
di Marforius
In questi giorni si fa un gran parlare dello sciopero dei magistrati, e, come sempre, l’italico animo divisivo riaffiora come d’incanto, con nugoli di guelfi e ghibellini, pronti a tifare per una parte o l’altra, spesso senza cognizione di causa, mostrando, anche per la loro reale inconsapevolezza, di essere in realtà l’equivalente dei volatili di bassa corte del celebre Renzo di manzoniana memoria.
Cerchiamo allora di riflettere, senza dogmatismi aprioristici, analizzando vari profili di questa delicata tematica.
La Costituzione riconosce il diritto di sciopero statuendo, con l’articolo 40 della stessa, che il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. Una previsione semplice, che riconosce il valore fondante di tale diritto, e che stabilisce, altresì, che lo stesso può essere esercitato nei limiti delle regole disciplinate dal legislatore.
Ciò premesso, è comunemente inteso che lo sciopero può essere considerato come una un’astensione dal lavoro, da parte dei lavoratori subordinati, volta a sostenere determinate rivendicazioni, sia nei confronti del datore di lavoro, sia di altre controparti, le quali possono essere le associazioni datoriali, come nel caso degli scioperi proclamati per sostenere i rinnovi contrattuali, ovvero il governo od altre istituzioni, qualora l’obiettivo sia, ad esempio, di natura previdenziale, sociale e fiscale.
Pertanto, come suffragato anche da una ampia giurisprudenza, lo sciopero appare legittimo, anche allorché non sia correlato alla richiesta di incremento delle retribuzioni e di miglioramenti della normativa: il che sta, altresì, a significare che il diritto di sciopero è esercitabile al fine di ricercare un generale miglioramento dei diritti dei lavoratori dipendenti.
In quest’ottica, è stato ritenuto legittimo, peraltro, lo sciopero di “protesta”, lo sciopero di “solidarietà” e lo stesso sciopero “per finalità politiche”, purché non diretto a sovvertire l’ordinamento costituzionale, ovvero ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi attraverso i quali si esprime la sovranità popolare.
Tornando all’argomento dal quale è derivata questa riflessione, in considerazione di quanto sopra, lo sciopero dei magistrati è parso clamoroso, fermo restando che gli stessi, seppur dediti a una funzione certamente speciale, per non dire addirittura sacrale, comunque hanno il diritto di tutelare i loro interessi economici e di ricercare le miglior condizioni contrattuali possibili.
In questo caso, però, la rivendicazione non riguarda gli assunti sopra cennati, ma riguarda il preteso diritto di stabilire quali debbono essere le norme che disciplinano l’ordinamento giudiziario, segnatamente la previsione di due ruoli o carriere (uno per la magistratura inquirente ed uno per quella giudicante) e le modalità riguardanti la composizione del Consiglio Superiore e la sua “duplicazione”, al fine di poter avere un consiglio dedicato per ciascuno dei ruoli.
Appare quindi evidente che i magistrati, che sono dipendenti dello Stato come tutti gli altri, non hanno titolo a legiferare, cosa che spetta invero ai due rami del Parlamento, i quali sono i legittimi rappresentanti della volontà popolare, espressa dai cittadini elettori con il proprio voto.
Peraltro, il corpus della Magistratura è un Ordine e non un potere dello Stato, al quale compete, certamente nella più assoluta indipendenza, peraltro mai messa in discussione, la verifica del rispetto delle Leggi e l’applicazione delle sanzioni previste in caso di violazione delle Leggi stesse.
E questo è il punto, pertanto non si capisce il perché di tale sciopero, cui si è accompagnata una teatrale protesta, con tanto di esibizione di opuscoli e volantini che fanno riferimento alla Costituzione, la quale dice ben altro.
Eventualmente lo sciopero sarebbe stato molto più comprensibile, qualora fossero stati indicati come obiettivi, oltre a quelli economici e normativo-contrattuali, vista l’inserzia della politica ed anche del CSM, il miglioramento dell’andamento della giustizia, riferito ai tempi, alla verifica dei risultati e al rispetto delle regole, compreso il rispetto del segreto istruttorio, che sovente appare come il segreto di una nota maschera partenopea.
