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LA STRATEGIA RUSSA È IL CROLLO DEL SISTEMA

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guerra e pace

Le sanzioni, secondo la vulgata, dovrebbero servire a sfiancare la Russia, provocando al suo interno una crisi di sistema che costringa il Cremlino a chiudere la guerra in Ucraina, concedendo a Kiev la vittoria.

Ovviamente la Russia fa altrettanto, ma con uno sguardo più ampio: far crollare il sistema Zelensky, che non è solo restringibile all’Ucraina, ma si allarga all’Occidente (Nato, Unione Europea, Usa).

Partiamo dal crollo del sistema ucraino, che è il fulcro della strategia. La guerra in atto, per come è condotta, punta a consumare il potere di Kiev, il cerchio magico che sta attorno a Zelensky, per farlo crollare.

Partiamo dal campo. Le forze russe stanno erodendo terreno, centri logistici, villaggi, cittadine. Non sono avanzate strategiche. Sono conquiste tattiche su tutto il fronte che impegnano continuamente le forze ucraine a tappare i buchi che si aprono, consumando mezzi e uomini.

Più di tante chiacchiere parlano chiaro le cartine dell’Isw (Institute for study of ware) che, sicuramente, non è passibile di essere accusato di essere filorusso.

Chasiv Yar Direction February 01 2025Donetsk Oblast February 01 2025

Kursk Direction February 01 2025Luhansk Oblast February 01 2025

Toretsk Direction February 01 2025Velyka Novosilka Direction February 01 2025

Un esempio per tutti è la situazione di Pokrovsk, che i russi si guardano bene dal conquistare direttamente, ingaggiando combattimenti in area urbana, mentre l’hanno accerchiata.

I russi sono riusciti a bloccare il traffico ferroviario e stradale che portava armi e truppe in prima linea e a rendere tutto il settore insicuro. Inoltre, tengono impegnati interi reparti ucraini da mesi, impedendo loro di operare più a sud.

L’accerchiamento di Pokrovsk priva inoltre l’Ucraina del carbone coke necessario per le acciaierie, con il risultato che la produzione di acciaio ucraino è scesa a 1,2 milioni di tonnellate.

Il recente bombardamento di Odessa ricorda agli ucraini che l’accesso al mare potrebbe essere interdetto.

Gli uomini scarseggiano, come dimostrano le follie del cerchio magico di Zelensky di mandare al fronte in fanteria tecnici dell’aeronautica.

Il Kyiv Independent riporta che il piano del comando militare ucraino di destinare personale altamente qualificato dell’aeronautica alla fanteria continua, in quanto i vertici dell’aeronautica militare “obbedendo agli ordini del comando militare superiore, sono pronti a continuare a inviare altri uomini alla fanteria a ondate”.

Secondo il Kyiv Independent, “il trasferimento di circa 5.000-6.000 militari dall’Aeronautica alle Forze di terra è iniziato questo gennaio, anche se è possibile che circa la metà di loro verrà trasferita l’anno prossimo. […] Un altro paio di migliaia di militari erano già stati trasferiti dall’Aeronautica alla fanteria dall’inizio della guerra su vasta scala”.

“Di fronte alle ingenti perdite tra le unità dilaniate dalla battaglia – prosegue il Kyiv Independent – l’esercito ucraino ha trasferito truppe specializzate, come artiglieri, piloti di droni, medici e genieri, per rimpiazzare la fanteria”, causando spesso una carenza di personale nelle unità ora forzatamente smantellate”.

“Nel disperato tentativo di coprire le perdite – scrive il Kyiv Independent-, l’esercito ucraino ha spesso trasferito truppe da altre unità, come artiglieria, personale tecnico, operatori di droni, genieri e medici, alla fanteria, nel tentativo di mantenere la linea del fronte nell’Oblast’ di Donetsk in Ucraina”.

L’ordine, secondo quanto afferma il quotidiano online ucraino Ukrainska Pravda, che ha citato un alto ufficiale dell’Aeronautica anonimo, è stato emanato dal comandante in capo Oleksandr Syrskyi l’11 gennaio.

