
Putin e Trump, un caffè a Berlino, non è il titolo di un film di spionaggio, ma la metafora di una possibile realtà che si sta evidenziando sotto i nostri occhi, come la composizione di un puzzle che, all’inizio, sembra del tutto incomprensibile e, poi, prende forma.
Un amico mi dice che potremmo vedere ancora i russi a Berlino. Credo sia possibile, non con i carri armati, ma con il gas, come è stato per molto tempo, ma questa volta in compagnia degli americani, come al tempo della seconda guerra mondiale e prima della Guerra Fredda. Questa volta non ci saranno gli inglesi e i francesi. Partita a due.
Il Financial Times ha riferito, domenica, di colloqui in corso tra Mattia Warnig, ex amministratore delegato della società Nord Stream 2 e alcuni investitori americani per acquistare il gasdotto e continuare a rifornire la Germania di gas di Gazprom.
Bild ha parlato di colloqui segreti in Svizzera con la partecipazione dell’ex ambasciatore statunitense in Germania Richard Grenell.
Secondo La Verità, che alla questione ha dedicato un ampio servizio di Sergio Giraldo, dietro o dentro la società americana acquirente il gasdotto ci potrebbe essere Stephen P.Lynch, uomo d’affari con solidi legami in Russia e finanziatore di Trump.
La notizia è di quelle che, anche se il puzzle non è completo, ci fa già capire come sarà.
La Germania è sempre stata, nel secolo scorso, il problema dei problemi per tutti gli Stati europei. Due guerre mondiali non sono state sufficienti a calmare le ansie egemoniche tedesche e con l’Unione Europea uscita da Maastricht, l’ex Rdt Angela Merkel, ha tentato di istaurare il IV Reich economico, basato sul gas russo a poco prezzo e sul lavoro dei lavoratori cinesi, delocalizzando le industrie. Un progetto egemonico teutonico che si è completato in Europa con la nomina di Ursula von der Leyen, la quale, con piglio dittatoriale, oggi pensa di imporre a tutti il riarmo europeo così come lo vuole il suo burosauro (sturmtruppen) di Bruxelles. Vedi in proposito l’ottimo articolo di Paolo Raffone, il quale esordisce dicendo: “Una signora tedesca con una tradizione personale e familiare reazionaria occupa una posizione apicale europea e decide da sola di “Rearm Europe” proponendo una spesa di 800 miliardi di euro. Si tratta di un sotterfugio reazionario sul quale le vere “destre” non sono affatto convinte. Si tratta di un colpo micidiale alla credibilità del progetto di unità europea e al concetto stesso di Europa nato dopo il 1945. Si tratta di un’espropriazione violenta e radicale dei diritti democratici, sociali, ambientali e di sviluppo umano ed economico. Si tratta di ipotecare il futuro delle giovani generazioni europee con una decisione presa da vecchi reazionari senza alcuna consultazione”.
Vedi anche Lucio Leante, il quale scrive: “La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen ha presentato un piano di aumento delle spese militari di un +1,5% l’anno per complessivi 800 miliardi in 4 anni (650 a carico dei 27 stati dell’UE e 150 a carico delle casse europee) senza precisare gli obbiettivi”.
Si capisce, evidentemente, che rimettere in moto la Germania, ora che Sholz è fuori gioco, significa ridarle il gas, ma con il tubo sotto controllo del fornitore (Putin) e del commerciante (Trump). Una riapertura di opportunità di salvataggio del potenziale industriale teutonico che sconterà il ritiro dagli affari cinesi.
Fatta questa necessaria premessa teutonica, è chiaro come il sole (non lo capiscono solo gli idioti e i propagandisti neocon in malafede) che il punto di vista di Donald Trump e di Vladimir Putin è quello di ridisegnare gli equilibri mondiali, rimettendo a posto la Cina, che, in silenzio e con acutezza, mentre gli europei chiacchieravano e i neocon si credevano padroni del mondo, si è espansa in Africa, in America Latina e, grazie alla inettitudine boriosa dei democratici Usa (Nuland, Obama, Clinton, Biden, in combutta con il miliardario Soros, front office della finanza), ha abbracciato troppo strettamente Mosca.
Elementi del puzzle: la fine della guerra in Ucraina, il guinzaglio al collo della Germania, l’acquisto da parte di Blackrock dei due maggiori porti prossimi al Canale di Panama (si trovano alle due estremità) da CK Hutchinson, società che ha base a Hong Kong ed è nelle mani del governo cinese (una vittoria per Trump e un segnale preciso che fa capire come si muove la geopolitica Usa).
La Cina, evidentemente, abbozza, ma non mancano anche segnali che potrebbero cambiare le carte nel Pacifico.
Lunedì l’azienda taiwanese TSMC – Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, tra i più importanti produttori di chip al mondo, ha annunciato che nei prossimi quattro anni aumenterà di 100 miliardi di dollari i suoi investimenti negli Stati Uniti per costruire nuove fabbriche per la produzione destinata al mercato locale: gli impianti saranno in Arizona, con un investimento complessivo di 165 miliardi.
