di Giorgio Cattaneo
Il mago è fenomenale: promette sempre l’impossibile. La soluzione immediata, definitiva e scintillante. Perché non averci pensato prima? Meno male che esiste lui, lo stregone. Che immensa fortuna, averlo finalmente incontrato. Ecco: sembra che il nostro habitat pubblico sia popolato quasi solo da maghi. Di tutti i generi: maghi politici, religiosi, economici. Promessa invariabile: moltiplicare i pani e i pesci, che siano volgari dobloni o “doni dello spirito”, salute o successo, libertà o immortalità. «Bevi, e tutti i tuoi problemi saranno finiti», sintetizzò in modo grottesco l’irridente Bukowski, ben sapendo che, troppo spesso, il grande pubblico è davvero pronto a “bersi” qualsiasi frottola, specie quelle propalate dai maghi.
Sei angosciato? Ci penso io: della vita, non avevi capito niente. La battuta è sempre quella, mentre il costume è intercambiabile: ci si può vestire da banchieri, da presidenti, da teologi. Non ti piacciono, le vecchie religioni polverose? Niente paura: è già pronto per te il nuovo guru, il campione sgrammaticato della new age. E con lui lo scientista ligio al padrone, lo storiografo ortodosso, il post-giornalista omertoso e tendenzioso, devoto essenzialmente alla poltrona. Tra le tipologie in voga c’è anche quella del nuovo salvatore universale, lo statista demiurgico travestito da cavaliere bianco. Malinconico corollario: credere che tutti questi personaggi contino davvero. Non vedere che la fede che alimentano serve a nascondere i veri mandanti, gli azionisti occulti del mago di turno.
Chi ha notato le falle del mainstream si è ormai rifugiato stabilmente nell’anti-mainstream: spesso prezioso, a volte imprescindibile per ottenere informazioni altrimenti irreperibili. Ma non esente, nemmeno quello, dalle inclinazioni della corrente dominante. Ovvero: proporre monologhi, senza contraddittorio. Sermoni veementi e a volte illuminanti, ma unilaterali: perfettamente speculari, in questo, rispetto a quelli dei sacerdoti del mainstream, i celebranti che dispensano la loro verità rivelata, religiosamente dogmatica e autoritaria. Si dirà: è impossibile sperare in un vero contraddittorio, a cui la controparte (i dominatori) non si presterà mai, anche per non legittimare le voci dissonanti. Verissimo, ma triste. Perché – senza il confronto – ogni eventuale verità scomoda rischia di essere espressa in un’ottava minore, dunque con meno potenzialità.
Non che sia colpa di qualcuno: i tempi sono questi. Certo, esiste pure chi si crogiola beatamente nell’estetica della denuncia, vantando la virtù esclusiva dei valorosi. Ma la polifonia variegata dell’anti-mainstream è fatta soprattutto di voci serie e genuine, che si battono faticosamente per rilevare incongruenze, scoperchiare imbrogli, dare la parola agli esclusi. E intanto, dalla caleidoscopica gamma degli argomenti trattati, sull’onda dell’agenda sovrastante (persecuzioni plurime, superstizioni sanitarie, complotti e soprattutto guerre ferocissime) è letteralmente scomparso il grande assillo di dieci anni fa: la manipolazione magico-finanziaria dell’economia.
Tengono ancora banco le speculazioni ambivalenti sulla tragedia dei migranti, mentre le eroiche imprese delle banche centrali sono quasi sparite dai radar, surclassate dai rumors sulle magnifiche sorti e progressive della santa alleanza che spazzerà via il criminoso pattume dollariforme. Ancora una volta, cioè, si prospettano soluzioni meravigliosamente rutilanti: come nella “Fattoria degli animali”, tutti sono invitati a immergersi in un futuro ormai alle porte, in cui vivranno felici e contenti. E senza aver mosso un dito per cambiare di una virgola la situazione, che non è esattamente idilliaca.
