
di Carlo Di Stanislao
” Ci si sente liberi nella misura in cui l’immaginazione non supera i desideri reali e nessuno dei due oltrepassa la capacità di agire.”
Zygmund Bauman, Nati d’acqua, 2017
Scrive Aldo Busi nel suo seminario di Gioventù che la giovinezza è una stagione della vita che non va presa troppo sul serio: perché non dura. I suoi dolori e le sue angosce, le sue pretese, le sue rivendicazioni, sono incendi transitori, fuochi fatui, deliri, megalomanie, vani tentativi di cambiare il mondo prima che il mondo ci cambi.
È l’amara constatazione di un fatto: storicamente i giovani non sono mai stati una forza rivoluzionaria. A parte i singoli individui, che hanno prodotto qualcosa in quanto individui ma non in quanto giovani, ragazze e ragazzi, specie quando agiscono collettivamente, non hanno mai cambiato le cose. I giovani non hanno interessi comuni, i loro legami si fondano sul disinteresse, e perciò non possono avere coscienza di classe, anzi il loro portato d’innovazione artistica e culturale è tutto nell’incoscienza. Ogniqualvolta si aggregano per dare vita a qualcosa, il massimo che riescono a esprimere collettivamente è una potenza contestataria, generica è inutile: si vedano Greta e Ultima Generazione, che oltre a imbrattare non hanno vere idee da proporre ed attuare.
L’associazionismo giovanile rimane allo stadio della disobbedienza, ma raramente viene convertito in qualcosa di più, perché anche “la disobbedienza – come scriveva Calvino – acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella”.
E a un giovane la disciplina non si addice quasi mai. A che serve, quindi, dialogare con i giovani? Politicizzare la giovinezza (primavera di bellezza) come stiamo facendo in questi ultimi anni, cioè elevare a una dimensione politica quella che è una condizione solo anagrafica e temporanea? È sensato prendere sul serio i giovani?
I giovani si dichiarano dimenticati, relegati nella disperata generazione Zeta ed invece sono mediaticamente sovraesposti: sui social, in televisione (da Sanremo a Xfactor), tutti i grandi brand devono allinearsi, almeno comunicativamente, ai «valori» delle nuove generazioni per non subire shitstorm e fenomeni di boicottaggio. La giovinezza è un «marker di credibilità» artistica, musicale, ormai anche intellettuale e politica.
La Generazione Z è una generazione privata di fantasia, perché deve fare i conti esclusivamente con i problemi creati dai propri genitori “boomer” (l’ecologia, la parità di genere, la salute mentale, il linguaggio inclusivo) quindi è ostaggio di questi problemi, che ne infestano sogni e aspirazioni come fantasmi. La Gen Z è il prodotto più riuscito dei boomer, frutto delle loro nevrosi e dei loro sensi di colpa.
C’è un tacito accordo, un gioco delle parti tra Gen Z e Boomer, una segreta connivenza dove gli uni ripuliscono la coscienza agli altri, in un conflitto edipico perennemente pacificato, un parricidio sempre rimandato nel Paese dove i vecchi non muoiono e impara ormai assoluto il narcisismo.
Vogliono solo una casa è uno stipendio garantiti, sesso in libertà e senza disciplina né sentimento, nessuna idea innovativa e uso libero di di sostanze.
Che scuola e sanità vadano a rotoli come l’intero paese a loro non interessa, presi solo dai loro profili sui soci e dagli influencer di turno.
Al contrario, le forze più interessanti in seno a qualsiasi società, qualsiasi ordine costituito, quelle più creative, esprimono una tensione destituente, sottraggono legittimità ai padroni del discorso, non chiedono riconoscimento perché sanno che vuol dire riconoscere a loro volta, liberano spazi invece di territorializzarli con nuove parole d’ordine, nuove regole, distruggono le identità invece di creare funzionari al servizio delle identità, degli identitarismi in lotta tra di loro alla ricerca dell’approvazione da parte di vecchie mummie che elargiscono bonus cultura, bonus facciate, bonus psicologi e contratti a tempo indeterminato all’identità più alla moda del momento. È questa la bella lotta? L’integrazione a una società disintegrata?
È questo il manifesto stilato da una minoranza rumorosa di giovani che si è arrogata il diritto di parlare, e quindi inventare, questa categoria fasulla, diffondendo una visione semplicistica del mondo, per cui basta camperizzare un van per abolire i confini, fare un aperitivo per creare un momento di aggregazione (allora anche Casapound è un movimento conviviale), leggere un libro per dirsi impegnati, scopare per fare la rivoluzione dei costumi, parlare della libertà senza menzionare l’enorme sacrificio che la libertà comporta, per sentirsi liberi? Fare skincare per lottare contro il razzismo (sì, abbiamo anche letto un articolo su cosmesi e lotta di classe)?
Noi che giovani non lo siamo più – abbiamo oltrepassato da tempo la soglia dei trent’anni, la lotta dei trent’anni.
Ma è strano, perché giovani non ci siamo mai sentiti, specie da giovani. La giovinezza si riconosce solo per difetto, per distacco. Si è stati giovani, non lo si è. Forse invidiamo questa disinvoltura nell’identificarsi a una categoria, facilita tantissime cose quando si tratta di compilare un bando, di scegliere che scarpe mettersi, ma ne vediamo anche il pericolo, specie quando si tratta di una categoria così transitoria: applicare una data di scadenza alla propria intelligenza, alla propria credibilità o incredibilità è una pessima strategia. O forse no, per chi già sa che dovrà ammazzare il giovane e diventare il vecchio che ha disprezzato. Quando il segreto per non invecchiare, dice il maestro, è ammazzare il giovane per salvare il bambino.





