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IL SERPENTE HA DUE TESTE (1) – PEDOFILI O MEMBRI DI UNA SETTA?

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Serpente a due teste

Prendo spunto, per queste riflessioni, da due dati, apparentemente tra di loro distanti e, al contrario, assai vicini: un articolo di S.M., un amico che di ebraismo se ne intende davvero, in tutte le sue pieghe e in tutti i suoi risvolti (https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/opinioni/20176-posso-dire-una-cosa-anchio-please.html) e dalle esternazioni di Elon Musk a Tuker Carlson.

Elon Musk ha concesso un’intervista all’ex anchorman di Fox News, Tucker Carlson, nella quale ha affermato che i miliardari che sostengono e finanziano la campagna elettorale della vicepresidente Kamala Harris, tra cui Reid Hoffman e Bill Gates, temono che Donald Trump possa vincere le elezioni presidenziali e diffondere così la “lista dei clienti” del magnate-pedofilo Jeffrey Epstein, morto per un apparente suicidio nell’agosto 2019 presso il Metropolitan Correctional Center di Manhattan.

Musk ha dichiarato apertamente che “alcuni dei miliardari che stanno dietro Kamala Harris sono terrorizzati da una vittoria di Trump”, in quanto, se Trump dovesse vincere, uno degli effetti più temuti sarebbe la pubblicazione della famigerata lista dei clienti di Jeffrey Epstein, il finanziere legato a uno scandalo di traffico sessuale di minorenni.

Considerato che a gennaio, secondo quanto disposto dalla giudice di New York, Loretta Preska, erano stati desecretati i nomi di persone associate al finanziere Jeffrey Epstein e che alcuni nomi assai noti, come Bill Clinton o il principe Andrea Windsor, sono noti da tempo, è da presumere che il possibile “terrore” di cui parla Elon MUsk non riguardi solo una questione di scandali sessuali, ma qualcosa di ben più inquietante, come potrebbe essere, ad esempio, una setta.

Non sarebbe la prima volta che dietro a partiti e movimenti politici e a blocchi di potere ci siano sette. Il nazismo, ad esempio, si è abbeverato alla Sacra Thule e alle teorie degli Hukley.

Da qui l’esigenza di una riflessione che non ha altra pretesa che quella di mettere in ordine alcuni fatti storici e alcuni incroci significativi.

Carrefour, carrobi, incroci, intersections. Niente di più. Giusto per pensare.

Con Agatha Christie sono però tentato di dire: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Non voglio incorrere negli strali dell’amico S.M. che scrive:” Ma pensate realmente che Soros sia qualcosa di diverso da un front man scelto appositamente per alimentare l’antisemitismo così che non si facciano i conti in tasca a rispettabili monarchi e magnati cristiani che sono azionisti di questa CHOAM (Dune insegna) di satanisti gnostici (loro sì)”.[1]

Pertanto ricorderò solo, a proposito di Soros, quanto scrive Roberto Pecchioli, nel suo “Soros e la società aperta”: “Nasce a Budapest il 12 agosto 1930 da una famiglia della buona borghesia ebraica con il nome di Gyorgy Schwartz. Il padre Tivodor, avvocato, editore, ufficiale dell’esercito asburgico nella Prima Guerra Mondiale, era un appassionato studioso dell’esperanto, la lingua artificiale universale creata alla fine del XIX secolo dall’occultista polacco Ludwik L. Zamenhof. La madre, Erszebet, apparteneva a un’agiata famiglia di commercianti. Gli Schwartz non erano ebrei praticanti, anzi vivevano con fastidio la loro difficile identità. Nel 1936, il vento antisemita soffiava forte sul regno d’Ungheria amputato dopo la guerra perduta dagli imperi centrali, così Tivadar Schwartz mutò il cognome di famiglia in Soros, parola che in ungherese significa successore e in esperanto crescere, salire. Fu forse il padre a instillare per primo nel piccolo Gyorgy il cosmopolitismo e il fastidio per le identità che diverrà uno dei suoi tratti caratteristici. L’occupazione nazista costrinse la famiglia a numerosi spostamenti e il giovanissimo Soros fu fatto passare per il figlioccio cristiano di un collaboratore degli occupanti impegnato nella confisca dei beni della fiorente comunità israelitica. Questa macchia giovanile gli è stata spesso rimproverata, ma non ci sentiamo di addossare particolari responsabilità a un adolescente che cercò senza dubbio di destreggiarsi senza eccessivi scrupoli nella bufera con l’aiuto del padre. Pure, è stupefacente che, in un’intervista al canale Fox News dell’11 novembre 2010, egli abbia considerato quei drammatici giorni “probabilmente il periodo più felice della mia vita”. Si era probabilmente forgiato in quella temperie il carattere di spietato giocatore disposto a puntare tutto pur di aggiudicarsi l’intera posta”.