L’annuncio è stato fatto dopo un incontro tra i rappresentanti dell’azienda e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha detto che così sarà evitata l’imposizione di dazi sui suoi chip destinati agli Stati Uniti: saranno prodotti «in fabbriche americane, con competenze americane e lavoro americano», ha detto in una conferenza stampa.
TMSC produce semiconduttori anche in aziende delocalizzate nella Cina di Xi.
Per quanto riguarda le sue operazioni nella Cina popolare (Mainland China), TSMC ha una presenza limitata ma strategica, concentrata principalmente su stabilimenti che producono tecnologie meno avanzate rispetto a quelle dei suoi principali impianti a Taiwan.
TSMC China Company Limited (Shanghai) – TSMC gestisce una fabbrica a Shanghai, situata nel distretto di Songjiang. Questo stabilimento, operativo dal 2004, è una fonderia di wafer da 8 pollici (200 mm) focalizzata sulla produzione di chip con tecnologie mature, come i processi a 0,18 micron e superiori. Non produce i chip più avanzati (ad esempio, 7 nm o 3 nm), che sono riservati agli stabilimenti principali di Taiwan e, più recentemente, a quelli in costruzione negli Stati Uniti e in Giappone.
TSMC Nanjing Company Limited (Nanchino) – TSMC ha aperto uno stabilimento a Nanchino, nella provincia di Jiangsu, operativo dal 2018. Questa è una fonderia di wafer da 12 pollici (300 mm) che produce chip con processi a 16 nm e 12 nm, tecnologie considerate intermedie rispetto agli standard più avanzati di TSMC. Questo impianto è stato progettato per servire il mercato cinese e ridurre la dipendenza dalle esportazioni da Taiwan, pur rispettando le restrizioni imposte da Taiwan e dagli Stati Uniti sugli investimenti in Cina per tecnologie all’avanguardia.
Il governo taiwanese impone regolamentazioni severe sugli investimenti delle sue aziende tecnologiche nella Cina popolare, per evitare il trasferimento di know-how critico. Di conseguenza, gli stabilimenti di TSMC in Cina si concentrano su tecnologie meno avanzate (legacy technology), mentre i processi all’avanguardia (5 nm, 3 nm) rimangono a Taiwan o vengono trasferiti in Paesi alleati come gli Stati Uniti e il Giappone.
E’ chiaro che un trasferimento di produzione negli Usa riguarderà la parte tecnologicamente più avanzata e fa capire alla Cina che le sue pretese su Taiwan, al netto dei discorsi patriottici, potrebbero risolversi, dal punto di vista delle tecnologie avanzate, in una fallimento totale.
Rimane, ovviamente, in essere la questione dell’accesso all’Oceano Pacifico da parte di Pechino, ma questa è una questione che vedrà gli Usa decisamente ostativi.
Il punto di vista degli europei, in questo contesto, è quello di una gabbia di matti rissosi o di un manicomio gestito dai degenti; è un punto di vista psichiatrico.
Lasciamo perdere, per evitare acidità gastrica al lettore, le esternazioni dei leaderini e andiamo direttamente alla bozza in preparazione per l’incontro di domani dei 27 Paesi dell’Unione convocati per decidere (parola grossa per gli europei) cosa fare con l’Ucraina.
Nella bozza che gira si legge: “La pace deve rispettare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”.
La dichiarazione è stata aggiunta rispetto alla versione precedente. Il nuovo testo raccomanda anche “di aumentare la pressione sulla Russia per indebolirne la capacità di continuare a condurre la sua guerra di aggressione”.
In un altro passaggio, si legge: “L’Unione Europea continuerà a fornire all’Ucraina un sostegno finanziario regolare e prevedibile” e nel 2025 “fornirà 30,6 miliardi di euro, con esborsi dallo strumento per l’Ucraina che dovrebbero raggiungere i 12,5 miliardi di euro e con esborsi di 18,1 miliardi di euro nell’ambito dell’iniziativa del G7”.
Un portavoce della Commissione europea ha aggiunto: “Per quanto riguarda Starlink, stiamo lavorando duramente su Iris2, che sarà pienamente operativa solo nel 2030. Nel frattempo, stiamo mettendo a punto una soluzione alternativa, la cosiddetta GovSatcom, che consiste sostanzialmente nel mettere in comune e condividere le capacità satellitari esistenti all’interno degli Stati membri. L’Ucraina ha espresso il suo interesse per i vantaggi di GovSatcom e stiamo attualmente esaminando la questione”.
Che fare? Ridere? Piangere? Mandarli, quelli di Bruxelles, a scopare il mare, ad asciugare gli scogli, a pettinare le bambole?
In Italia, per queste opzioni, ci sono validi consulenti a sinistra.





