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ENZO TORTORA, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

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di Vito Schepisi

Sono trascorsi 40 anni dal 17 giugno 1983 quando, con clamore e sorpresa, un volto noto della TV, Enzo Tortora, fu investito dall’evento più drammatico della sua vita: l’arresto e l’interesse giudiziario della magistratura italiana.
In questi giorni, in Italia, finalmente, si ritorna a parlare di riforma della Giustizia. In precedenza quando altri ci hanno provato è successo di tutto.
Ripropongo alcune riflessioni da me fatte nel 2012, in occasione dell’uscita sulla RAI d’una miniserie televisiva.

Con la giustizia italiana non è mai possibile capire come va a finire. Niente s’è mai mosso d’un millimetro. Non esistono i concetti di spazio, d’inizio e di fine.
Quello della Giustizia giusta è un processo mai partito: invece di svolgersi, s’involve col tempo.
L’idea è quella d’un congegno diabolico che schiaccia chi si trova nel mezzo.
C’è una fiction in tv che, riprendendo il Caso Tortora, ripropone sempre la stessa domanda.
Tortora dopo anni di persecuzione giudiziaria, già minato nel fisico dalla malattia, ritorna in tv e chiede al suo pubblico: “Dove eravamo rimasti?”
E’ la stessa domanda che la gente si pone dinanzi alle sentenze, dinanzi alla Giustizia spettacolo, al carcere per gli innocenti, alle faide nelle Procure, alle condanne durissime per chi esprime opinioni, all’irresponsabilità di chi usa il potere e l’autonomia giudiziaria per fini diversi dagli atti di Giustizia, all’uso dei pentiti nelle mani di pubblici ministeri che inseguono i loro teoremi.
Tortora è diventato l’uomo simbolo della malagiustizia italiana.
Enzo Tortora era un uomo gentile, un uomo liberale, un padre e un marito esemplare, era un uomo amato dal pubblico per la sua signorilità, era un uomo mite, sincero e leale.
Ma Enzo Tortora era anche l’uomo che la tv di Stato italiana, monopolista e lottizzata, aveva messo in naftalina per anni perché indomabile, perché non plasmabile, perché non assimilabile.
Perché non era un ruffiano!
Era l’uomo sgradito ai partiti, di maggioranza e d’opposizione (a quel tempo il Pci. Ndr), consociati per l’esercizio del potere mediatico-formativo.
Il conduttore di Portobello, fortunata trasmissione televisiva che faceva record di ascolti, aveva la colpa d’essere un uomo libero.
Dove eravamo rimasti?
Caro Tortora, siamo rimasti alla fine perché niente è mai iniziato.
Le motivazioni della sentenza del Tribunale di Napoli che lo condannava nel settembre del 1985 a 10 anni di reclusione sono un capolavoro della letteratura forcaiola:
“L’appartenenza del Tortora alla Nuova Camorra Organizzata è stata provata attraverso le dichiarazioni di Pandico, D’Amico, Federico e, principalmente, di Barra, D’Agostino ed Incarnato.
Tutte queste accuse hanno trovato adeguati e convincenti elementi obiettivi di riscontro. L’attività di spacciatore di stupefacenti (cocaina) del Tortora è stata dimostrata anche attraverso le testimonianze di Castellini, Margutti, Villa e la chiamata in correità di Melluso, tutte prove sorrette da ulteriori elementi di riscontro: il quadro che esce fuori al termine della presente esposizione, ci fa indiscutibilmente vedere la vera faccia di Enzo Tortora, un pericoloso spacciatore di sostanze stupefacenti”.
“Il Tortora ha dimostrato di essere un individuo estremamente pericoloso, riuscendo a nascondere per anni in maniera egregia le sue losche attività ed il suo vero volto, quello di un cinico mercante di morte”.
Dunque, dove eravamo rimasti?
Gli accusatori di Tortora erano criminali incalliti, camorristi, assassini, spacciatori, imputati nello stesso processo, pentiti che si ricordavano i fatti a distanza di tempo, a catena, senza veri riscontri, in contraddizione tra loro e con alcune situazioni oggettive. Alcuni dichiaravano cose inverosimili o incontri con personaggi che erano in posti diversi, alcuni in galera.
Niente! Enzo Tortora doveva essere un mostro, un “individuo estremamente pericoloso”, un “cinico mercante di morte”.
Eppure in una relazione dei carabinieri al processo si leggeva:
“in ogni caso non è emerso alcun collegamento fra il presentatore Enzo Tortora e gli elementi indicati”.
Senza alcun riscontro, è stato condannato ed è stato tenuto in carcere: gli è stata distrutta la vita.
Il colpo di grazia, ancor più mostruoso, gli è venuto dalla gran parte dei suoi colleghi giornalisti, alcuni veri mercanti di morte della giustizia e del pluralismo.
L’uomo s’è trovato improvvisamente isolato, incredulo, afflitto.
A difenderlo in pochi, tra questi da ricordare Giuliano Ferrara, i radicali di Pannella e i liberali di Zanone e di Biondi.
Pannella lo candidò e Tortora fu eletto Parlamentare Europeo.
Tortora rinunciò all’immunità e andò in carcere e, quando la salute iniziò a minarlo nel fisico, ai domiciliari.
Al processo il PM lo accusò d’essere stato eletto con i voti della camorra.
Partì la reazione indignata di Tortora che gridò: “E’ un’indecenza”.
E gli valse un’ulteriore incriminazione a cui il Parlamento Europeo, dignitosamente, all’unanimità, respinse l’autorizzazione a procedere.
Enzo Tortora, innocente, ebbe una condanna a 10 anni di reclusione, andò in carcere e si dimise da Parlamentare Europeo.
E rischiò ancora una nuova incriminazione quando in aula rivolto ai magistrati disse: “Io sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”.
In Appello emersero tutte le falsità e le contraddizioni.
Fu assolto e l’assoluzione fu confermata definitivamente in Cassazione, ma era già troppo tardi.
La sua vita da uomo libero durò molto poco.
Poi non è successo più niente.
Tutto continua sempre come prima nell’Italia gattopardesca.

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