C’è nella identità di Soros qualcosa che evoca antiche storie. Perché il padre del giovane Gyorgy Schwartz sceglie in cognome Soros, ossia il “successore” (vedi Pecchioli)? Successore di chi? E poi quel vivere con fastidio l’appartenenza, spacciandosi per cristiani, è una vizio antico del frankismo, dove il trasformismo è una delle caratteristiche di fondo della setta fondata da Jakob Frank.

E’ forse qui, mi perdoni S.M., uno dei carrobi?

“Nel 1947 Soros (ancora Gyorgy) – prosegue Roberto Pecchioli – lasciò l’Ungheria per l’Inghilterra, sfuggendo all’occupazione comunista, succeduta a quella tedesca. Si arrangiò con vari mestieri e riuscì nel 1949 ad entrare nella prestigiosa London School of Economics (LSE), l’università d’ élite fondata nel 1895 dalla Fabian Society, il circolo di riformisti britannici appartenenti alla classe dirigente vittoriana, il cui scopo era di costruire per gradi una società socialista.

Ecco il secondo possibile carrobbio, che potrebbe anche giustificare l’idea di S.M. di un front man dietro al quale si muovono altri soggetti, come la Fabian Society (ne parleremo in seguito).

Per l’intellettuale francese Lucien Cerise, Soros somiglia a Parvus, al secolo Izrail Gelfand (1867-1924) il rivoluzionario russo naturalizzato tedesco che ebbe un ruolo centrale nell’organizzare e finanziare, con trenta milioni di marchi oro, la rivoluzione dei Soviet in Russia e fu l’artefice del viaggio in vagone ferroviario piombato che portò Lenin in Russia dall’esilio svizzero nel fatidico 1917. In casa di Alexander Israel Helphand, al secolo Izrail Lazarevic Gel’fand nacqua Iskra, la rivista di Lenin e fu lo stesso Gel’fand a suggerire a Trocky la teoria della rivoluzione permanente.

Non ci occuperemo dell’ebrea Victoria Nuland, che con George Soros ha progettato e guidato la rivoluzione arancione in Ucraina, paese oggi guidato dall’ebreo Volodymir Zelensky.

Paolo Raffone, nel suo articolo pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale (Titolo: “Qualcosa si sta muovendo….senza di noi”)[2], a proposito degli Usa, scrive che i “tre cavalieri dell’apocalisse, i neoconservatori Anthony Blinken (Segretario di Stato), Jake Sullivan (Consigliere per la Sicurezza Nazionale) e Victoria Nuland (acting Vice Segretario di Stato), si trovano nell’infelice situazione di dover giustificare al “commander in chief”, il neo candidato presidenziale Joe Biden, i simultanei fallimenti delle loro politiche”.

Blinken, ci dice Raffone, che “è l’architetto delle pie illusioni americane che immaginano di contenere la Cina, ridurre la Russia a innocua potenza regionale, e mantenere l’egemonia americana in Europa e nel mondo, è discendente di una ricca famiglia ebraica di banchieri ucraini”.

