di Vito Schepisi
Le vicende della politica in Italia sono tanto articolate e strane che a volta capita che si debba ricorrere alla saggezza dei pensatori per capirne il senso.
Questa volta è a Socrate che ci riferiamo, per quel “tanto tuonò che piovve” che può rivelarsi come sintesi dell’apertura d’un processo, quello di Visibilia, in cui è coinvolto un membro del Governo in carica, l’On. Daniela Santanchè, Ministro del Turismo.
Per la cronaca – perché è l’utilità del Paese che più deve interessare nell’attività d’un Ministro – sembra che il Ministro Santanchè stia anellando con la sua attività di Governo, nell’interesse dell’Italia, un successo dietro l’altro.
Il Turismo è fonte d’ossigeno per i conti pubblici, ed i flussi stanno aumentando a vista d’occhio, alimentando Pil, gettito fiscale ed occupazione.
Un processo il “Visibilia” che fino ad ora s’era animato, per effetto della speculazione mediatica, più sui media e sui talk-show, che non nelle aule dei tribunali.
La strumentalizzazione politica, come le condanne preventive, sono in evidente contrasto sia con le ragioni universali dei diritti degli esseri umani e sia con la nostra Costituzione che stabilisce che si debba essere ritenuti innocenti sino a sentenza definitiva.
Il diritto di non dover subire preventive campagne d’odio, e di non essere fatti oggetto di odiose campagne di strumentalizzazione politica è un valore di civiltà che ha valenza universale.
«Una volta questo processo sarebbe stato dichiarato nullo».
Con queste parole il Presidente del Tribunale di Roma ha aperto il processo “Visibilia”.
L’osservazione, arrivata di schianto, ha mandato in corto circuito coloro che dai banchi dell’accusa (fuori e dentro il Tribunale) puntavano il dito contro il Ministro del Turismo, ‘colpevole’ solo (almeno per ora) di far parte della maggioranza di Governo che ha vinto le ultime elezioni nel settembre del 2022.
Questo Governo di centrodestra è diventato l’ossessione sia dell’opposizione e sia d’una parte della magistratura che reclama la pretesa di ‘giudicare’ anche le scelte politiche del Paese.
“Nel fascicolo del dibattimento – ha proseguito il Presidente del Tribunale – non abbiamo trovato nulla, a partire dai corpi di reato e dai bilanci che sarebbero stati falsificati”.
«Non c’è il corpo del reato!»
La dichiarazione a sorpresa è stata come un pugno sul naso che arriva all’improvviso.
«Abbiamo letto i capi di imputazione e siamo davanti a questioni che una volta avrebbero portato alla nullità del decreto di rinvio a giudizio… Adesso la Cassazione dice che il tribunale deve sollecitare e noi lo facciamo».
«Ebbene – prosegue il Giudice seduto sulla sedia più alta dell’aula – sarebbe opportuno che l’imputazione venisse riformulata distinguendo anno per anno i bilanci, indicando anno per anno quali voci si sostiene che siano formulate in modo non corretto».
Questi i fatti e se ne riparlerà nell’udienza successiva già fissata per il prossimo 13 maggio.
La presunzione d’innocenza vale per tutti, anche per chi non riscuote simpatie o per chi non nasconde il suo disappunto per le semplificazioni giudiziarie di quella fascia giustizialista che condanna il “nemico” politico anche a dispetto d’ogni legittimità giuridica.
In Italia, le condanne (inappellabili, perché distruggono la vita delle persone ancor prima di un giudizio di merito) arrivano soprattutto dalle prime pagine dei giornali o dalle manipolazioni mediatiche di alcune trasmissioni televisive, che non dalle sentenze dei tribunali.
Tutti ignorano o fanno finta d’ignorare che la giustizia umana, con le sue implicazioni sociali, s’esprime solo nelle aule dei tribunali, e dopo un “giusto” processo.
L’attività giudiziaria dev’essere una garanzia per la legalità e per la sicurezza dei cittadini, non lo strumento di rivalsa della lotta politica, perché la giustizia non può essere uno strumento d’aggressione contro gli avversari che non si riescono a battere nelle urne.




