Home Opinioni PERCHE’ I ROMANI GENTILI TOLLERAVANO GLI EBREI E DIFFIDAVANO DEI CRISTIANI

PERCHE’ I ROMANI GENTILI TOLLERAVANO GLI EBREI E DIFFIDAVANO DEI CRISTIANI

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di Frvmentarivs

Gli Ebrei dell’antichità remota non erano “monoteisti” nel senso rigido e astratto che attribuiamo oggi al termine. Non negavano l’esistenza degli altri Iddii — nemmeno degli Iddii di Roma — semplicemente non potevano adorarli, perché legati da un patto esclusivo con Yahweh.
Adorare altri Iddii non era un errore “metafisico”, ma un atto di infedeltà rituale e politica: era rompere il berit, l’alleanza, come una moglie che tradisce il marito.
La parola con cui nella Bibbia si definisce ciò che è proibito è to‘evah, che viene spesso tradotta come abominio. Ma attenzione: nel contesto biblico antico non significa affatto “diabolico” o “malvagio” come nella sensibilità post-cristiana.
To‘evah designava ciò che è inappropriato per Israele, non ciò che è malvagio in sé.
Un atto o un oggetto può essere to‘evah per Israele, ma non per gli altri popoli. L’impurità è rituale, non ontologica.
Per questo motivo, agli occhi dei Romani, gli Ebrei erano certamente strani, esclusivisti, convinti di essere “scelti” pur essendo un piccolo popolo con realizzazioni tutto sommato misere, e spesso disprezzavano apertamente gli altri popoli — ma non cercavano di convertire nessuno.
Erano una religione etnica e arcaica, cosa che i Romani rispettavano profondamente.
Perciò:
– nonostante il loro atteggiamento ostile verso gli altri culti, gli Ebrei non furono perseguitati;
– godevano di statuto legale speciale, anche da cittadini romani;
– erano esentati dal servizio militare, che implicava il Sacramentum (giuramento a Marte e agli Iddii di Roma);
– erano esonerati dal culto al Genio dell’Imperatore — che non era l’imperatore stesso, ma il Nume tutelare che lo guidava.
I Romani non veneravano l’imperatore vivente come un Iddio: disprezzavano chi pretendeva di farsi divino in vita (come Caligola). Veneravano il Genius, la forza sacra che ispirava l’Imperatore e lo guidava nel governo della Patria Romana. Ogni buon patriota doveva culto a questo Genio per il benessere del Popolo Romano.
Per i Romani era naturale pensare che gli Ebrei dovessero lealmente pregare Yahve’ per la salute dell’Imperatore Romano che ne aveva ricevuto il governo, e di conseguenza visto che il messia era politico, vedevano come sovversione il messianismo degli Zeloti.
IL PUNTO DI ROTTURA : PAOLO DI TARSO
Il problema nasce con la predicazione paolina. Paolo trasforma l’alleanza in Cristo in un patto universale, non più legato alla Torah né alla discendenza ebraica:
– tutti possono accedervi, Ebrei e Gentili;
– ma l’unica via è Cristo;
– tutti gli altri culti diventano non solo errori, ma strumenti del Male: gli Iddii degli altri popoli non sono più tollerati, ma diventano spiriti ingannatori, i daimonia.
Il cristianesimo primitivo assorbe lo schema escatologico apocalittico del giudaismo tardo, ma lo radicalizza: non esiste salvezza fuori da Cristo, e tutte le altre vie spirituali sono inganni satanici.
È un’esclusività settaria che pretende validità universale, e in questo rappresenta una rottura totale con la religiosità mediterranea.
E i Romani?
I Romani non capivano il cristianesimo nei termini dell’ebraismo, e non consideravano i cristiani come adoratori di Yahweh.
Nessuna fonte romana antica dice mai che i cristiani venerassero “il Dio degli Ebrei”.
Non troviamo mai affermazioni del tipo “i cristiani adorano Yahweh”. Anzi, per i Romani:
– i cristiani sono una nuova setta, diversa dall’ebraismo;
– appaiono come un culto misterico, fanatico, chiuso;
– non hanno templi, non fanno sacrifici, non onorano gli Iddii pubblici, né il Genio imperiale;
– sono ‘atei’, cioè negano validità a tutto il sistema religioso visibile. Accusa che mai gli Ebrei si presero.
Tacito, Plinio, Svetonio e altri parlano dei cristiani come di una superstizione pericolosa, nuova, irrazionale, talvolta spinta al delirio.
Svetonio, parlando della repressione sotto Claudio, menziona le agitazioni ebraiche “impulsore Chresto” — un riferimento plausibile al fatto che i primi cristiani erano inseriti nelle comunità ebraiche e che già allora provocavano tumulti interni non più solo per motivi politici, ma “per motivo di Cristo”.
È interessante notare che:
– nonostante anche tra gli Ebrei vi fosse chi collaborava con Roma (come i Sadducei), il problema non fu mai la loro fede;
– con i cristiani invece l’inconciliabilità diventava ontologica e permanente.
Il cristianesimo ereditò parte dello schema di demonizzazione sviluppatosi nel giudaismo post-esilico e poi rabbinico: dove gli Iddii degli altri non erano semplicemente “non Yahweh”, ma malvagi o inesistenti.
Questa convergenza tra fariseismo talmudico e paolinismo è importante: entrambi, seppur con esiti opposti, trasformano il politeismo da diversità religiosa in errore ontologico.
Il mondo antico non era compatibile con questa esclusività assoluta.
Gli Iddii mediterranei non pretendevano che tutti li adorassero, e nemmeno Yahweh inizialmente lo pretendeva.
Fu il cristianesimo a introdurre l’idea che “nessun altro culto è legittimo per nessuno” — ed è per questo che i Romani iniziarono a vedere i cristiani non come una religione alternativa, ma come una minaccia radicale.
 
 
 

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  • Redazione

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