
di Angelo Giubilio
In premessa di discorso, diciamo che il termine “Logos (in greco antico: λόγος, lógos, corrispondente al latino verbum e all’ebraico דבר davar) deriva dal greco légο (λέγω), che significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare, e quindi è traducibile come ‘parola’, ‘discorso’, o ‘ragione'” (Wikipedia).
Il legame, perché di ciò essenzialmente si tratta, è senz’altro atavico. Cosa lega l’umano o meglio l'”esperienza” dell’umano all’essere che ci avvolge e ci circonda?
Il termine atavico sta per risalente agli avi o che da essi deriva. E così, risalendo indietro nel tempo, ci chiediamo quale fosse stato l'”inizio”, quell’inizio che ancora, da sempre, determina il legame consustanziale dell’uomo all’essere.
Un legame, che si diceva, non può tuttavia prescindere dall’esperienza che ancora chiamiamo “umana”.
E dunque, nell’ambito della filosofia greca, un “modo” del legame tra l’individuo, ogni singolo individuo e il cosmo.
Senza generalizzare! Perché, altrimenti, cadremmo nell’errore di separare l'”uno” dall'”altro”, dato che il legame è l’esatta misura dell’esperienza, diversa, di ognuno di noi rispetto a tutto ciò che è altro.
Protagora pertanto sosteneva che “homo mensura rerum”, ma, correttamente intesa, l’espressione sta a significare che la “vera” conoscenza è sinonimo dell’esperienza, e quindi la “vera” conoscenza è personale, e per questo, si dice altresì, “intuitiva”.
Ma come, in quale modo, potrebbe un intelletto, che si reputa comune, e pertanto dicesi “umano”, percepire e rappresentare un’esperienza che viceversa è personale (si pensi soltanto al caso della carenza di un intelletto comune minimo), e quindi esclusiva, dell’individuo, di ogni singolo individuo?
Semplicemente: non può!
L’ipotesi della “conoscenza” che assurge a theoria è l’elemento fondante – il fondamento logico, che cioè stabilisce il legame di cui si è detto – del Neoplatonismo.
In proposito, scrive Giorgio de Santillana: “Il simbolo centrale del neoplatonismo è la luce e l’irradiazione; il suo modello (n.d.r.: l’attaccamento al modo) è il numero pitagorico, con una insistenza quasi ossessiva sulla Triade. La sua ‘metafisica della luce’ smaterializza l’universo; ma offre anche all’immaginazione fisica nuove maniere di pensare nei termini di un’energia astratta, incorporea, che tutto permea; essa pone la geometria e il numero tra i misteri più alti del disegno divino” (Le origini del pensiero scientifico, 1966, p.321). Divino, è bene precisarlo, con la lettera “d” minuscola.
Nell’attualità, codesto “modo” di intendere e “vivere” (perché di questo, essenzialmente, si tratta!) la “conoscenza” e rappresentare la funzione conoscitiva trova la sua maggiore realizzazione in ciò che lo stesso De Santillana riassumeva, nella frase finale dell’opera, come “l’avanzata del formalismo meccanizzato e dei dinosauri elettronici” (ibidem, p. 322).
Un processo, ed è qui nel presente il punto di maggiore interesse per tutti, inarrestabile? Assolutamente no!
Per secoli e secoli, il modello “teorico” della conoscenza scientifica – sovraordinato all’esperienza della vera conoscenza “ep(i)stemica” – ha introdotto un rapporto tra l’uomo e la natura diverso da ciò che la filosofia greca aveva inteso sin dall’inizio.
E cioè, scrive ancora De Santillana: “non si tratta(va) di una ricerca di un punto di attacco da cui tentare una manovra di sfondamento, ma piuttosto di un’armonia, di una proporzione, di un ordine complessivo al quale adattare ogni aspetto della realtà fisica” (ibidem, p. 291). In definitiva, pur sempre un modo, e in tal caso, una forma di “adattamento”.
Una medesima forma, ripetiamo di “adattamento”, che sarebbe però sbagliato se fosse intesa solo passivamente.
Anche su questo punto, sempre De Santillana così conclude infatti: “In Democrito, fisico risoluto, troviamo ancora come il bene più alto ‘una mente sgombra da timore’. La parola greca per scienza è episteme, e deriva da un verbo che significa ‘far fronte a’. Questo significato può esser d’aiuto più di molte teorie economiche per spiegarci come mai la scienza in Grecia non andasse soggetta a pressanti richieste di risultati pratici, come invece si è poi sempre verificato dalla Rinascenza ai giorni nostri” (ibidem, pag. 291).
L’antichita’ non usò la macchina a vapore, ma oggi siamo propensi a credere che avrebbe potuto farlo, mediante la scienza di Erone; e quindi, essa preferì attestarsi alla pratica di un’esperienza, senz’altro comune, atavica e quindi consolidata.
E tuttavia, lungo il corso di due millenni circa, si dice e si pensa che questa scelta abbia man-tenuto più agevolmente l’essenza di una relazione, tracciata in una logica di stampo mercantile, che il filosofo Hegel ha definito di “servo-padrone”.
E allora, perché non a(f)fidarci piuttosto alla logica del numero e all'”esperienza” di macchine capaci d’interrompere codesta stessa relazione, mercantile o, come più comunemente appellata, capitalistica?!
L’esperimento siffatto, ri-avviato nel corso del Rinascimento, attraversa tuttavia nel presente una fase che potremmo definire “critica” e che, in definitiva, rinvia all’esperienza piuttosto di ogni singolo individuo; e cioè l’idea di vivere una migliore esperienza che lo vorrebbe estraneo alla somma o massa comune degli individui, e cioè a un supposto processo di massificazione, ora in atto mediante l’uso di nuove macchine. Un andare avanti che importerebbe piuttosto un arresto, non necessariamente un andare indietro, seguendo “la via greca” della scienza epistemica.
Potrà sembravi qui fuori dal presente con-testo, ma non è affatto così: la premier inglese Margaret Thatcher sosteneva che “la società non esiste, esistono solo gli individui”.