Victoria Nuland, ci dice sempre Raffone, è “discendente di una famiglia ebraica di medici russi”, è “l’architetto del cambio di regime antirusso in Ucraina nel 2014 che ci ha portato fino ai fatti odierni, ed è l’insaziabile sostenitrice del “nuovo secolo americano” (delineato nel 1998 dal marito Robert Kagan)”.

Robert Kagan, ebreo di origine lituana, ex repubblicano, passato a sostenere Hillary Clinton, è uno storico e politologo statunitense, esperto di politica estera, membro del think tank Brookings Institution. Cofondatore del Progetto per un nuovo secolo americano, è membro del Council on Foreign Relations, con sede a New York.

Perché sottolineare l’origine ebraica di Blinken, Nuland e di Kagan e di un ebraismo di origine europea russa, ucraina, lituana?

Perché la diaspora ebraica Usa, in gran parte askenazita progressista, conta all’incirca 6 milioni di persone. E perché, come vedremo, è da quei luoghi dell’est europeo che arrivano gli echi di antiche storie delle eresie e della sette ebraiche, più volte condannate dall’ortodossia, ma radicatesi e intrecciatesi con il mondo dei potenti delle varie correnti del cristianesimo e dell’illuminismo ateo.

Non ci occuperemo di questi signori, ma dell’ebrea Ghislaine Maxwell, amante e paraninfa dell’ebreo Epstein, la quale incarna un incrocio, un’intersezione assai interessante.

La vita di Ghislaine Noëlle Marion Maxwell, rampolla dell’impero dell’editoria britannica, sembra quella di un romanzo sin dalla sua nascita, nel giorno di Natale del 1961. Mentre veniva al mondo in un paesino della Francia, uno dei suoi fratelli finiva in coma per un incidente d’auto, rimanendoci fino alla morte. Ultima di 9 figli, diventò anche la favorita, un dono del cielo ad alleviare un grande dolore. 

I genitori sono la storica francese Elisabeth Meynard e l’editore britannico Robert Maxwell.

Elisabeth Jenny Jeanne Maxwell (nata Meynard ; 11 aprile 1921 – 7 agosto 2013) è stata una ricercatrice francese dell’Olocausto che ha fondato la rivista Holocaust and Genocide Studies nel 1987.

Elisabeth Meynard è stata sposata con il magnate dell’editoria Robert Maxwell dal 1945 fino alla sua morte nel 1991, quando la famiglia è stata messa sotto esame per i suoi affari, in particolare per la sua responsabilità nello scandalo pensionistico del Mirror Group.

Più tardi nella vita, è stata riconosciuta per il suo lavoro come sostenitrice del dialogo intereligios e ha ricevuto numerosi premi tra cui una borsa di studio onoraria dal Wolf Institute di Cambridge.

Elisabeth Maxwell è nata con il cognome Meynard a La Grive, vicino a Saint Alban de la Roche,in Francia, da Louis “Paul” Meynard e Colombe (nata Petel) Meynard.

Paul Meynard era un discendente dell’aristocrazia ugonotta protestante la cui lontana discendenza includeva re di Francia,  mentre Colombe Meynard era una cattolica romana il cui matrimonio con un protestante le costò la scomunica.

Paul Meynard possedeva una fabbrica di tessitura della seta ed era il sindaco del villaggio.

I genitori di Ghislaine la mandarono in Inghilterra all’età di nove anni per frequentare il convento di Nostra Signora della Compassione a Birmingham.

La vita del padre di Ghislaine è stata da romanzo.

Nato da una povera famiglia ebrea cecoslovacca, prima di ribattezzarsi Robert Maxwell e prendere la cittadinanza inglese si chiamava Jan Hoch ed era sfuggito alle deportazioni naziste che sterminarono il resto della sua famiglia.

