
di Carlo Di Stanislao
“Quid est veritas”
Risposta di Pilato a Gesù, Vangelo secondo Giovanni, 18,38
Il Vangelo di San Giovanni riferisce il particolare del processo davanti al prefetto romano Ponzio Pilato che alle parole di Gesù, “Io sono nato per questo e per questo sono venuto nel mondo per testimoniare la verità. Chiunque appartiene alla verità, ascolta la mia voce” (Giovanni, 18, 37), gli risponde: “che cos’è [la] verità?” (Giovanni, 18, 38). Non deve sfuggire che questa domanda di Pilato è rafforzata proprio dalla omissione dell’articolo “la” davanti a “verità” che invece viene introdotto nelle versioni in lingua italiana. Nel testo originale greco non c’è l’articolo ed è detto semplicemente “τί ἐστιν ἀλήθεια;” cioè “che cos’è verità”. Non si tratta di una sfumatura o di puro stile linguistico, ma di significato sostanziale. Pilato non entra nel merito dell’asserzione fatta da Gesù, la verità che proclama, ma intende sradicare la nozione stessa di verità e quindi la possibilità che ne esista una.
Questa la convinzione latina, la cosiddetta scepsi del dubbio.
La parola “verità” veicola uno dei concetti che si legano inscindibilmente alla nostra stessa ragion d’essere. Tutto il senso del nostro esistere gira intorno alla verità, la insegue, crede di possederla, la cattura come una preda, gli scivola di mano, la smarrisce e ricomincia da capo in un circuito senza interruzione.
Analizzando il termine “ἀλήθεια” (alétheia) ne comprendiamo meglio il senso. Si tratta di una parola composta dal prefisso alfa “α”, detto privativo, e dal verbo “λανθάνω” (lantháno), da cui deriva “latente”, “latitante” ecc, che significa nascondere, coprire. Quindi per i greci la verità è ciò che non resta “latente” e si svela, si impone con il ragionamento, l’investigazione.
Ciò che appare nell’atto di svelare, la “alétheia”, è tutt’altro che apparenza. Svelare non è semplicemente apparire, sembrare. Un noto proverbio dice sapientemente “l’apparenza inganna”. In greco si ricorre al termine “δόξα” (dóxa) per indicare l’apparenza, in stretta derivazione dal verbo δοκέω (dokéo) che significa “sembrare”.
Nella “dóxa” i concetti di apparenza e opinione si intersecano, l’apparenza genera opinione che su di essa si fonda mostrando il carattere della mutevolezza propria di ciò che appare. L’opinione come congettura, è un’ipotesi, un atto del presumere, “rei incertae probabilis coniectura”, come dicono i giuristi a proposito di presunzione giuridica, benché sempre inscritto nel quadro di un procedimento logico induttivo che cerca di risalire da fatti certi alla dimostrazione di un fatto incerto o controverso che potrà avere conclusioni tanto vere quanto false.
Nella concezione greco-latina, alla base della nostra cultura prima della giudaico-cristiana, la parola “verità”, nel senso di “a-létheia” intesa come “evidenza”, significa anche “ciò che sta sopra”, “επιστήμη” (epí-stéme) e per questo non ha bisogno di appoggiarsi all’autorevole parola di chi la esprime magari ricorrendo al linguaggio retorico della persuasione. La “epistéme” si impone per la sua evidenza senza poter essere messa in discussione o contraddetta Questa accezione originaria del termine greco “epí-stéme” è transitata nella lingua latina che la traduce con il vocabolo “scientia” con chiara perdita di significato.
Accanto ad “alétheia” ed “epistéme” la parola “verità” si arricchisce del termine κόσμος (kósmos) e della voce verbale κοσμέω (kosmèo) che in origine ancora non aveva assunto il significato di ordine fisico contrapposto a cháos. Il significato più antico di kósmos indica la parola che si impone su “tutto” senza possibilità di essere smentita. In questo contesto kósmos ed epistéme sono sinonimi perché indicano la verità, la alétheia, ovvero ciò che si impone per se stesso così per come si mostra e non una opinione prodotta da ciò che è solo apparenza, dóxa, come può essere la fama di cui uno gode, frutto dell’opinione generalizzata per come appare.
Platone nel Timeo dice: “Noi non siamo come le piante della terra, perché la nostra patria è il cielo, dove fu la prima origine dell’anima e dove Dio, tenendo sospesa la nostra testa, ossia la nostra radice, tiene sospeso l’intero nostro corpo che perciò è eretto”. Ed invece oggi siamo chini se non quadrupedi, ammassati in un gregge senza pecorelle che cercano di smarrirsi sentendosi diverse. Abbiano relativizzato tutto è ci siamo legati solo alla apparenza e ci sentiamo confusi in balia di ciò che altri ci presentato come verità.
Tra le inospitali gole del settentrione dell’Iran, sorgeva in epoca medievale la misteriosa fortezza di Alamut, trasformata dal religioso ismailita Hasan-i-Sabbah in un centro iniziatico di predicazione dell’Ordine degli Ḥashīshiyyīn. Alla fortezza sarà dedicato un oscuro romanzo dello scrittore triestino-sloveno Vladimir Bartol, apparso per la prima volta nel 1938, mentre sulla figura di Hasan e sull’Ordine saranno diversi i saggi e i riferimenti; in italiano ‘Il vecchio della montagna’ di Betty Bouthoul e ‘L’ordine degli assassini’ di Marshall G.S. Hodgson, entrambi per Adelphi, senza contare poi la cultura pop col videogioco ‘Assassin’s Creed’ e la musica con l’omonima canzone degli Hawkwind, a lasciar intendere l’interesse suscitato da questa remota ma attualissima congrega.