Gli effetti sono disastrosi. Sempre il Kyiv Independent, scrive che “un militare dell’aeronautica militare ha stimato che tra i ragazzi trasferiti alla fanteria, circa il 40 per cento è stato ucciso e il 40 per cento è rimasto ferito nei primi giorni se inviato direttamente al fronte”.

C’è un’altra follia che contraddistingue l’operato dei comandi militari ucraini ed è la resistenza a oltranza in posizioni disperate che mettono a repentaglio la vita di interi reparti.

A denunciare la situazione è ancora il Kyiv Independent, il quale scrive: Mentre l’Ucraina cerca di mantenere il controllo delle roccaforti della regione di Donetsk, indipendentemente da quanto le truppe russe siano vicine a catturarle, sempre più soldati ucraini ed esperti occidentali sollevano preoccupazioni circa i costi di tali decisioni. Analogamente a quanto accaduto a Velyka Novosilka, le truppe ucraine esauste che difendevano la città di Avdiivka, situata appena fuori Donetsk occupata dai russi, sono state abbandonate dentro e intorno alla città”.

A raccontare la drammatica situazione al Kyiv Independent sono gli stessi militari sopravvissuti. “Due soldati della 110a Brigata meccanizzata separata, che attualmente difende Velyka Novosilka e che sta affrontando una sorte simile – scriveva qualche giorno fa il Kyiv Independent – hanno raccontato di aver dovuto abbandonare decine di commilitoni feriti per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza”.

Che la situazione sia drammatica lo ha detto qualche giorno fa il capo dell’intelligence militare ucraina (Gru), Kirylo Budanov, il quale ha dichiarato che «se non ci saranno negoziati seri prima dell’estate, potrebbero iniziare processi molto pericolosi per l’esistenza stessa dell’Ucraina».

Budanov è il teorico e organizzatore delle spedizioni oltre le linee russe, della guerra all’Africa Korps russo (ex Wagner) in Mali e Sud Sudan, degli attentati contro alti dirigenti russi a Mosca e San Pietroburgo.

Budanov afferma che non è a rischio la guerra, ma «l’esistenza stessa dell’Ucraina» se non ci sono negoziati prima della primavera, significa che l’Ucraina è prossima al disastro.

La primavera è dopodomani. Il tempo stringe.  

A Kiev mancano i soldati, le azioni di reclutamento coatto della polizia in tutto il Paese si fanno sempre più violente.

L’esatto numero di morti e feriti non si conosce, ma se avesse ragione Donald Trump, che ha parlato di 800 mila russi e di 6-7 cento mila ucraini, la situazione sarebbe davvero ormai al collasso.

La Russia ha 146 milioni di abitanti. L’Ucraina ha all’incirca 33 milioni di abitanti. La proporzione percentuale delle perdite è enormemente diversa.

E’ chiaro che, a questo punto, anche il consenso attorno a Zelensky e ai suoi generali si sgretola.

Per Urkainska pravda, da sempre vicina a Zelensky e alla lotta contro l’invasore russo, nel Paese la percentuale di quanti vorrebbero un cessate il fuoco immediato è salita al 50% della popolazione. Sono addirittura triplicati (20%) quanti sarebbero disposti a congelare il conflitto sulle attuali linee del fronte cedendo, di fatto, i territori occupati dal Cremlino.

Questa la situazione in Ucraina.

Per quanto riguarda il sistema occidentale, una prima considerazione fa capire quanto sia compatto.

Nel 2024, l’Unione Europea ha registrato un aumento significativo delle importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia, raggiungendo un record di 16,5 milioni di tonnellate, superando i 15,18 milioni di tonnellate del 2023 e i 15,21 milioni di tonnellate del 2022. Gas liquefatto acquistato principalmente da Francia e Spagna.

Altro che sanzioni. Siamo ovviamente ben distanti dalle quote di gas russo precedenti la guerra, ma, come si vede, quello che esce dalla porta entra dalla finestra.

Come spiega Ispi, solo un terzo delle sanzioni economiche imposte nella storia ha raggiunto i suoi obiettivi. In particolare, l’efficacia delle sanzioni dipende dal fatto che siano non solo forti, ma anche imposte all’unisono da gran parte delle nazioni del mondo, in modo da ridurre la possibilità di scappatoie e partite di giro.

