
In un recente articolo (domenica 25 agosto) che trattava dello jus, ossia del diritto, Marforius ha ricordato che esiste lo ius murmurandi, il diritto di mormorare, di esprimere le proprie critiche, il proprio dissenso, che, se esercitato sottovoce, non può essere represso neanche in regime totalitario.
Questa osservazione è più che mai attuale, in ragione delle espressioni del progressismo e del socialismo fabiano, con particolari accenti nella Gran Bretagna del laburista fabiano Sir Keir Starmer e nel Canada, dove il presidente del consiglio è Justin Trudeau (Partito liberale del Canada di centro sinistra), in grande considerazione nell’ambito della Fabian Society.
Nel sito della Fabian Society si legge a proposito dell’autobiografia del leadee canadese: “Common Ground: A Political Life, Justin Trudeau, Oneworld, 2017, £16,99 – Per tutto un 2016 movimentato, il primo ministro canadese Justin Trudeau è stato la prova più convincente dei progressisti che l’internazionalismo liberale non era ancora morto”.
https://fabians.org.uk/book-review-lost-in-translation/
Va sottolineato che il Canada, come ovviamente il Regno Unito, ha come capo dello Stato Re Carlo III, ossia il sovrano inglese.
Che la Gran Bretagna e il Canada siano terreni di sperimentazione della censura e di una deriva totalitaria è un dato di fatto ed è un altro dato di fatto che un altro Paese anglosassone come l’America abbia distillato ideologie come il woke, il green, il gender e il climate change, della cancel culture. Ideologie che, nel complesso, mettono in discussione l’essere umano e che devono far pensare che il vero jus che è messo in discussione sia il diritto dell’essere umano ad esistere in quanto tale.
Marforius ricorda, tra i vari diritti, anche lo ius gentium «diritto delle genti».
Quando si parla di diritto delle genti si entra in un ambito semantico assai interessante e ricco di significati.
Il vocabolo gente deriva dalla radice indoeuropea g’an, dal significato di generare, produrre.
Il sancrito la declina in g’â-yati (nascere, diventare, generare) e il vedico in g’an-ati, generare, pertorire.
Nel complesso l’area semantica ci riporta al generare, al genere, alla famiglia, all’insieme di famiglie, alle nazioni.
Lo jus gentium, pertanto, è il diritto alla patria (il luogo dei padri), alla famiglia, alla nazione, che comporta diritto alle tradizioni, alle radici, alle storie.
Si, alle storie, perché non esiste “la storia”, ma ci sono le storie.
Ha ragione Dario Fabbri (Domino 8/2024) nel ricordare che noi occidentali, grazie alle idiozie sulla fine della storia, alle quali abbiamo creduto, siamo caduti nel culto dell’effimero, della contemporaneità abbiamo dimenticato che historia (ce lo ricorda Fabbri) in antico era semplice “esperienza”, “intrinseca all’osservazione, dal protoetimo indoeuropeo «weyd», «vedere»”.
La storia, quella singolare, continua Dario Fabbri è invenzione settecentesca, data come unica, mentre, scrive sempre il direttore di Domino, in un numero dedicato proprio alla storia (titolo: la storia eravamo noi) che “nulla poteva darsi come unico. Nel secolo dei lumi e delle follie la presunzione di vivere sulla linea retta del progresso e di parlare a nome dell’umanità impose la calligrafia dell’uno. Improvvisamente in Occidente non vi erano più storie, ma una valevole per tutti, in ogni dove”.
Dopo aver ridotto le storie, ossia le esperienze dei singoli, delle famiglie, delle nazioni, delle patrie, dei popoli a una storia unica, l’Occidente ne ha decretato la fine con le funamboliche idee di Francis Fukuyama.
Eutanasia per sopravveniente idiozia da megalomania.
In questo delirio di eternità della storia attuale che, in quanto finale e finita, non presuppone altro da sé, si è consumato il declino, prima impercettibile, poi sempre più evidente, ora prossimo alla fine non della storia, ma di questa storia, quella dell’Occidente di un illuminismo che ha dato vita agli Illuminati, alla Fabian Society, all’idea che una élite autoreferenziale, razzista ed eugenetica, sia chiamata a governare il mondo e che questa chiamata, questa sorta di dovere kantiano, possa estrinsecarsi anche con la limitazione delle libertà, la fine della democrazia, la censura, la riduzione forzata del genere umano, la riduzione dell’essere umano a un mostro transgenico e transumano.
