Home Politica estera A TUNISI, L’INSOSTENIBILE SOLITUDINE ITALIANA

A TUNISI, L’INSOSTENIBILE SOLITUDINE ITALIANA

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di Guido Salerno Aletta

Il FMI non riesce a convincere la Presidenza tunisina ad accettare le solite condizioni che pone ai Governi cui eroga finanziamenti volti al risanamento dell’economia: riduzione dei sussidi generalizzati per il calmieramento dei prezzi di prima necessità, revisione del sistema fiscale per una più ampia partecipazione al gettito, riduzione delle spese pubbliche improduttive, riordinamento del sistema delle aziende pubbliche. Le solite privatizzazioni: anche qui, niente di nuovo.

Il prestito del FMI non arriverebbe neppure a 2 miliardi di dollari, una somma cui si aggiungerebbero le risorse promesse di recente dall’Italia e dalla Unione europea, che ammonterebbero a circa 1 miliardo di euro.

Il già fragile equilibrio economico della Tunisia è stato travolto dall’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli importati che deriva anche dalla guerra in Ucraina e dal blocco del turismo internazionale durante il biennio di emergenza sanitaria.

Di impegnarsi a fermare le ondate di clandestini che partono da Sfax, non se ne parla neppure: per Tunisi sono un peso enorme, economico e sociale, e soprattutto una fonte di rischio politico.

C’è un punto che il FMI e l’Unione europea fanno finta di non capire: il dilagare delle migrazioni dalla fascia sub-sahariana, in un contesto di propaganda islamista che tende a sostituirsi alle autorità civili con forme di prelievo destinato al sostegno dei più poveri, rende impraticabili le proposte “mercatiste”.

I costosissimi sussidi generalizzati che calmierano i prezzi dei principali prodotti alimentari sono indispensabili per evitare che le proteste riesplodano incontrollabili, naturalmente fomentate da chi vuole sbarazzarsi del governo in carica: le “primavere” arabe, basate sul ribellismo e tanto entusiasticamente sostenute dalla Vice Presidente americana Hillary Clinton, hanno creato una faglia di instabilità endemica che può essere controllata solo mettendo mano al portafoglio e tenendo stretto il controllo sociale.

Mentre l’Algeria si affida sempre di più alla Cina come partner industriale, chiedendo addirittura di aderire al Gruppo dei BRICS, l’Egitto ha avuto sempre da Pechino cospicui finanziamenti per realizzare il raddoppio del Canale di Suez, che è servito a rendere più veloci e meno costose le esportazioni cinesi in Europa, e per lo sviluppo di iniziative di sviluppo urbanistico al Cairo.

Della Libia è quasi inutile parlare, visto che il processo di riunificazione sembra destinato a non vedere più la luce, con Russia e Turchia che hanno messo piede a Tobruk ed a Tripoli.

Questo è quanto accade alle sponde meridionali del Mediterraneo, per non parlare della fascia sub-sahariana in cui la presenza militare francese trova sempre maggiori difficoltà di impiego, rimpiazzata nella lotta al terrorismo di matrice islamista dai militari russi inquadrati nella compagnia Wagner.

Quanto è sotto i nostri occhi è il frutto di scelte geopolitiche precise.

Quando cadde il Muro di Berlino e l’URSS collassò, l’Europa fece una scelta precisa: aggregare i Paesi ex-comunisti e dimenticare completamente il Mediterraneo, sacrificando l’Italia.

Da Maastricht in poi, tutto si è giocato sull’asse franco tedesco, approfittando dell’isolamento della Gran Bretagna di Margareth Thatcher che aveva avversato con ogni forza il progetto di moneta “unica”, l’Euro, che avrebbe dovuto rimpiazzare le singole monete nazionali, anziché di moneta “comune”, l’Hard Ecu, che avrebbe dovuto aggiungersi.

Anche l’Italia ha fatto di tutto per agganciarsi alle Alpi, per evitare di precipitare nel Mediterraneo, un mare pieno di difetti rispetto alla saldezza dei principi teutonici. Ed abbiamo dovuto accettare una costruzione europea germano-centrica, tutta orientata all’assorbimento dei Paesi ex-comunisti dell’area baltica, slava e balcanica: i loro bassi costi del lavoro, insieme ai fondi europei, hanno esercitato una attrazione irresistibile per le nostre imprese, che hanno delocalizzato in massa.

Mentre noi ci siamo impoveriti, sotto il giogo dell’euro e del debito pubblico, abbiamo contribuito alla crescita economica di Paesi che ci stavano dietro di tante lunghezze.

Nessuna fortuna ha avuto neppure l’Unione Euro-Mediterranea, costituita nell’estate del 2008 sotto l’egida congiunta di Francia ed Egitto, proprio mentre l’Italia stipulava il Trattato di particolare amicizia con la Libia. Fu tutto merito della soluzione della controversia con gli Stati Uniti, che avevano tenuto fino ad allora Tripoli nell’elenco dei Paesi canaglia, sostenitori del terrorismo internazionale: in cambio di un consistente versamento volto ad indennizzare i parenti delle vittime degli attentati. L’Italia di Berlusconi si muoveva in perfetta sintonia con la Presidenza di Bush Jr.

La Storia non si riscrive: ci voleva un’Europa meno ansiosa di diventare un Super Stato, meno presuntuosa a volere a tutti i costi una moneta unica che è fonte di tensioni continue, meno orientata a rosicchiare un pezzo dopo l’altro i Paesi del Blocco di Varsavia, ma più attenta all’Italia ed al Mediterraneo.

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  • Redazione

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