Dopo essersi unito alla Resistenza, fuggì in Francia e si arruolò nell’esercito britannico combattendo in Normandia e in Germania.

Dopo la guerra si diede un nuovo nome, acquistò una piccola casa editrice di testi scientifici e costruì un impero editoriale di oltre 100 compagnie, tra cui la casa editrice Macmillan e il Mirror Group che pubblicava, tra gli altri, il Daily Mirror a Londra.

Negli Anni ‘80 Robert Maxwell cenava con presidenti e teste coronate.

Ghislaine cresce in questo contesto trascorrendo la sua infanzia a Headington Hill Hall, un palazzo con più di 50 stanze nel Buckinghamshire, non distante da Oxford.

A Oxford Ghislaine si laurea all’inizio degli Anni 80, cominciando a lavorare subito come giornalista per una delle testate del padre.

Diventa presto una delle socialiste più in vista della Londra di quel decennio. Essere socialisti a Londra significa essere prossimi alla Fabian Society.

Partecipa a tutti gli eventi, non manca una festa, ha contatti in ogni ambiente e si muove con disinvoltura tra i personaggi più influenti della finanza, della politica, del jet set internazionale.

Presenza fissa sulle pagine mondane dei giornali, frequenta un conte italiano e fonda un circolo per sole donne, il Kit-Kat Club. Nel frattempo costruisce la sua carriera professionale lavorando a fianco del padre che all’inizio degli Anni 90 la spedisce a New York dove ha appena acquisito il New York Daily News. 

Nel 1991 Robert Maxwell viene trovato morto al largo delle Canarie, poco distante dallo yatch battezzato come la più amata delle figlie, Lady Ghislaine.

Le circostanze della morte non sono mai state chiarite, ma le indagini hanno portato alla scoperta di una grossa truffa che l’imprenditore per anni aveva perpetrato a danno dei suoi dipendenti attingendo ai loro fondi pensione.

Ghislaine se ne torna a New York, affranta per la morte del padre e desiderosa di ricominciare da capo. Affitta un piccolo appartamento, lavora come consulente e tiene un profilo basso. Almeno per i primi tempi.

La relazione con Jeffrey Epstein risale a questo periodo.

Secondo alcuni era stato il padre a farglielo conoscere anni prima.

Per altri le fu presentato a New York durante una festa.

Tra i due è nata un’intesa che non si interrompe neanche quando la relazione sentimentale finisce.

La giustizia americana l’ha dichiarata colpevole, in quanto procacciatrice di giovani donne, molte delle quali minorenni, che Epstein regolarmente stuprava. Secondo l’accusa era lei a occuparsi di gestire gli incontri con le ragazze o addirittura di adescarle.

Ghislaine ha introdotto Epstein nei circoli più esclusivi e lo ha aiutato ad acquistare le sue case più sontuose, occupandosi anche di assumere e gestire il personale: la tenuta in New Mexico, un attico parigino, la residenza più grande di Manhattan e un’isola privata nel mar dei Caraibi.

Lui le regala un grande appartamento in centro a New York che diventa il cardine della vita mondana newyorchese. Alle sue cene partecipano i Kennedy, i Rockfeller, attori e politici, intellettuali. È colta, elegante, simpatica e abilissima nelle relazioni sociali.

Tutto termina nel 2015 quando si comincia a indagare sul caso Epstein e Ghislaine ritiene sia più opportuno tornare al basso profilo dei primi Anni 90. Sparisce dall’orizzonte sociale, si fa vedere poco, vende la casa di Manhattan e si trasferisce nei pressi di Boston. Torna a Londra per alcuni eventi nei quali viene fotografata, ma è l’ultimo guizzo mondano. Nel 2019, quando apprende del suicidio di Epstein in carcere, fa perdere le sue tracce. Smette di usare le carte di credito, cambia spesso numero di telefono, si fa spedire la posta sotto falso nome. Fino al 2 Luglio 2020 quando viene rintracciata e arrestata. La parabola dell’ereditiera dalla vita luccicante ma piena di ombre si chiude. In un cella.