Le nazioni del mondo, questo è stato dimostrato dai fatti, non sono allineate con l’Unione Europea e tanto meno con la Nato.

La conseguenza è che hanno funzionato le triangolazioni.

E qui arriviamo all’altra questione, che riguarda la strategia russa di dividere l’Occidente.

Secondo le analisi dell’Ispi, il governo russo “ha dichiarato che, nel 2024, le spese per la difesa ammonteranno all’equivalente di 108 miliardi di dollari: il triplo del 2021, l’ultimo anno pre-invasione, e il 70% in più rispetto a quanto previsto per il 2023. Per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina, Mosca sembra disposta a utilizzare ogni risorsa disponibile, fra tasse straordinarie e “donazioni volontarie” imposte alle aziende occidentali che lasciano la Russia. Una pressione eccezionale sull’economia, che spiega in parte anche la crescita del PIL russo registrata nel breve termine, ma che costringe il Cremlino a fare scelte molto difficili: cosa tagliare, tra sussidi e welfare”. 

Rimane il fatto che nonostante si trovi ad affrontare uno dei regimi sanzionatori più severi della storia moderna, la Russia ha registrato l’espansione più rapida in oltre un decennio. Nel 2023 la Russia ha registrato una crescita del 3,6% e si prevede che il 2024 il dato precedente.

Nel complesso, le spese annuali per la difesa e la sicurezza in Russia hanno riguardato il 40% delle spese pubbliche e l’8% del Pil.

Si tratta di una cifra elevata, ma ritenuta non insolita per un Paese in guerra. La spesa per la difesa americana, ad esempio, era pari all’8-10% del Pil durante la guerra del Vietnam. Durante la seconda guerra mondiale le grandi potenze hanno destinato il 40-60% della loro produzione economica totale a scopi militari.

Se l’idea di qualcuno era che Putin e il suo entourage potessero essere scalzati, negli ultimi dodici mesi il sistema putiniano ha continuato a mostrare stabilità, anche al di là dei sondaggi che hanno visto il presidente sempre al di sopra dell’80% dei consensi, misurati dal Levada Center.

Rispetto al 2023, con lo scossone della rivolta di Evgeni Prigozhin, il capo della compagnia Wagner che aveva tentato una sorta di colpo di Stato e poi era stato liquidato, il 2024 è stato un anno sostanzialmente tranquillo.

Le alleanze esterne di Mosca hanno retto, permettendo al Cremlino di superare il cordone sanitario eretto sul versante occidentale da Unione Europea, Stati Uniti e G7.

Per il Cremlino la questione non può esaurirsi in conquiste territoriali, ma dovrà concretizzarsi anche in accordi internazionali con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, in una logica multipolare che salvaguardi il giardino di casa russo o, se lo si vuol dire in altri termini, l’area di influenza territoriale di Mosca.

E’ abbastanza evidente che l’interesse di Donald Trump, dichiarato più volte, è di far finire più alla svelta possibile la guerra in Ucraina all’interno di una logica opposta a quella dei neocon globalisti, che ispirano le logiche dell’Unione Europea e degli inglesi, i quali hanno tentato di costituire un fronte interno alla Nato con i Paesi Baltici.

Un fronte delle monarchie europee che sta crollando miseramente di fronte alla realtà.

Che la Nato sia percorsa da fratture interne lo si è visto in questi giorni con l’idea di potenziare la sua presenza militare nell’Artico per convincere il presidente Usa a non insistere con il braccio di ferro sull’isola. Lo riporta il quotidiano tedesco Handelsblatt rilanciando fonti dell’Alleanza.

Un maggiore coinvolgimento degli Alleati potrebbe andare in contro alle esigenze di sicurezza americane nella regione senza intervenire sullo status dell’isola. Questa la versione ufficiale.

La realtà è che per gli Usa la Groenlandia è il luogo del confronto diretto con la Russia, cosa che conviene anche alla Russia, in quanto i due soggetti sarebbero egemoni sull’Artico.

Logica che non va bene agli inglesi e ai loro alleati interni alla Nato.