Promettere l’impossibile, ancora e sempre: in piccolo, può valere una vittoria elettorale. Berlusconi, Bossi, Renzi, Grillo, Salvini, Meloni. Avanti un altro, verrebbe da dire. Sul fronte opposto, prevale l’esasperazione. Istanze sacrosante: restituire sovranità agli elettori. Parole d’ordine: no-euro, no-Ue, no-Nato. Alzi la mano chi prova simpatia per la moneta della Bce, per la pettinatura di Ursula vor der Leyen o per il blocco di potere militare che doveva limitarsi a contrastare il Patto di Varsavia, estintosi nel 1991. E però: qualcuno pensa veramente che quella triade (l’euro, l’Unione Europea e la Nato) possa fare anche solo un passo indietro, se qualche minoranza organizzata ne pretende l’azzeramento?
La sensazione è che l’establishment attuale sia largamente impermeabile. La presenza di voci dissidenti di una certa consistenza (in Francia, in Germania) potrà contaminare almeno in parte i reggenti, spingendoli a una maggiore cautela? Oppure, al contrario, finirà col renderli ancora più intransigenti? Ma poi: fino a che punto si può scommettere sull’integrità politica di certe forze, escludendo cioè che anch’esse stiano al gioco? Nella fattispecie, con la loro comparsa, potrebbero indirettamente confortare l’euro-sistema: l’esistenza di entità antagonistiche, infatti, contribuisce a dare la sensazione del perdurare di un regime comunque democratico, ancorché molto difettoso.
Se poi dagli assoluti si scende a pianterreno, tra le miserie quotidiane, si scopre che un governo come quello italiano, guidato da un partito che si era affermato indossando i panni dell’outsider, si ritrova – come tutti i suoi predecessori – di fronte alla più deprimente delle scelte: alzare le tasse o tagliare i servizi. Solita storia, la coperta troppo corta. Comportarsi come Robin Hood? Scomodissimo, nonché discutibile: drenare ricchezza, di per sé, non aiuta l’economia. I tagli orizzontali? Peggio ancora, bassa macelleria: si colpisce chiunque in modo indiscriminato (e dunque facendo soffrire soprattutto i più deboli).
Che sia malvagio, il governo? Ma no, sembra soltanto mediocre. Il grande torto della Meloni? Aver barato fin dall’inizio, ancor prima delle elezioni, promettendo l’impossibile: esattamente come i suoi predecessori, già passati (politicamente) a miglior vita. Nessuno di loro aveva mai chiarito come le avrebbe finanziate, le meraviglie annunciate. Precisamente: come avrebbe aggirato le mortifere restrizioni di Bruxelles. Un pallido tentativo va riconosciuto al governo gialloverde eletto nel 2018: ma il Quirinale sbarrò subito la strada a Paolo Savona, prescelto come regista dell’operazione che avrebbe dovuto portare allo strappo, facendo dell’Italia un’apripista per uscire dal tunnel dell’euro-rigore.
Di recente, Mario Monti avrebbe detto che proprio Savona fu bloccato perché, di fronte allo scontato “nient” di Bruxelles (il rifiuto di concedere all’Italia di espandere il proprio deficit), sarebbe stato pronto anche a mettere in discussione la permanenza del Belpaese nell’Eurozona. Possibili soluzioni intermedie? Una: quella propugnata da esperti come Antonino Galloni e Fabio Conditi. Vale a dire: la creazione di una moneta parallela, senza rinunciare all’euro. Una moneta emessa a costo zero, con cui pagare gli stipendi, versare le tasse, fare la spesa. Denaro solo nazionale, non spendibile all’estero, non convertibile né in oro né in altre valute.
Se oggi ne disponessero, Meloni e Giorgetti, si risparmierebbero l’amletico e penoso spettacolo dell’austerità cronica, lo squallido spareggio tra le odiate gabelle e i dolorosi tagli. Da sola, la moneta nazionale parallela scardinerebbe lo strapotere della Bce, visto che il contagio si estenderebbe alla velocità della luce. Ma le soluzioni pratiche non piacciono mai, al mago, che invece predilige la santificazione dello scandaloso euro-sistema. Ben venga, dunque, chi giura di volerlo addirittura abbattere: tutti vedono benissimo che l’impresa, oggi, si dimostrerebbe assolutamente velleitaria. E così nessuno, nel frattempo, sostiene energicamente l’ipotesi della moneta parallela, ovvero l’unica soluzione realmente praticabile da subito. Il mago, signore dell’impossibile, vive e regna plasmando ogni giorno il possibile. Forgia la realtà a sua immagine e somiglianza, ridendo di noi.