“Nulla è vero, tutto è permesso”, il motto degli Assassini ha ispirato filosofi e artisti, da Nietzsche a Burroughs, simbolo di ribellione contro l’ordine stabilito, è ancora al centro di movimenti culturali e filosofici contemporanei e sembra divenuta il vero credo di oggi. Frettolosamente liquidato come un gruppo di islamisti radicali, gli Assassini vennero citati anche in termini parzialmente agiografici da Marco Polo, tanto che fu lui a ritenere che il loro nome derivasse dall’assunzione dell’hashish, mentre Dante in maniera meno ecumenica spedì il ‘Veglio della Montagna’ direttamente all’inferno.
Ma non sempre il Divin Poeta ci ha preso (si pensi a Celestino V).
La congrega era in realtà un ordine esoterico interno a un ramo del tutto peculiare dell’islam, strutturato in maniera rigidamente gerarchica come una Loggia e in cui si doveva obbedienza totale ai precetti fondanti dell’Ordine e al suo capo. Anche conosciuti come Nizariti, per via della loro precisa scelta di campo a favore del Principe Nizar durante la sanguinosa lotta per la ascesa dinastica al trono Fatimide, gli Assassini si dedicavano tanto alla predicazione dei propri precetti quanto alla eliminazione fisica dei loro nemici; il ramo operativo del gruppo prese il nome di ‘fedayn’ che avrebbe secoli dopo caratterizzato l’islamismo militante.
Ma siamo noi forse diversi mente ingreggiti viviamo in una cultura in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rendendo impossibile il desiderio di partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e le aspettative personali. Pertanto, l’idea di verità viene mutata in quella, molto più inquietante di post-verità, in cui hanno senso solo le interpretazioni che vengono date ai fatti, come già nel 1873 aveva sostenuto Nietzsche. Ossia, ma era già l’insegnamento di Platone, si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.
Nikolaj Nikolaevič Ge, “Quid est veritas?” – Cristo e Pilato (1890). Il celebre dipinto del pittore russo è conservato a Mosca ma ha un “gemello” in Ucraina, a Odessa, tra i fronti del conflitto. L’artista, di profonda fede, era amico di Lev Tolstoj con cui condivideva l’etica della “non resistenza al male” mediata dal Discorso della Montagna, la speranza di cambiare gli uomini attraverso l’amore.
Il dipinto pone di fronte due uomini diametralmente diversi: Gesù intende la verità come rivelazione da Lui incarnata, come entità assoluta e divina al quale l’uomo può accedere solo tramite Egli stesso, venuto nel mondo per la salvezza. Pilato si riferisce a una verità di accezione tipica del pensiero greco, cioè come realtà oggettiva, non legata a una dimensione teologica ma a dati concreti di fatto che passino quindi mutare a seconda del tempo e delle leggi.
Gesù è come inghiottito dal buio, in piedi, con le braccia legate dietro la schiena. Pilato è illuminato da un fascio di luce che proviene dall’ingresso, sta ponendo la domanda con il braccio proteso, l’antico gesto allocutorio tipico dei personaggi di rango romani. È di spalle, mentre il Cristo ci guarda. La verità nella nostra coscienza anche al buio splende di luce, mentre quella del mondo che comanda anche se trionfia da le spalle al vero.
L’essenza pura della vita si nasconde tra le trame complesse di simboli presenti nella realtà. La visione espressa nella frase “Le cose invisibili sono le uniche realtà” di Edgar Allan Poe è proprio questo. Cercare nelle cose più banali la realtà e la verità oltre le apparenze.
Nella società di oggi ci fermiamo a giudicare la forma e non il contenuto, ci soffermiamo sulla prima impressione senza andare in profondità. Un approccio superficiale che trae origine dalla società consumistica in cui viviamo, dove il “tutto e subito” la fa da padrona. Una visione figlia anche dei social, del giudicare a prima vista una foto o una frase, senza però andare in profondità e capirne le ragioni.
Ecco perché oggi il pensiero di Edgar Allan Poe risulta essere di estrema attualità: dobbiamo sforzarci di “vedere” le cose invisibili, spingerci oltre le apparenze per comprendere l’essenza della realtà in cui viviamo. Solo così potremo vivere un’esistenza consapevole e vera, cioè non confusa e non caotica in cui tutto è lecito e può essere commesso: infanticidi, patricidi, fratricidi genocidi, omicidi ed altro.
Una mia riflessione personale. Truman Streckefus Persons, meglio noto come Truman Capote, nacque a New Orleans il 30 settembre di cento anni fa. Istrione del linguaggio, passò da romanzi efferati e feroci pettegolezzi. Ha scritto “A sangue freddo”, quasi una elegia del male. Di lui sembra tutto dimenticato ed invece tutta la società di ora vive lungo la sua scia.
Nel 1959 intervisto’ Ezra Pound, appena scarcerato e che, come lui, aveva scelto per vivere l’Italia (che perdita di tono in mezzo secolo per il nostro Paese!). Se fossi Esopo della intervista e dei due direi: la favola del pavone e della tigre. Ha vinto il pavone e i tempi successivi hanno mostrato che lui è molto più spietato della tigre.