La vicenda pone un serio problema di credibilità per l’Alleanza.

La Francia, che come sempre fa il pierino da avanspettacolo, aveva discusso con la Danimarca la possibilità di inviare truppe in Groenlandia in risposta alla possibilità che gli Stati Uniti annettessero l’isola.

Non è un caso che Donald Trump non abbia invitato il fabiano Keir Starmer e Emmanuel Macron al suo insediamento e che stia mettendo alle strette il Canada. Lo scontro all’interno della Nato è aperto da tempo, coperto dalle logiche neocon Usa che ora sono perdenti.

Se passiamo all’Unione Europea la situazione è oltre la drammaticità.

Insistere con la continuazione della guerra fino alla vittoria dell’Ucraina, che vorrebbe dire la sperata e improbabile implosione della Russia, fa i conti con qualche problemino al quale gli ormai incapaci a pensare che dirigono quel che resta dell’Unione Europea non vogliono guardare.

Il primo problema è il tempo. Ammesso che la Russia nel 2026 possa entrare in una fase nella quale le sue scorte di armamenti finiscano, così che debba contare solo sulla produzione, se il capo dell’intelligence ucraina, che prende atto della realtà, invoca trattative entro la primavera, cosa fanno i belligeranti di Bruxelles? Pietà.

Secondo problema: le risorse. Se l’Unione Europea a conduzione socialista continua imperterrita a deprimere l’economia dei Paesi, alimentando dipendenza energetica, bollette alle stelle, fabbriche che chiudono, dipendenza dalla Cina, di fronte ad una politica Usa che impone la trattativa e che chiede di aumentare la deterrenza in proprio, cosa fa? Distrugge il welfare? Elimina le pensioni? Impoverisce il popolo? La matematica non è un’opinione. Se aumenti la percentuale sul Pil delle spese militari e il Pil diminuisce perché deindustrializzi sei in mutande.

La guerra in Ucraina avrà, secondo alcuni, messo in difficoltà Putin, ma sicuramente ha messo in vetrina l’inefficienza e le contraddizioni della Nato e l’obsolescenza dell’Unione Europea di Maastricht, nata per fare gli interessi dell’asse franco-tedesco, delle multinazionali, della finanza e costruita come un mostro giuridico e burocratico che sta dimostrando di essere una pietra al collo dei Paesi che la compongono.

L’esplosione delle bollette energetiche è solo l’ultima puntata che sta mettendo a nudo la Commissione a guida socialista (con il Ppe prono e colpevolmente correo).

Nel Parlamento la maggioranza che ha votato Ursula von der Leyen è già in crisi. Nel Consiglio i Paesi a guida di centro destra crescono man mano cambiano le maggioranze. Ultimo arrivato il Belgio, ora guidato da un esponente di Ecr, il partito dei Conservatori del quale è stata fino a un mese fa presidente Giorgia Meloni.

Il tema all’ordine del giorno, per salvare il salvabile e se non si vuole morire affogati, è cacciare i socialisti all’opposizione, compito che spetta al Partito Popolare Europeo e, successivamente, compito che invece spetta agli Stati, rifare dalle fondamenta l’Unione, eliminando il finto esecutivo che è la Commissione.

Finto esecutivo al servizio di finanza e multinazionali.

Tra gli organismi messi in mutande dalla guerra in Ucraina, e non solo, c’è anche la Corte penale dell’Aja che, come ha detto Lucio Caracciolo a La 7, “non se la fila più nessuno”. Altro ente inutile funzionale a logiche politiche, come dimostrano le recenti vicende relative al caso del generale libico.

Bisognerebbe che Donald Trump o Elon Musk distribuissero centinaia di miglia di copie di Guerra e Pace di Tolstoj, per far capire agli adepti della cancel culture che ancora una volta, quando il gioco è alla resistenza (resilienza, nel linguaggio woke) , il generale Kutuzov ha qualcosa da dire.

Kutuzov

Corriamo ai ripari o andiamo tutti dietro alla socialista Ribera? Cacciare i socialisti all’opposizione in Europa è ormai una necessità vitale, tanto quanto lo è quella di mandare a quale Paese, il loro, gli inglesi.

Il Ppe che fa?

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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