E’ la logica nazista che, sconfitta apparentemente con la seconda guerra mondiale, riappare come un lupo vestito da agnello, con la pretesa non solo di conculcare la libertà dell’agnello, ma di renderlo colpevole ed espiante, prima di essere carne da macello.
Fedro docet.
«Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus.
Tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit:
“Cur – inquit – turbulentam fecisti mihi aquam bibenti?”
Laniger contra timens:
“Qui possum – quaeso – facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor.”
Repulsus ille veritatis viribus:
“Ante hos sex menses male – ait – dixisti mihi”.
Respondit agnus:
“Equidem natus non eram!”
“Pater, hercle, tuus – ille inquit – male dixit mihi!”
Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
Haec propter illos scripta est homines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.»
«Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando:
“Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità:
“Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!”
Rispose l’agnello:
“Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.»
La storia degli oppressori con vari pretesti è antica.
Fin qui i lupi e gli agnelli.
Edward Louis Bernays, uno dei primi canonizzatori della propaganda, dopo averci avvertiti che ci sono governi invisibili che ci governano, élite invisibili che ci manipolano e via discorrendo, scrive: “Che siano monarchici o repubblicani, democratici o comunisti, i regimi hanno bisogno del consenso dell’opinione pubblica per realizzare i loro progetti”.
Da qui la questione centrale del monopolio della propaganda e dell’utilizzo dei media a fini manipolatori degli agnelli delle masse-gregge, per conculcarne la libertà (pandemia e regole connesse), convincerli di essere colpevoli (climate change, mi hai fatto torbida l’acqua), censurarli (hai parlato male di me, pensiero unico politicamente corretto), alla fine eliminarli (eutanasia).
Chi governa i media è la pubblicità e la pubblicità è nelle mani delle grandi multinazionali e le multinazionali sono nelle mani dei grandi aggregati finanziari, lupi travestiti da agnelli, ossia da falsi filantropi.
E allora? Allora esiste il diritto alla ribellione.
Questo diritto è scritto nella dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, Filadelfia 4 luglio 1776.
“Quando, nel corso degli umani eventi, diviene necessario per un popolo spezzare i legami politici che lo hanno unito ad un altro, ed assumere, fra le potenze della terra, la posizione distinta e paritaria a cui le leggi della Natura e di Dio gli danno diritto, il giusto rispetto dovuto alle opinioni dell’umanità esige che esso dichiari le ragioni che lo costringono a separarsi. Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento del benessere. Che per garantire questi diritti, vengono istituiti fra gli uomini dei governi che derivano dal consenso dei governati il loro giusto potere. Che ogni qualvolta una forma di governo diviene antagonistica al conseguimento di questi scopi, il popolo ha diritto di modificarla e abolirla, e di creare un governo nuovo, ponendo a base di esso quei principi, e regolando i poteri di esso in quelle forme che offrono la maggiore probabilità di condurre alla sicurezza ed alla felicità del popolo medesimo. La prudenza consiglierà, in fatto, di non cambiare per motivi tenui o transitori governi stabiliti da tempo; l’esperienza dimostra, invero, che gli uomini sono più inclini a sopportare i mali, finché sono tollerabili, che a riprendere la giusta direzione, abolendo forme alle quali sono adusati. Ma quando una lunga serie di soprusi ed usurpazioni, volti invariabilmente ad un unico scopo, offrono prova evidente del disegno di un governo di assoggettare il popolo a condizioni di dispotismo assoluto, é diritto e dovere del popolo di abbattere quel governo e di creare nuove salvaguardie per la sua sicurezza futura”.
Ecco il diritto affermato dalla maggiore democrazia del mondo: il “diritto e dovere del popolo di abbattere quel governo e di creare nuove salvaguardie per la sua sicurezza futura”.
Non c’è propaganda che possa sostituirsi al mormorio, perché il mormorio nasce dalla realtà e cresce in volume man mano si cerca di conculcarlo, fino a quando diventa un boato.
E quando diventa un boato, cadono le teste dei regnanti e dei dittatori, degli ottimati e dei camerieri e le élite diventano tremebonde, disposte a cambiare bandiera pur di salvare il salvabile.
La chiave si chiama indipendenza: indipendenza di giudizio, indipendenza dai condizionamenti, indipendenza dalla censura.
Mormoriamo, finché il mormorio, che è già forte, diventi un boato.





