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BUOZZI, GRANDI E DI VITTORIO, ANTESIGNANI DEL SINDACATO UNICO

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Articolo di Antonio Foccillo

Continuando le rimembranze storiche sul riformismo, vorrei fare un piccolo spaccato degli anni della costruzione del sindacato unico e del confronto fra le tre anime sindacali, rappresentate dai socialisti (Buozzi), cattolici (Grandi) e comunisti (Di Vittorio).

Quel periodo venne descritto, in particolare, nelle relazioni riservate di Giuseppe Di Vittorio al gruppo dirigente comunista e negli articoli di Bruno Buozzi sull’Avanti e riguardò il confronto che portò al Patto unitario di Roma[1].

In particolare, la discussione partì dal ruolo del futuro sindacato e sul suo riconoscimento giuridico: per Buozzi, l’iscrizione al sindacato doveva essere obbligatoria per tutti i lavoratori interessati, con quotizzazioni ugualmente obbligatorie da trattenere sui salari e stipendi.

Egli motivò le sue considerazioni con il fatto che questo sistema sarebbe stato l’unico in grado di dare valore ai contratti di lavoro e ne avrebbe imposto il rispetto e questo avrebbe permesso  alla confederazione di penetrare in tutte le realtà, anche quelle più piccole e , conseguentemente, avrebbe dato maggiore forza ed autorità al sindacato.

Di Vittorio rispose che la posizione comunista era nettamente contraria, perché questo sistema, dal punto di vista strutturale, non differiva gran che da quello in voga nel periodo fascista. Egli propose, invece, un Sindacato libero, su basi democratiche, indipendente dallo Stato e da ogni influenza estranea alla classe operaia, nessuna obbligatorietà d’iscrizione, né di quotizzazione.

Secondo questa visione, il sindacato avrebbe tratto la sua autorità ed i mezzi per la sua attività funzionale, dall’entusiasmo ch’esso avrebbe dovuto esercitare nelle masse e nell’interesse che le masse avrebbero avuto di rafforzare e sviluppare il sindacato, nella misura in cui sarebbe stato effettivamente il difensore dei loro interessi quotidiani e di classe.

Contemporaneamente, furono avviati confronti, dai due, anche con la componente cattolica del sindacalismo, con la quale si riscontrarono posizioni altrettanto importanti e contrastanti spesso con le posizioni comuniste.

Di Vittorio sostenne che l’accordo con loro sarebbe stato molto laborioso, perché i cattolici intendevano svuotare il sindacato di ogni contenuto di classe e frenare e limitare al massimo ogni iniziativa delle masse.

Ovviamente la preoccupazione dei comunisti era quella di evitare che potesse esserci un accordo fra cattolici e socialisti, perché ciò avrebbe lasciato fuori i comunisti e avrebbe fatto venir meno, anche la possibilità di un sindacato unico.

Per i cattolici, più vicini alle posizioni di Buozzi, nel sindacato unico l’iscrizione doveva essere obbligatoria e con quote obbligatorie, con un riconoscimento giuridico da parte dello Stato e, quindi, avrebbe dovuto spingersi ad una collaborazione con lo Stato stesso.

Sul rapporto con i partiti, per i comunisti, essi avrebbero dovuto avere il compito della direzione politica del Paese e il sindacato avrebbe dovuto interessarsi dell’indirizzo del governo.

In altri termini, il sindacato, nella loro ottica, avrebbe dovuto contrastare i governi reazionari e, invece, sostenere quelli democratici. Cioè i partiti di massa, effettivamente democratici, avrebbero potuto contare sull’appoggio dei sindacati in tutte le questioni d’interesse generale delle masse lavoratrici nei rapporti con lo Stato.

L’influenza dei sindacati nella politica economica, secondo la visione dei comunisti, avrebbe dovuto esserci, ma con strumenti diversi, quali voti, memoriali, comizi, ecc. senza un vero ruolo di protagonismo.

Altro tema di scontro fra le tre componenti, fu il ruolo nella contrattazione della nuova confederazione: per i cattolici soltanto le federazioni di mestiere dovevano svolgere questo ruolo. Esse avrebbero stipulato i contratti di lavoro e avrebbero diretto effettivamente i sindacati provinciali e locali, in tal modo il ruolo della confederazione sarebbe stato solo quello di coordinamento delle varie federazioni di categoria.

Mentre, per i comunisti il ruolo delle confederazioni, sarebbe dovuto essere completamente all’opposto.

