
di Marco Sarli
Intreccio morganatico o fratellanza siamese. Una lettura della mossa di Nagel su Banca Generali
Che qualcosa bollisse nella fervida mente di Alberto Nagel, da più di vent’anni al vertice operativo di Mediobanca, tutti un po’ se lo aspettavano, ma l’audacia della mossa comunicata domenica a mercati rigorosamente chiusi ha stupito tutti me compreso.
Uscita pressoché indenne dalla intensissima fase delle privatizzazioni del duo Draghi Prodi negli Anni Novanta, ritagliando per di più ampi spazi per le famiglie facenti parte del salotto buono, Enrico Cuccia era anche formalmente libero dalla presunta presenza delle tre banche di interesse nazionale che, almeno sulla carta detenevano il 56 per cento del capitale di Mediobanca ma che contavano poco e nulla in virtù del patto segreto con la Banca Lazard. Cuccia continuò a tessere trame più o meno complesse per realizzare noccioli o nocciolini duri composti dalle famiglie di riferimento, acquisendo con poca spesa il controllo inossidabile delle società, spesso monopoliste via via messe sul mercato da Mario Draghi.
Ma il vero punto di forza di Cuccia era quel pacchetto strategico di azioni delle Assicurazioni Generali che, in perfetta sintonia di idee con l’ingegnere Carlo De Benedetti, rappresentante di un congruo numero di facoltose famiglie ebraiche residenti in Svizzera ma non solo, alle quali l’ingegnere rappresentava il valore inespresso delle azioni Generali paragonandole e non del tutto a torto a vere e proprie sterline d’oro.
Pur essendo un corsaro alquanto privo di scrupoli, De Benedetti non si scontrò mai con l’anziano banchiere di Via dei Filodrammatici (oggi Piazzetta Cuccia) e in cambio ricevette più volte appoggio nelle sue numerose scorrerie e, un atteggiamento leale e ben diverso da quello di Raul Gardini, che osò scippare la Montedison sotto il naso di Cuccia.
Non so se Nagel abbia, anche in sedicesimo, le qualità e la spregiudicatezza del banchiere siciliano, ma è certo che sia Geronzi alle Generali che Maranghi in Mediobanca abbiano avuto modo di sperimentare i suoi artigli.
Avendo dedicato dieci puntate consecutive del Diario della crisi finanziaria alle Conseguenze economiche di Silvio Berlusconi, posso dire che non vi siano mai stati episodi di belligeranza tra il Cavaliere e l’anziano banchiere, anche se il primo era ben a conoscenza del forte legame dell’ingegnere con il secondo, ma certamente temeva la forza degli ambienti che De Benedetti rappresentava e che continua a rappresentare.
In un altro articolo su questo stesso Giornale, ho evidenziato come Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri si siano ben resi conto che acquisire, via Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca significava acquisire il controllo tale da garantire il controllo delle Generali e che entrambe le società avevano un valore inespresso tale da consentire un ritorno pari ad un multiplo di quanto sborsato.
Ma in più, la strana coppia ha il sostegno esplicito di quello stesso Governo che ha esercitato pesantemente il Golden Power contro l’operazione lanciata da UniCredit su Banco BPM e che, inoltre, è ancora direttamente presente nella banca senese un tempo fortemente condizionata dalla sinistra.
La stessa forza dell’operazione lanciata da Nagel costituisce un forte appeal per i due pretendenti perché sarebbero determinanti nella più grossa entità per il risparmio gestito in un Paese come l’Italia caratterizzato da una ricchezza finanziaria nettamente sproporzionata rispetto al prodotto interno lordo e non a caso da Siena e’ venuto un via libera alla operazione proposta.