Cercando di farsi una opinione appare difficile non rammentare che, non di rado nell’ambito della magistratura, ci sono state azioni non del tutto ortodosse, basti pensare al cosiddetto “caso Palamara”, senza volersi dilungare ed aggiungere altro.
Come pure, appare utile rammentare che, allorquando il ministro Martelli introdusse le superprocure, per contrastare i fenomeni mafiosi, fu puntualmente avversato da molti magistrati, giusto per riferisi all’attitudine al cambiamento.
Per fare un esempio, terra terra, riguardo questo accadimento, sarebbe come dire che le strategie e l’organizzaione di una azienda o di qualsiasi soggetto vengano decise dai dipendenti e dai sindacati, a prescindere dagli assetti proprietari e dagli organismi titolati a decidere.
Naturalmente la classe politica, o meglio la partitocrazia, non è immune da responsabilità.
Tanto per cominciare i partiti non hanno dato il corretto seguito al referendum, tenutosi nel 1987, riguardo al quale si è votata a larga maggioranza la necessità di introdurre ope legis la responsabilità dei giudici. Cosa che, come noto, è stata poi introdotta in modo attenuato e inadeguato, da un Parlamento pavido e poco rispettoso degli elettori.
Ma la cosa ben più grave riguarda la credibilità dei politici stessi, i quali non mostrano la necessaria autorevolezza, anche per disciplinare in modo serio e rigoroso una materia così delicata, a cominciare dall’introduzione di norme necessarie all’ottenimento di un buon andamento della giustizia, di cui si è fatto cenno.
Da questo discende la pretesa della magistratura, la quale sulla scia di quanto accaduto con “mani pulite”, ritiene il sistema politico, a volte anche non a torto, poco affidabile e dedito a traffici poco commendevoli.
Ma da qui a voler disconoscere al sistema politico, ovvero al Parlamento, il diritto dovere di legiferare ce ne corre. Se ci sono reati i responsabili vengano denunciati, ma questo è un altro discorso.
Per tornare al legislatore, perché non si parla di interrompere la possibilità di avere incarichi esterni, distacchi quant’altro? Come pure, vista la sacralità della funzione, perchè permettere ai magistrati in servizio di candidarsi per ricoprire ruoli politici? Logica vorrebbe, altresì, che una eventuale candidatura dovrebbe essere possibile solo dopo un determinato arco temporale, che decorre dalla cessazione dal servizio.
Come pure, analogamente a quanto accade in atri ambiti, dovrebbe essere assicurata la rotazione delle funzioni e il cambio della sede del lavoro, dopo un certo periodo di tempo.
Ma qui forse stiamo parlando di fantascienza, che certamente a lor signori (tutti) non piace, perché alla fine, sotto sotto, l’efficacia e l’efficienza, nei fatti la vogliono solo i poveri cittadini elettori, che tirano la carretta e subiscono un sistema, certamente non commendevole.
A questo punto il discorso diventa ancor più complesso, dovremmo anche parlare di riforme istituzionali, di modifica della legge elettorale e di altro, al fine di avere una autentica rappresentanza dei cittadini, che con il loro voto possano dare un serio, chiaro e ineludibile indirizzo, che non lascia spazio a capziose interpretazioni e, spiace dirlo, a chi confonde (o forse vuole confondere) ruoli e funzioni.
Come non ricordare il grande Piero Calamandrei allorché ricordava:
“QUANDO PER LA PORTA DELLA MAGISTRATURA ENTRA LA POLITICA, LA GIUSTIZIA ESCE DALLA FINESTRA”.


Marforius, il Marforio del XXI secolo, in omaggio alla celebre statua "parlante" di Roma. Proclama la verità senza filtri ed esprime, in modo sferzante, il malcontento popolare e le proteste politiche e sociali degli italiani verso chi, fingendo di fare gli interessi del Belpaese, fa i propri.


