
di Paolo Raffone
L’attuale sistema internazionale si è sviluppato in base a due principi che furono stabiliti tra l’Impero asburgico e il re di Francia dopo decenni di guerre e per mettere fine alla sanguinosissima guerra dei Trent’anni. Oltre a regolamentazioni ecclesiastiche che separavano la fede del sovrano da quella del suo popolo, furono stabiliti il principio di autonomia della sovranità e quello di rispetto dell’integrità territoriale sulla quale è esercitata la sovranità. Fu così che nel 1648 nacque un nuovo ordine fondato sul reciproco riconoscimento tra i sovrani europei (assoluti), incluso il pontefice romano. Gli accordi di Vestfalia costituivano un codice di condotta tra le oligarchie di potere, i sovrani, che per un secolo e mezzo garantì una relativa calma nelle relazioni tra i regnanti. Tuttavia, l’assolutismo dei regnanti non riuscì ad impedire la trasformazione della società indotta dallo sviluppo economico, commerciale e dalle innovazioni tecnologiche. La sovranità popolare si impose nella rivoluzione inglese che nel 1649 decapitò Carlo I Stuart mettendo fine per sempre all’assolutismo ma non alle tendenze reazionarie e conservatrici. Più di un secolo dopo, la sovranità popolare francese insorse in una rivoluzione caotica che decapitò il sovrano assolutista Luigi XVI ma fu seguita dall’assolutismo “illuminato” di Napoleone. Le imprese napoleoniche rimisero in discussione l’ordine vestfaliano, ma si conclusero con la sconfitta dell’autoincoronatosi Imperatore. I sovrani riuniti a Vienna nel 1815 decisero la Restaurazione dell’assolutismo e dell’ancien regime che, nonostante alcune concessioni sociali e più o meno liberali, rimase la forma di governo che si suicidò nello scontro tra sovranità europee all’inizio del XX secolo.
Con la pace dettata dagli americani nel 1919 e con la successiva sconfitta delle imprese egemonico-imperiali tedesche nel 1945, nacque un nuovo sistema internazionale che solo nominalmente conservava i principi vestfaliani di sovranità e integrità territoriale. In realtà, già nel ’19 (Versailles), ma in modo più esplicito nel ’44 (Bretton Wood), il nuovo ordine introduceva principi di sopranazionalità e di extraterritorialità che in nulla somigliavano all’ordine vestfaliano.
La sopranazionalità ha caratterizzato l’evolversi degli Stati europei da Bretton Wood fino all’Unione europea (2009) e ai trattati sul MES e sul bilancio nel 2012. Alla sovranità popolare rinchiusa nelle procedure elettorali per la rappresentanza politica in delimitati territori fisici (gli Stati) è stata sovrapposta l’anonima omogeneità di regolamentazioni e norme tecnocratiche tanto efficienti quanto inderogabili.
Gli Stati Uniti d’America, dall’iniziale Trading with the enemy act del 1917, con la fine della Guerra Fredda (1991) hanno ampliato costantemente l’ambito del diritto extraterritoriale: Sherman Act (proibisce condotte anti-competitive) del 1890 aggiornato con il Foreign Trade Antitrust Improvements Act (FTAIA) del 1982; Cuban Liberty and Democratic Solidarity (Libertad) Act del 1996; Iran and Libya Sanctions Act (ILSA) del 1996; Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) del 1997; USA Patriot Act del 2001; Sarbanes–Oxley Act del 2002; Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA) del 2010; Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act (CLOUD Act) del 2018.
Gli Stati europei e l’Unione europea hanno iniziato a sviluppare qualche legislazione extraterritoriale solo a partire dal 2010: il più importante è il Regolamento sulla protezione dei dati (GDPR) del 2016 e più recentemente i pacchetti di sanzioni (embargo) contro paesi terzi e il Regime globale in materia di diritti umani del 2021.
Nel 2018, la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale della Francia scriveva in un documento ufficiale che l’extraterritorialità “si traduce in un’ampia varietà di leggi e meccanismi legali che danno alle autorità statunitensi la capacità di assoggettare le società straniere ai loro standard, ma anche di catturare il loro know-how, di ostacolare gli sforzi di sviluppo dei concorrenti delle società americane, di controllare o monitorare le società straniere problematiche o ambite, e così facendo generare entrate finanziarie significative”.
Appare chiaro, quindi, che, sin dall’inizio il progetto degli Stati Uniti con la loro appendice europea fosse di assoggettare l’intero pianeta agli standard americani. Progetto in parte ritardato dalla Guerra Fredda. La globalizzazione clintoniana null’altro era che un paravento commerciale con il quale gli americani avevano pensato di governare il mondo (sottomettendolo). Non è andata come speravano. La Russia sta reagendo militarmente dal 2008 per difendere i propri interessi e la propria autonomia di Stato sovrano. La Cina conquista sempre più mercati e minaccia risposte militari in caso di interferenze americane nei suoi affari interni, che includono anche Taiwan.
Non è bastata l’esplosiva presidenza Trump (2016-2020) a riportare gli americani su un piano di razionalità che riconoscesse la realtà. Con la presidenza Biden, hanno continuato sul piano inclinato. Adesso, in vista di elezioni presidenziali che saranno epocali per gli Stati Uniti nel 2024, per bocca di Jake Sullivan, puro prodotto dell’establishment, consigliere della sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, in un recente discorso sul «Rinnovamento della leadership economica americana», sembra che ci sia un’abiura del paradigma dell’ordine internazionale fondato sulle regole, la libertà e la democrazia: «l’idea che l’integrazione economica avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte e l’ordine globale più pacifico e cooperativo – che portare paesi nell’ordine basato sulle regole li avrebbe incentivati a aderire a quelle regole. Non è andata così», dice Sullivan. E specifica: «l’integrazione economica non ha impedito alla Cina di espandere le sue ambizioni militari» o «alla Russia di invadere i suoi vicini democratici». È il fallimento della logica dell’americanizzazione. È il fallimento dell’economicismo, la fantasia di sostituire l’arte di governo (la geopolitica) con l’approccio contabile.
L’Unione europea ha già dimostrato la propria nullità politica e geopolitica. Quindi, rimane la speranza che i singoli Stati europei abbiano un momento di riscatto, di orgoglio, e si riapproprino della propria autonomia sovrana, liberandosi dall’abbraccio mortale e neocoloniale transatlantico. Riconoscendo la realtà multipolare ed essendone attori senzienti e coscienti gli Stati europei possono giocare un ruolo fondamentale per il benessere dell’umanità. Un ruolo che non può che essere quello di sistemi multi-agente inseriti in un più ampio sistema multi-agente.