Jeffrey Epstein nacque nel 1953 nel distretto di Brooklyn di New York City da genitori ebrei, Pauline (nata Stolofsky, 1918–2004) e Seymour G. Epstein (1916–1991). I suoi genitori si sposarono nel 1952, poco prima della sua nascita. La madre lavorava come collaboratrice scolastica.

Il cognome Epstein è condiviso da una lunga serie di rabbini ed appartiene, pertanto, alla storia ebraica askenazita dell’Europa orientale.

Non questo il punto significativo che ci interessa.

Il punto significativo che ci interessa, per tentare di capire cosa può nascondersi dietro alle affermazioni di Elon Musk, è che Donald Trump è andato a pregare sulla tomba del Rebbe Menachem Mendel Schneerson.

Rebbe è una parola yddish che significa maestro, insegnante, o mentore e deriva dalla stessa parola in ebraico Rabbi, che è la forma originale in lingua ebraica di “rabbino”, significante “mio maestro”.

Rebbe Menachem Mendel Schneerson, filosofo, mistico e rabbino ucraino naturalizzato statunitense, nato a Mykolaiv il cinque aprile 1902 ed è morto a Brooklin nel 1994, era un maestro.

Menachem M. Schneerson è stato rabbino ortodosso ed il settimo Rebbe, capo spirituale dei chassidim del movimento Chabad ed è stato l’ultimo capo religioso di Chabad-Lubavitch, quinto patri-linearmente dal ramo del terzo Rebbe, che portava il suo stesso nome.

Ha grandemente allargato le attività internazionali del movimento ed ha fondato una rete di istituti in settanta nazioni per diffondere le teorie Chabad di Lubavitch tra gli ebrei, con l’espresso scopo di una “unità ebraica”.

Dopo la morte di Schneerson, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha proposto una mozione per assegnare, in modo postumo, a Schneerson la Medaglia d’Oro del Congresso degli Stati Uniti d’America. Il 2 novembre 1994 la mozione è stata unanimemente approvata da entrambe le Camere, onorando Schneerson per i suoi “straordinari contributi all’educazione mondiale, alla moralità e per le importanti azioni di carità”.

Alla cerimonia della Medaglia il Presidente Bill Clinton ha formulato le seguenti parole: “L’eminenza dello scomparso Rebbe quale guida morale della nostra nazione è stata riconosciuta da tutti i Presidenti a partire da Richard Nixon. Per oltre due decenni il movimento del Rabbi ha compreso oltre 2000 istituzioni educative, sociali e mediche in tutto il mondo. Noi (il Governo degli Stati Uniti) riconosciamo il ruolo profondo che Rabbi Schneerson ha avuto nell’espansione di tali istituzioni”.

Chabad-Lubavitch è un movimento ebraico diffuso a livello internazionale ed è una ramificazione dell’ebraismo chassidico. Chabad  in ebraico è acronimco di Chocmah, Binah e Da’at (Saggezza, Comprensionee Conoscenza).

Fondato da Shenur Zalman di Liadi nella Bielorussia del XVIII secolo, a partire dal XX secolo si è trasformato in un’organizzazione imponente, con una propria struttura gerarchica e amministrativa. Il vertice del movimento e il suo centro principale si trovano nel quartiere di Crown Heights a Brooklyn (New York).

Il movimento prese il nome da Ljubavici, città russa che ne fu la base per oltre un secolo.  

Oggi Chabad conta oltre 200.000 membri e circa un milione di partecipanti alle sue funzioni.

Fondatore dello Hassidismo (da hassid, pio) fu nel Settecento Israel Balshem (1700-1760), chiamato Balshem-Tov.

