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LO SPACE SHUTTLE COLUMBIA

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di Raffaele Romano

Rick D. Husband, William C. McCool, David Brown, Laurel Blair Salton Clark, Michael P. And

erson, Ilan Ramon e Kalpana Chawla erano i 7 astronauti che la mattina del 1° febbraio del 2003 a bordo dello Space Shuttle Columbia perirono nel corso della missione STS-107 partita il 16 gennaio precedente. Quella mattina lo Shuttle si disintegrò sui cieli del Texas mentre rientravano dalla missione.

Alle 8,58 lo Shuttle Columbia entrò nel Texas ad una velocità di Mach 19,5, pari a circa 22.000 km/h, ad un’altezza di circa 64 km, a questo punto il Columbia perse una mattonella del suo scudo termico, una mattonella leggerissima di plastica espansa.

La parte inferiore del Columbia e degli altri Shuttle era infatti tutta completamente rivestita da materiale termico isolante, necessario per proteggere il veicolo dalle alte temperature che si sviluppano durante l’attraversamento dell’atmosfera terrestre. 

Alle 8,59 fu registrata l’ultima risposta interrotta dal comandante della navetta: “Roger, uh, bu… (parola tagliata)”.

Ma cosa era successo? Bisogna fare un passo indietro ovvero alla partenza di quel 16 gennaio del 2003: a poco meno di un minuto e mezzo dall’accensione dei motori, un pezzo di pannello isolante lungo circa 60 centimetri e largo 40 si era staccato dal grande serbatoio arancione e aveva colpito uno dei pannelli di protezione dell’ala sinistra del Columbia, a una velocità approssimativa di poco più di 800 chilometri orari. Nella fase del decollo dell’impatto non si avvide nessuno in quei momenti.  Come era consuetudine nei controlli della Nasa, dopo che lo Shuttle Columbia aveva raggiunto l’orbita, avviò una verifica completa di tutti i video del lancio che venivano regolarmente e puntualmente registrati dalle proprie telecamere e cineprese. La revisione richiese più di due giorni di lavoro e portò a scoprire il distaccamento del frammento isolante senza, però, poter osservare l’effettivo punto di impatto sull’ala a causa dell’angolazione delle varie telecamere e cineprese e dei danni provocati.

Alle 9,05 gli abitanti nella regione centro-settentrionale del Texas udirono forti boati e notarono varie scie di fumo e molti detriti sparsi nelle campagne texane.

Poco dopo George W. Bush annunciò che era stato perso lo Shuttle Columbia e che non c’erano stati sopravvissuti.

Fu subito insediata una Commissione d’inchiesta formata da analisti esperti sia civili che militari. In questa Commissione alcuni tecnici attribuirono al distacco del pannello isolante la causa dell’incidente mentre i rappresentanti della Nasa lo escludevano visto lo scarso peso. Il 7 luglio del 2003 al Southwest Research Institute vennero effettuati alcuni test sull’impatto del pannello su blocchi di rivestimento di dimensione e massa simile a quello che avevano colpito il Columbia. I test dimostrarono che l’impatto aveva creato un buco di 41 x 42,5 cm in un pannello rinforzato di Carbonio-Carbonio e conclusero che il Columbia aveva subito un impatto tale che aveva rotto i pannelli RCC nel bordo anteriore dell’ala.

Il problema con la schiuma, con la quale venivano fabbricati quei pannelli isolanti, era noto da anni e la NASA fu oggetto di un attento esame da parte del Congresso e dei media per aver permesso che la situazione continuasse, nonostante si fossero già verificati analoghi incidenti nel corso degli anni ed andati per fortuna bene.

Una triste e tragica storia da cui si possono trarre alcune considerazioni: la prima, i tempi strettissimi con cui quella commissione arrivò a concludere il compito assegnatole rispetto alle nostre che, spesso e volentieri, non arrivano ad alcuna conclusione o, peggio, ci sono casi in cui le conclusioni sono state due: una di maggioranza e l’altra di opposizione. La seconda è che nessuna magistratura intervenne, mentre da noi aprono i loro fascicoli e, come scrisse Indro Montanelli: “Ma accanto a questi eroi ci sono, mimetizzati dalla toga, degli autentici lazzaroni che, sbattuto qualcuno in galera, se ne vanno in vacanza, del recluso si ricordano solo nelle interviste a giornali e televisioni ed al ritorno passano il tempo a baloccarsi in fluviali atti istruttori frastagliati d’inghippi procedurali e quasi sempre scritti coi piedi, ma con piedi pretenziosi, perfino con civetterie letterarie.”

L’ultima, invece, è che spesso sono legate al tempo infatti rimangono in vita senza aver mai risolto nulla.

Autore

  • Redazione

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