Di Vittorio ne spiega il senso: “Su questa questione si scontrano due concezioni sindacali diverse: la comunista, classista, che vede nel sindacato l’organo d’unione di tutti gli operai d’una stessa industria, e nella CDL e nella CGL l’organo di unione di tutta la classe operaia; organismi che lottano per la difesa degli interessi quotidiani dei lavoratori, ma anche – legati a questi – per la difesa degli interessi generali della classe operaia. Quella cattolica, classista o anticlassista, la quale vede nel sindacato solamente uno strumento di difesa di interessi di categoria e perciò vorrebbe limitare l’azione esclusivamente sul terreno categoriale”.

Anche per Buozzi e per i socialisti la federazione nazionale di categoria avrebbe avuto il compito fondamentale nell’attività contrattuale e generale, mentre le Camere del Lavoro avrebbero avuto quello di semplici organi di propaganda sindacale.

Un altro punto fu la questione, operai – impiegati, che per Buozzi da sempre avevano l’identica legittimità a stare alla pari nella federazione di categoria.

Per Di Vittorio: “Il sindacato è l’organizzazione degli operai e, nel senso più largo, dei lavoratori salariati e stipendiati. E propone, sulla base del principio del sindacato dell’industria in contrapposizione a quello di categoria, i tecnici e gli impiegati (sino ad un certo limite in alto)salariati nell’industria, dovrebbero essere organizzati nello stesso sindacato operaio, formando in lui una sezione a parte, con un’autonomia relativamente larga. Così si avrebbe la sezione tecnici e impiegati di ogni grande sindacato provinciale e di ogni federazione d’industria”.

Naturalmente Buozzi era contrario.

Le concezioni dei due erano diverse perché venivano da storie diverse. Si arrivò alla fine alla mediazione fra le diverse concezioni proprio con la definizione del “Patto di Roma”, che senza dubbio fu figlio di un’epoca, di un momento storico, di un’alleanza fra componenti ideali antifasciste.

Come si è visto, le trattative fra cattolici, socialisti e comunisti erano molto delicate, ma alla fine si raggiunse un compromesso, frutto di un confronto democratico che riuscì ad individuare su un terreno comune la condivisione di una scelta, di un modello di relazioni sindacali, di un metodo di confronto costruttivo, per la ricostruzione di un sindacato, dopo anni di dittatura.

Si è detto che gli sviluppi potevano essere diversi e che in ogni caso quel Patto non rappresentasse il punto di arrivo, ma un punto di partenza verso l’evoluzione di un sindacalismo moderno, idoneo a garantire, unitariamente, i diritti dei lavoratori negli anni ricchi di prospettive, spesso di incognite, che si scorgevano all’orizzonte del dopoguerra.

Ma come si sa durò poco, per motivazioni dovute anche al contesto storico della guerra fredda, ma, nonostante ciò, fu in grado di trovare anche una sincera ed autentica risposta alla difficile coabitazione nel piegarsi ad egemonie che erano sia politiche sia confessionali.

Di Vittorio sostenne nella sua relazione su “accordi e discordie con Buozzi”: “Mentre con i cattolici i nostri argomenti hanno una presa, su Buozzi, inveterati nelle sue concezioni riformistiche, non ne hanno alcuna “.

Di Vittorio, per spiegare le posizioni di contrasto di Buozzi lo definiva riformista, quasi come fosse una connotazione del carattere e non una posizione ideologica. Anche se, successivamente lo stesso Di Vittorio recuperò questo termine considerandolo in modo più blando e definendo Buozzi: “Un riformista nell’anima”. 

Questa accusa-offesa rivolta ai riformisti è stata spesso una caratteristica dello scontro fra anime massimaliste e riformiste nel sindacato e nella politica.

Purtroppo, Buozzi fu assassinato dai nazisti. Fu fucilato tra la notte del 3 e la mattina del 4 giugno 1944, insieme ad altri tredici prigionieri in località La Storta, in via Cassia, a pochi chilometri da Roma.

Egli aveva partecipato attivamente alla costruzione del sindacato post-guerra, che fu realizzato con il “Patto di Roma”, firmato il 9 giugno del 1944, da Giuseppe Dì Vittorio (per i comunisti), Achille Grandi (per i cattolici) e da Emilio Canevari (per i socialisti).

Non poté firmarlo, invece, come si è detto, Bruno Buozzi e per onorarne la memoria al testo del Patto fu apposta la data del 3 giugno 1944, ultimo giorno di vita di Buozzi.

