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Il TANDEM NORDIO E MANTOVANO

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Nordio e Mantovano, sono impegnati, quali ex magistrati, a far tagliare il traguardo alla riforma della giustizia, che si presenta in senso garantista e che va costruita, come ha sottolineato Mantovano, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, in ” maniera graduale “. Quella presentata – sostiene Mantovano, ” è solo un primo passo, quale deciso segnale per ribadire che la politica decide, fa le sue scelte senza mettersi al tavolino e attendere la dettatura da parte delle correnti della magistratura associata, pondera e sceglie senza condizionamenti”.

E’ lo stesso Mantovano, che rivolgendosi a certa stampa , che parla di “allarme democratico”, ribadisce che si tratta di attacchi ingiustificati, eccessivi e infondati. La politica intende assolvere al suo ruolo, senza più cedimenti e paure, ma con il confronto e il dialogo, senza subire alcun ricatto da chicchessia. La riforma ha avuto il sostegno di illustri giuristi come Sabino Cassese, Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick, tutti emeriti ex presidenti della Corte Costituzionale, i quali hanno sostenuto che il ministro “Nordio non sbaglia”.

Giovanni Maria Flick, giunge a dire: ” da giurista vi dico che il problema delle intercettazioni esiste, ne sono convinto da almeno 25 anni. L’abuso nell’utilizzo è sotto gli occhi di tutti e in molte circostanze si è proceduto con il metodo della cosiddetta “pesca a strascico”, senza ancora aver determinato di quale reato si volesse accusare qualcuno. Nella intervista alla Stampa, Flick sottolinea che sono in gioco diritti fondamentali (la riservatezza, la sicurezza, la libertà personale e il diritto di cronaca ).

A tal proposito, Flick ha sottolineato che quando tali diritti si comprimono, per legge e con provvedimenti dell’autorità giudiziaria, “si devono rispettare i criteri di proporzionalità e adeguatezza”. Per Flick, ex ministro alla giustizia del governo Prodi, lo strumento penale serve a punire i fatti criminali avvenuti e di cui si abbia notizia, non per reprimere e risolvere fenomeni sociali.

I tre alti giuristi sono concordi nel sottolineare che con la riforma si fanno passi avanti, ma che sono “piccoli”. In questi ultimi tempi abbiamo assistito a casi giudiziari clamorosi, che dopo una violenta gogna mediatica e il tritacarne della giustizia, il tutto si è risolto in assoluzioni con formula piena. Così è stato per la trattativa Stato-mafia, per il caso Descalzi dell’Eni, il generali dei carabinieri Del Sette e il caso di Antonio Bassolino, già sindaco di Napoli, ministro del lavoro e presidente della regione Campania, con 19 processi tutti conclusosi con la motivazione che il “fatto non sussiste”.

Quando la Meloni, ha detto “non sono ricattabile”, ha inteso, forse, far presente che non è più il tempo delle crociate contro la politica. Che bisogna far cessare il continuo scontro politica-magistratura e che ognuno deve assolvere al proprio ruolo, con senso di responsabilità. Bisogna porre fine a errori giudiziari e alle campagne diffamatorie.

Non deve essere più il tempo che evidenziava Craxi, quando sosteneva: “Sono in tanti i giudici che non cercano la verità e la giustizia. Al loro posto hanno cercato soprattutto lo spettacolo. Lo spettacolo era indispensabile, serviva innanzitutto a creare popolarità. E la popolarità è necessaria per estendere e rafforzare il potere ben al di là di quello regolato e limitato dalla legge”. Sempre Craxi, affermava che “quando i giudici si proclamano sacerdoti di una “rivoluzione”, quando si appellano ai sentimenti della piazza, la giustizia ha già perso le sue virtù, che sono l’obiettività, la verità, l’equilibrio, la serenità e l’umanità”.

Non è più il tempo di cavalcare l’odio sociale dipingendo i politici come diavoli del male e i magistrati come gli angeli del bene. Tolstoj in “Guerra e pace”, affermava: “dov’è un tribunale è l’iniquità”. Mentre lo scrittore francese, Le Rochefoucould, sosteneva che “nella maggior parte degli uomini l’amore per la giustizia non è altro che il timore di patire l’ingiustizia”.

L’apostolo Matteo ( 5,10) diceva: “Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di questi è il regno dei cieli”. Bisogna evitare che il giustizialismo diventa religione di Stato e che la magistratura sia militante. Che il giornalismo sia d’inchiesta e non ridursi a fare il copia incolla delle veline delle procure.

E a proposito del giornalismo, è doveroso ricordare il pensiero del grande Enzo Biagi, il quale sosteneva: “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”.

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  • Redazione

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