
Vedere la questione delle trattative in essere tra Usa e Russia con la lente focalizzata sull’Ucraina significa non capire la posta in gioco.
La guerra in Ucraina, con buona pace di Macron, Starmer, Kallas e corifei vari, è ormai giunta alla sua inevitabile conclusione. Potrà durare ancora, ma nel quadro degli accordi che si stanno evolvendo tra Russia e Stati Uniti è un particolare, un pezzo non decisivo delle nuove relazioni che si stanno instaurando.
L’incontro di Giorgia Meloni con Donald Trump, tanto per fare un esempio, non avrà sicuramente come agenda solo dazi e Ucraina ma, probabilmente, energia, Medio Oriente, Africa.
Vedremo dai comunicati ufficiali e da quanto dirà in Italia J.D.Vance nei prossimi giorni quali sono i rapporti reali tra Roma e Washington. In ogni caso l’oggetto in esame è il fronte mediterraneo del rapporto tra Stati Uniti ed Europa. In questo contesto l’Italia può avere molto da dire e molta lana da filare.
Tra Mosca e Washington, invece, i rapporti sono ghiacciati, nel senso dell’Artico, ossia di come i due Paesi gestiranno le vie artiche e le risorse che si celano sotto il manto di ghiaccio del Polo Nord.
Nel ghiaccio polare altri attori, a quanto pare, sono bene accolti se trattano direttamente con gli Usa, senza mediazioni di Bruxelles. E’ accaduto alla Finlandia, che ha realizzato un accordo per la produzione di rompighiaccio anche per Washington.
La richiesta di Donald Trump di annettere o comunque di condizionare Canada e Groenlandia risponde alla logica delle aree di influenza e di sicurezza e, ovviamente, si mette in rotta di collisione con la Danimarca, con i Paesi baltici, che vengono esautorati dall’essere il fronte antirusso e con la stessa Inghilterra (il sovrano inglese è anche re del Canada).

In questa logica il centro Europa, soprattutto l’est Europa, diviene assolutamente residuale, anche per il fatto che l’asse franco-tedesco è stato ed è il maggior responsabile delle politiche demenziali che hanno portato l’Europa al disastro economico e politico. Non solo, ma Francia e Germania sono i due Paesi maggiormente responsabili della deriva cinese d’Europa, alla quale si è associato proprio ora, dimostrando di avere una genialità politica tutta sua, degna da Guiness dei primati, il socialista spagnolo Pedro Sanchez.
La parte centrale del Vecchio Continente, nella percezione che si ha della politica di Trump, è non solo ininfluente, ma da penalizzare.
L’Artico, invece, sembra essere la principale chiave del rapporto che si sta costruendo tra Russia e Stati Uniti.
Le risorse dell’Artico sono vaste e di grande interesse economico, geopolitico e ambientale.
La regione artica, comprendente il Mar Glaciale Artico e le terre circostanti di Russia, Canada, Stati Uniti (Alaska), Norvegia, Danimarca (Groenlandia) e altri, è ricca di risorse naturali, rese più accessibili dallo scioglimento dei ghiacci dovuto al cambiamento climatico.
Le principali risorse sono:
Idrocarburi (petrolio e gas):
Si stima che l’Artico contenga circa il 13% delle risorse petrolifere e il 30% di quelle di gas naturale non ancora scoperte a livello globale.
La Russia, in particolare, possiede la maggior parte di questi giacimenti, con il 30% del petrolio e il 66% del gas artico nella sua Zona Economica Esclusiva.
L’estrazione è complessa e costosa a causa delle condizioni ambientali estreme, ma lo scioglimento dei ghiacci rende queste risorse più accessibili.
Minerali e terre rare:
L’Artico è ricco di minerali come nichel, cobalto, rame, palladio, fosfato, bauxite e terre rare, essenziali per batterie, magneti e tecnologie avanzate.
La Groenlandia possiede giacimenti di terre rare di importanza strategica, potenzialmente tra i più grandi al mondo.
La Russia estrae il 90% del suo nichel e cobalto, il 60% del rame e il 96% del platino dal Circolo Polare Artico.
Risorse biologiche:
Il Mar Glaciale Artico ospita il 15% delle risorse ittiche mondiali.
Rotte marittime:
Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali, come la Northern Sea Route (Passaggio a Nord-Est) e il Passaggio a Nord-Ovest, che riducono i tempi di navigazione tra Europa, Asia e America. La Russia controlla gran parte della Northern Sea Route, strategica per il trasporto di merci.
Queste rotte sono economicamente vantaggiose ma presentano sfide logistiche e ambientali, come l’impatto delle emissioni e la necessità di navi rompighiaccio.
La “corsa all’Artico” vede protagonisti Russia, Stati Uniti, Canada, Danimarca e Cina (osservatore al Consiglio Artico), con interessi economici e strategici. La Russia è in vantaggio per la sua vasta costa artica e infrastrutture militari.
Per approfondire, si possono consultare fonti come il Consiglio Artico (https://arctic-council.org/) o studi dell’US Geological Survey.
Se guardiamo la Terra puntando l’obiettivo sull’Artico ci rendiamo conto che i due maggiori protagonisti, che possono essere competitori, antagonisti o collaboratori e addirittura soci in affari sono la Russia e gli Stati Uniti.




Da qui la posizione strategica dell’Artico nei rapporti con la Russia, che può diventare a tutti gli effetti di collaborazione nello sfruttamento delle risorse e nella tenuta in sicurezza delle vie marittime, ma che presuppone una chiara definizione delle zone di influenza.
L’Artico è, da questo punto di vista, un elemento fondamentale del rapporto Usa Russia, in quanto una precisa definizione delle zone di influenza e una possibile collaborazione nella gestione delle risorse e delle vie di comunicazione implica il depotenziamento della russofobia dei Paesi baltici e dell’Inghilterra, che con i Paesi baltici ha stabilito un rapporto preferenziale.
Una coesistenza nell’Artico implica anche che il baltico non sia più il lago della Nato, ma un mare aperto e percorribile tranquillamente anche dalla flotta russa.
Nella trattativa ghiacciata l’Ucraina è del tutto residuale. Se ne faccia una ragione la Kallas, che probabilmente, se gli accordi giungeranno a buon fine, dovrà cantare in inuit.