Scrisse Achille Grandi su “Il Popolo” del 13 giugno 1944, nell’articolo dal titolo  “Chiarificazione” su quell’intesa: “Non rifaremo la storia. Le discussioni furono ampie e vivaci. Ma serene ed animate da propositi di concordia, interrotte dall’arresto del compianto onorevole Buozzi, elemento equilibratore di primo ordine, e poi tragicamente assassinato[…][2].

Dopo la morte di Buozzi, l’accordo fu modificato in alcune parti. Sparì sia il riferimento al riconoscimento giuridico che all’obbligatorietà dell’iscrizione al sindacato.

In conclusione, si può dire che quell’accordo, che Buozzi in un articolo per l’Avanti definì un testo che vuole affermare il sindacato unico, in cui il principio della libertà sindacale non si discute e che deve essere gestito con criteri democratici[3], è stato frutto della grande passione politica e civile che ha accomunato tutti quei protagonisti.

Allora i tre personaggi che rappresentarono la componente socialista (Buozzi), la componente comunista (Di Vittorio) e la componente cattolica (Grandi) furono convergenti su un testo finale e ciò determinò l’unità sindacale.

Scrive Sandro Roazzi: “La scelta è fatta e con essa un risultato storico, sia pur breve nel suo svolgimento temporale […]. Lo sforzo verso l’unità in un solo sindacato è stato comunque un capitolo di storia fondamentale per il movimento operaio italiano perché, al di là delle laceranti divisioni politiche con l’avvento della guerra fredda, completò quella legittimazione reciproca fra le tre grandi correnti storiche che Buozzi sentì come obiettivo proprio e che anche nei momenti di maggiore scontro politico e sociale non sarà più messa in discussione[4]”. 

Oggi la società è cambiata, i lavoratori sono cambiati ed anche il sindacato è cambiato, ma la cultura riformista, gradualista, realista, pluralista e democratica deve essere ancora la bussola su cui si deve orientare il sindacato.

Bisogna che esso ritrovi quella passione, quello spirito indomito e quella capacità di prevedere il domani di quegli uomini di allora, per arrivare a cambiare il modo di pensare e rappresentare la società ed il mondo del lavoro.

Salvaguardando i diritti ed estendendoli, assumendo iniziative per il cambiamento in Italia, in Europa e nel mondo ricreando le speranze e gi ideali che sono stato il patrimonio e valori di intere generazioni, che non hanno accettato di vivere nella rassegnazione e nell’alienazione collettiva.

Quel Patto, grazie a Buozzi, Di Vittorio, Grandi e tanti altri sindacalisti di quell’epoca, ricostruì il sindacato dopo anni di dittatura, un risultato oggetto di compromesso, quindi frutto democratico di un confronto che riuscì ad individuare su un terreno comune la condivisione di una scelta, un modello di sindacato, il metodo di confronto costruttivo.

Si è detto che gli sviluppi potevano essere diversi e che in ogni caso quell’elaborazione unitaria non rappresentava un punto di arrivo, bensì un punto di partenza verso l’evoluzione di un sindacalismo moderno, idoneo a garantire, unitariamente, i diritti dei lavoratori negli anni ricchi di prospettive, spesso di incognite, che si scorgevano all’orizzonte del dopoguerra.  

Certo, oggi, non è facile seguire questa eredità, ma quella lezione è l’unica perché conduce alla libertà, alla giustizia, ed al progresso e può condurre anche all’unità del mondo del lavoro, anche in momenti difficili, se si scelgono contenuti ed azioni strategiche di tipo riformiste[5].

Oggi, nonostante le difficoltà e mille problemi, il sindacato è ancora strumento per salvaguardare la democrazia e la partecipazione nella società. Esso deve essere in grado di fare un ulteriore salto di qualità, ritornando ad essere, non solo strumento rivendicativo, ma anche soggetto politico.

Deve ritrovare capacità complessive di confronto, nell’elaborazione delle politiche sociali, recuperando quelle intuizioni e quelle proposte che portarono all’accordo del 1944. 

Questa è la grande morale di quell’accordo!

                     

 

[1] Fondazione Buozzi  (a cura della) – Bruno Buozzi – cit. pagg. 160 e ss. – editrice Data ufficio – Roma 2004

[2] A. Coco (a cura di), G. Benvenuto – Bruno Buozzi, il Riformista – pagg. 126/127 – Data Ufficio Editrice – 2004 Roma

[3] Ivi, pag. 131

[4] Ivi, pag. 132

[5] Ivi, A. Foccillo, Buozzi, la Fiom, la Cgil e la Uil. Pagg. 145/146

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  • Redazione

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