Non è questo il contesto adatto per approfondire cosa sia stato e cosa sia lo Hassidismo, compito che potrebbe essere dell’amico S.M.

Quello che qui ci importa invece sottolineare è che nel 1753, a Salonicco, arrivò l’ebreo Jakob Frank, che professava, agli antipodi dello Hassidismo di Balshem un materialismo radicale.

Con Jacob Frank siamo arrivati probabilmente al crocicchio più importante e che ci potrebbe far capire cosa intende Elon Musk.

Possiamo a questo punto azzardare un’ipotesi sorretta da molte coincidenze e molti incroci, ossia che Elon Musk non intendesse dire che Trump ha in mano una lista di pedofili miliardari o amici di miliardari, ma l’elenco di appartenenti ad una setta, dove la parte sessuale è solo una delle componenti.

Elemento dominante nei riti della setta frankista è, infatti, l’elemento sessuale, con una forma di libertinismo, che è anche rovesciamento di tutti i valori e che comporta un rituale orgiastico finale. “Un importante appuntamento settimanale del rituale frankista era il ricevimento del venerdi sera della «Regina sabbath», dove gli uomini, cantando la preghiera «Lekhu doidi likrass kallo » (ebraico per «vieni, mio amato, incontro alla sposa» danzavano intorno ad una giovane donna a petto nudo, coronata dei sacri paramenti della sinagoga e poi si gettavano su di lei”. [3]

Gli incontri organizzati da Ghislaine e da Epstein avevano a che fare con ritualità frankiste?

Proseguiamo con l’analisi della setta frankista.

Il padre di Frank era un seguace di Sabbatai Zevi, un ebreo eretico che si riteneva il Messia. Arrivato a Salonicco Frank acquistò familiarità con i riti di Dönme[4] (seguaci di Sabbatai Zevi) che sopravvivono in Turchia anche oggi e che ci conducono anche a Kemal Ataturk.

Frank si proclamò messia e reincarnazione di Sabbatai Zevi e qui troviamo una delle sue affermazioni che costituiscono un interessante elemento di carrobio.

Scrive Arthur Mandel: “Questi [Sabbatai Zevi, ndr], egli disse, era stato incapace di compiere la sua missione poiché non aveva assaporato «la dolcezza del potere»”. [5]

La dolcezza del potere non è forse il gusto dei sedicenti filantropi che intendono dirigere l’umanità secondo le loro logiche, dopo essersi comperati, a suon di miliardi e di fondazioni, importanti istituzioni internazionali, come, ad esempio l’Organizzazione mondiale della sanità? Non è forse il gusto di chi, con il World Economic Forum, intende stabilire i paradigmi di come dobbiamo vivere, fino a giungere a dichiarare apertamente che dobbiamo essere poveri per essere felici?

Non più ritorno in Palestina, niente ricostruzione del tempio, per i franchisti, ma materialismo e abolizione di tutte le leggi e di tutte le religioni.

Per Jakob Frank “il posto dei vecchi miti che devono essere distrutti è soppiantato da un nuovo mito: il lavoro di distruzione deve essere compiuto con la discesa dell’uomo nelle profondità dell’abominazione”.[6] La propaganda frankista “rimandava copiosamente a citazioni talmudiche sulla fine dei giorni come ad un’epoca di generale depravazione «allorché tutte le case di culto saranno postriboli »”. [7]

Va in questa direzione l’indifferenza con la quale Frank si è convertito all’Islam, poi al cattolicesimo e ha tentato di convertirsi all’ortodossia russa, sempre e comunque con l’intento di dissimulare le vere intenzioni della sua setta.

Nella sua conversione al cattolicesimo, seguito da circa 20 mila seguaci, Frank, durante confronti con rabbini e inquisitori, affermò la trinità divina, composta da un Sacro Uno Primordiale (Attika Kadisha, la causa di tutte le cose), da un Sacro re (Malka Kadisha, il Messia

O Santo Señor stesso [lui stesso, ndr] e da una Grande Madre (Matronika Elyona, la moglie di Frank e poi sua figlia Eva.

