
di Giuseppe Augieri
“Loro dicono 39 e 40 della Costituzione. Ed io rispondo: ed allora anche 46”. Quando Craxi ci espose questa posizione, da lui espressa con forza nel dibattito politico della fine degli anni ‘80, io pensai, come altri, che fosse un modo per rispondere polemicamente alle richieste di un pezzo della DC di “regolamentare” il Sindacato; ed al timore che questo significasse limitare autonomia e libertà sindacali. Ho capito solo più tardi che era tutt’altro: lo stesso Craxi me lo confermò.
Pensare alla sola registrazione dei Sindacati mantenendo un ruolo solo conflittuale con i datori di lavoro sarebbe stata una contraddizione. Pensare ad un assetto dei rapporti nel mondo del lavoro completamente ridisegnata – ma aderente alla linea suggerita ed auspicata dalla Costituzione – poteva fugare ogni dubbio su ipotetiche volontà di “controllo” di una libertà sancita dal primo comma dell’articolo 39 perché avrebbe assegnato al Sindacato una difesa anche istituzionale delle sue prerogative e libertà. La cogestione non come contraltare della registrazione dei Sindacati, ma come strumento per la modernizzazione del mondo del lavoro che si intravedeva in tumulto.
Ragioniamoci sopra. Il punto dirimente continua ad essere quello della cogestione. Gli imprenditori si sono sempre opposti perché, chiaramente, non desiderano far partecipare i dipendenti ai processi decisionali relativi alle loro imprese. Ed i Sindacati non hanno fatto pressioni per l’attuazione dell’art.46 perché hanno preferito mantenere una posizione di netta opposizione rispetto ai datori di lavoro anziché trovarsi nella condizione – ipotetica ma probabile – di condividere con loro alcune scelte aziendali.
Se correttamente, come la dottrina suggerisce e dalla logica giuridica ci si affaccia a quella sociale, l’ attuazione dell’articolo 46 si mantiene in stretta connessione con gli articoli 1, 2, 3, 4, 37, 38, 39, 40, 41, 42 della Costituzione – tutte norme che mirano a realizzare un bilanciamento tra tutela della iniziativa economica privata, tutela del lavoratore e tutela dell’equità sociale – il quadro di riferimento che ne risulta colloca il Sindacato tra i primi tre più importanti corpi sociali intermedi nella struttura dello Stato. Non un corpo sociale “contro”, ma un corpo che contribuisce a determinare istituzionalmente la politica dello Stato.
Dunque 39, 40 ma anche 46. Ancora una volta tanto di cappello al senso dello Stato e ad una idea di socialismo di altissimo profilo. Ragioniamoci ancora.
I vantaggi della registrazione del Sindacato sono molteplici: in primis, l’efficacia erga omnes dei contratti di lavoro da loro conclusi ed il superamento della diatriba sul “diritto alla consultazione “ che resta – nei momenti difficili – contrastato dalla indicazione dell’articolo 49 della Costituzione (sono i Partiti a determinare la politica nazionale). L’antico timore che registrazione dei sindacati avrebbe potuto essere un mezzo di intromissione dello Stato ed avrebbe comportato un controllo degli iscritti ai vari sindacati, con lo sviluppo dell’ informatica è diventata una barzelletta. Qualche critica a questo timore fu avanzata anche da Cofferati. Allora perché no? L’ideologia la fa da padrone, questo è la verità. Nell’esperienza italiana non si è radicata la prassi della cogestione: i ruoli dell’imprenditore e del sindacalista sono rimasti distinti, i rapporti prendono spesso la strada della conflittualità. Le strade di aziende e lavoratori hanno preso vie diametralmente opposte: l’una legata al profitto e l’altra alla strenua difesa del posto di lavoro e del salario come se le due questioni fossero l’una indipendente dall’altra. Non è mai stato vero: oggi sostenerlo sarebbe una eclatante bugia.
Abbandonare convinzioni, atteggiamenti, e lessici che li esplicitano, (il mondo del lavoro è fatto di “controparti”) per tornare a quello che gli stessi lavori preparatori della Costituzione indicano come strada maestra (l’art. 46 è una norma fondamentale poiché volta a realizzare una effettiva elevazione economica e sociale del lavoro, in armonia con le esigenze della produzione) è il segnale prioritario, non unico ma essenziale, per riproporre la credibilità del sindacato tra tutti e in modo continuo, e non solo in chi si trova, nel momento dell’azione di piazza, in difficoltà.
E voglio dire una cosetta antipatica ma assolutamente vera. La credibilità passa, oggi molto più di sempre, per una trasparenza del Sindacato stesso. La attuazione dell’articolo 39 supera obbligatoriamente la mancata regolazione e pubblicità dei bilanci economici oggi sottoposti alle regole delle “associazioni non riconosciute”; evita “antipatiche” discussioni sulla veridicità delle “tessere” rispetto agli effettivi “iscritti”. E fa chiarezza sugli “spin-off” di CAF e Patronati.
O ci si illude che la “questione morale” per come avvertita dalla società civile, riguardi solo i partiti?





