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IL TRASFORMISMO PARLAMENTARE

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di Gianvito Caldararo

Da numerosi anni assistiamo al fenomeno di coloro che nel corso della legislatura cambiano casacca, cioè di coloro che passano da un gruppo parlamentare ad un altro. Il fenomeno è divenuto così diffuso e patologico, che ha comportato una riflessione sull’artico 67 della Costituzione. Articolo che impedisce il “vincolo di mandato” e che fu oggetto di un approfondito dibattito e confronto in sede di lavoro per la Costituzione.

Uno dei protagonisti è stato il padre costituente Costantino Mortati, noto come il giurista della Costituzione. Fu Mortati a proporre la prima formulazione di quello che diverrà l’articolo 67 della Costituzione. Fu Mortati, nella veste di relatore, che era necessario ribadire il divieto del famoso “mandato imperativo”. Per Mortati, bisognava sottrarre il deputato dal rappresentare interessi particolari, che esso non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma rappresenta la Nazione. Fu l’onorevole Salvatore Mannironi ( DC) che propose di inserire nell’articolo 67 l’avverbio ” liberamente”, nel senso che il deputato possa liberamente esercitare il suo mandato senza vincoli di sorta. Mentre il socialista Emilio Lussu, ribadiva l’esigenza di sottolineare il concetto di rappresentanza nazionale del deputato. Sarà il comunista Grieco, che sarà contrario a includere la formula “senza vincoli di mandato”, perchè, a suo avviso,  “i deputati sono tutti vincolati ad un mandato: si presentano infatti alle elezioni sostenendo un programma, un orientamento politico particolare”.

Dopo ampia discussione, il 20 dicembre 1947 l’Assemblea approverà l’art. 67 nella seguente definitiva formulazione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. L’on. Grieco, sosteneva che con la proposta di Mannironi, di inserire l’avverbio “liberamente”, si favorirebbe il sorgere del malcostume politico.

A distanza di anni, nonostante l’assenza dell’avverbio “liberamente”, pare proprio che l’onorevole Grieco abbia avuto ragione in ordine al malcostume italiano del fenomeno dei “cambia casacca” ovvero dei ” voltagabbana “. E proprio sulla diffusione di tale malcostume, che in questi ultimi tempi è nata una certa riflessione in ordine al “mandato imperativo”. Qualcuno, come l’ex On.le Di Maio (M5S), giunse ad affermare quanto segue: “Per me il vincolo di mandato è inviolabile, è un patto con gli elettori, chi lo tradisce deve essere punito. In Portogallo se ti fai eleggere con i gialli e poi passi con i verdi torni a casa. E’ legittimo cambiare idea, ma a quel punto ti metti in gioco, ti fai rieleggere”.

Era questo il pensiero dei Cinquestelle. In realtà faceva riferimento all’articolo 160 della Costituzione del Portogallo, che prevede la decadenza dal mandato se si dimette dal gruppo. Qualcuno faceva osservare a Luigi Di Maio, ora catapultato quale Rappresentante speciale dell’Unione Europea per la regione del Golfo, che il “mandato operativo” c’è soltanto in quattro Paesi: Portogallo, Bangladesh, India e Panama”.

L’assenza del “vincolo di mandato” è il principio fondamentale di ogni sistema democratico e liberale. In epoca moderna, purtroppo, la mancanza del “vincolo di mandato” ha agevolato il fenomeno del cosiddetto “transfughismo parlamentare”, consistente nel mutamento di partito e talvolta anche di coalizione, letto dal corpo elettorale come un tradimento della volontà popolare espressa tramite il voto.

La realtà è così degenerata che necessita, comunque, una soluzione per arginare tale malcostume.

Autore

  • Redazione

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