Negli anni successivi la teologia di Frank mutò. “Dopo la trinità c’era adesso un quaternario di dèi: il dio della vita, il dio della ricchezza, il dio della morte e il dio degli dèi o «grande fratello» al di sopra di loro”. [8]

Mammona e il Grande Fratello orwelliano non sono forse due degli elementi di spicco dell’attuale dibattito politico riguardante le teorie neo liberiste?

Il Grande Fratello evoca la Fabian Society, Mammona l’Anticristo di Soloviev o quello di Joseph Roth.

Incroci, coincidenze, assonanze.

Un’assonanza molto interessante è quella tra il nichilismo di Frank e quello dell’ideologia woke.

“Io – diceva Frank di se stesso – non sono venuto ad innalzare, sono venuto a distruggere e a degradare tutte le cose finché esse non siano scese così in basso che più in basso non potevano scendere”. [9]

Forza trainante del frankismo è, dunque, il nichilismo. [10] Tutti i concetti morali sono capovolti. Ogni cosa vietata viene permessa: bugie, frodi, adulteri.

Nonostante tutto questo il 18 novembre 1759 Frank è battezzato a Varsavia con il re Augusto III come padrino.

Molti frankisti fanno carriera militare e assumono ranghi importanti. Troviamo molti frankisti al servizio di Napoleone.

La setta frankista, così come è stata succintamente descritta, si presta perfettamente ad essere la struttura dai molti volti della quale potrebbe aver fatto cenno Elon Musk.

Non è da escludere, considerando che il genero di Trump è un ebreo ortodosso e che la figlia di Trump, Ivanka, si è convertita all’ortodossia ebraica, che dal mondo ortodosso ebraico siano arrivate notizie interessanti sull’eresia frankista e su quella di Sabbatai Zevi e sulla possibile presenza della setta.

Molti indizi dicono che è possibile che il franchismo e la setta di Sabbatai Zevi siano presenti e operative, in stretto legame con mondi riservati, che stanno dietro le quinte.

In questo senso, probabilmente, ha ragione l’amico S.M. quando dice che la testa del serpente ebraica non è la sola, e che di teste è necessario valutarne due.

Di seguito vedremo altri intrecci, in questo caso dovuti ad un personaggio multiforme come Moses Dobruschka.

segue

 

[1] La CHOAM (acronimo di Combine Honnete Ober Advancer Mercantiles), nel fantascientifico Ciclo di Dune dello scrittore Frank Herbert, è una corporazione universale per lo sviluppo commerciale, del quale detiene il monopolio, controllata dall’Imperatore e dalle Grandi Case, con la Gilda spaziale e il Bene Gesserit come socie silenzioni.

[2] https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/13478-qualcosa-si-sta-muovendo.html

[3] Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[4] Dönme, nome di una setta giudeo-musulmana (in turco «i convertiti») che considera messia Sabbatai Zevi (Smirne 1626 – Dulcigno 1676), agitatore religioso ebreo che nel 1648 fu scomunicato dai rabbini di Smirne perché si era presentato come messia, ma tornato nel 1665 fu acclamato dalla folla come re. Le autorità turche lo arrestarono e lo condannarono a morte, concedendogli tuttavia la salvezza in cambio della conversione all’islamismo, che egli accettò (1666).

Gli aderenti del Dönme, seguendo i dettami del maestro, si sono convertiti all’Islam, pur conservando alcuni riti giudaici.

[5] Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[6] Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[7] Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[8] Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[9] Citazione di Frank in: Arthur Mandel, Il messia militante ovvero la fuga dal ghetto, Archè

[10] Ogni posizione filosofica che concepisce la realtà in genere o alcuni aspetti essenziali, dai valori etici alle credenze religiose, dalla verità all’esistenza, nella loro nullità.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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