. Occorre avere coraggio sino al cinismo: progettare il futuro senza far condizionare eccessivamente le soluzioni da adottare dall’attualità negativa è un compito non facile. Ma senza di esso, dove andiamo?
Compito più che difficile. Bad Godesberg fu avversato violentemente, all’epoca, dalla sinistra. “Marx va in soffitta” dissero “Programma opportunista” accusarono. L’idea che si potesse essere di sinistra come partito popolare e non come partito di classe scandalizzò. E poi il rifiuto del metodo rivoluzionario, l’introduzione all’etica cristiana e all’umanesimo, il riconoscimento del libero mercato: anatemi multipli, in Italia, non solo da parte del PCI togliattiano (con immediato “solito” richiamo al rischio neo-nazista). Anche Lombardi ed anche Nenni presero le distanze. Inizialmente anche Saragat. Bisognò aspettare Craxi, il suo richiamo a Proudhon e Bakunin: quasi 20 anni dopo. Ma il patto con il “capitale” che ne derivò ha costituito – con lo snodarsi nel tempo dei governi di Palme-Mitteran-Craxi-Brandt-Shmitd-Suarez-Soares-Blair – le origini del capitalismo democratico come compromesso che ha dato spazio a welfare e crescita economico-sociale. Si, anche errori. Ma abbiamo forse dimenticato cosa si è conquistato? E l’Europa come riferimento culturale nel mondo. Un passo alla volta, come chiedeva Palme.
Oggi tutto questo non c’è più: non il modello di mercati, non la unicità di dominio USA sul mondo, non quel tipo di livello culturale popolare che determina i bisogni fisici, culturali e spirituali. Neanche quel capitalismo c’è più. Va contrattato un nuovo patto, con avversari molto più potenti perché la loro forza dipende dal mondo del lavoro molto meno di prima. C’è un accenno persino di Leone XIV proprio su questo. A maggior ragione le basi ideali vanno rafforzate ma anche rese molto più attente al mutare ed alla mutabilità delle situazioni. Un pizzico di ideologia in meno, un pizzico di razionalità in più pur senza rinunciare a nessuna utopia. Per esempio lavorando per spezzare l’unità delle destre, estrarre da essa la parte più “sociale” e democratica, con essa trovare intese. Discorso lungo, lo capisco. Ma il primo passo è iniziare a discuterne
Io non credo che un’operazione di questo genere si possa compiere, se mai sarà possibile compierla, mantenendo uno schema bipolare della vita politica. A partire dall’Italia.
L’idea di Renzi fa parte delle iniziative che non mi convincono. Bisogna dare un esempio allo scassato socialismo europeo: un invito ai riformisti tutti ad avere la schiena dritta, all’orgoglio del socialismo, al coraggio di rischiare, al non temere le “scomuniche”. Affrontare il giudizio del popolo che si vuole guidare. Perciò caratterizzarsi, avere un proprio programma, rispolverare il dovere del confronto. Riunirsi poi ma solo se utile al progetto.
Per quanto impossibile possa sembrare, il tentativo di una nuova Bad Godesberg va compiuto. Ogni pannicello caldo che si adotti per “sanare il sanabile” invece del rispetto di un programma serve solo a far precipitare le cose più nel profondo. Molti dei disastri che stiamo vivendo vengono proprio da una politica del “turiamo il buco e poi si vede”. Utile forse sul piano elettorale, mortale sul piano della politica come servizio.
Utopia la mia. Forse di più: follia. Ma a me sembra lucida. D’altronde, che altro ci resta?

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