
di Giorgio Cattaneo
E se qualcuno gioisse, dalle rive della Senna, per l’irritazione dell’Algeria nei confronti dell’Italia dopo il caso olimpionico del ritiro della pugile Angela Carini di fronte alla controversa presenza di Imane Khelif, di nazionalità algerina, che “Open” definisce «atleta con variazioni delle caratteristiche sessuali»? Un incidente che ha fatto il giro del mondo, con uno strascico polemico alimentato dalla stessa Joanne Kathleen Rowling, l’autrice di Harry Potter.
«Le Olimpiadi di Parigi saranno per sempre offuscate dalla brutale ingiustizia fatta ad Angela Carini», ha scritto la Rowling su “X”, all’indomani del clamoroso e quasi istantaneo ritiro (tra le lacrime) della pugile italiana, in forza alla polizia. In passato, Khelif aveva subito l’esclusione dalle gare femminili per l’eccessiva presenza di testosterone nel suo organismo. “Parigi 2024” ha invece regolarmente autorizzato il suo accesso al ring.
«Imane Khelif è intersessuale, cioè è uno di quei soggetti in cui non tutti i parametri biologici che definiscono il sesso sono univoci», annota Elio Truzzolillo su “Nuovo Giornale Nazionale”: quei parametri «possono essere i genitali, i cromosomi sessuali, i livelli ormonali».
Non è chiarissimo, aggiunge Truzzolillo, se Khelif abbia solo una naturale produzione anomala di testosterone o se presenti anomalie anche a livello genetico. Comunque, «il fatto che abbia perso alcuni incontri con altre donne non implica, a livello logico, che la sua condizione non le abbia dato dei vantaggi. Ma sarebbe come dire che una donna dopata vincerà di sicuro la medaglia d’oro; non è così, ovviamente: avrà solo un vantaggio».
Ben più ruvida la posizione della Rowling: «A una giovane pugile – ha affermato – è stato appena portato via tutto ciò per cui aveva lavorato e per cui si era allenata, perché è stato permesso a un maschio di salire sul ring contro di lei». Nell’immagine di chiusura del match, alle spalle della Carini in lacrime, J. K. Rowling vede «il sorrisetto di un maschio che sa di essere protetto da un sistema sportivo misogino».
Un “maschio”, insiste la Rowling, che «si gode il disagio di una donna a cui ha appena rifilato un pugno in testa e di cui ha appena distrutto l’ambizione di una vita». Joanne Kathleen Rowling non è un’intellettuale che possa passare inosservata. Dopo gli esordi come coraggiosa attivista per i diritti umani nella scuderia di Amnesty International, è diventata la maggiore autrice di bestseller al mondo: la serie di Harry Potter, da lei creata, ha venduto 600 milioni di copie in tutto il pianeta.
Devastante, quindi, l’impatto internazionale della sua polemica: sostiene che l’adozione dell’ideologia “gender fluid” da parte dell’attuale élite globalista sfrutti le problematiche sessuali di tanti esseri umani, strumentalizzandole in ogni modo per destabilizzare la società e, intanto, distruggere le storiche conquiste del femminismo, frutto delle aspre lotte per l’emancipazione della donna.
Da più parti si ritiene che la Rowling sia schierata con il fronte massonico sovranazionale che, da anni, tenterebbe di opporsi all’oligarchia “controiniziatica” neo-feudale, quella che oggi si appropria dell’etichetta progressista per imporre, a suon di agende distopiche, il suo potere post-democratico, marcatamente neo-aristocratico.
La corrente in cui milita la scrittrice inglese includerebbe anche gli autori di film come “Matrix” e “The Truman Show”: pellicole che – come lo stesso Harry Potter – suggeriscono la presenza di una regia occulta, anche magico-ritualistica, dietro alle peggiori aggressioni inflitte all’umanità in termini di soppressione dei diritti e delle libertà democratiche.
Operazioni rituali: come la stessa, contestatissima cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Ha scritto Silvano Danesi, su queste pagine: «Una delle miserie umane di questi giorni è vedere tanti pseudo-intellettuali, subito seguiti da una torma di adepti della setta, tentare di giustificare la blasfemica rappresentazione parigina andando a scovare dipinti di ogni genere, rappresentanti scene relative a divinità pagane, per dare degli ignoranti a coloro i quali si sono adombrati (eufemismo) per lo scempio dell’Ultima Cena ad opera del regista dell’apertura parigina dei giochi olimpici».
Premesso che se “Parigi 2024” ha ufficialmente chiesto scusa alla comunità cristiana per le offese all’Ultima Cena – aggiunge Danesi – questo significa che di Ultima Cena si trattava. In ogni caso, «rimane il fatto che lo sforzo idiota di mettere in fila opera d’arte rappresentati divinità pagane non sposta di un millimetro la gravità di quanto è avvenuto». L’eventuale Festino degli Déi in chiave drag queen «è l’affermazione sfacciata della hỳbris, che non è solo “insolenza, tracotanza”, ma nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino».
La hỳbris è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze. Sicché, «la derisione degli déi è empietà, ossia comportamento che prescinde consapevolmente da quanto è ritenuto sacro o morale, suscitando una profonda e generale reazione di orrore o ribellione. Così è stato». La hỳbris – osserva sempre Danesi – era rivolta contro gli dèi e da loro stessi era punita, come ben insegna il mito di Prometeo.
«La logica della rappresentazione parigina è quella dell’Homo Deus di Yuval Noah Harari, delle follie transumaniste di Paolo Alto, del World Economic Forum, del cosmismo. Gesù e gli apostoli, o gli dèi dell’Olimpo, possono essere sostituiti dai simboli grotteschi dell’uomo transgenico, ossia dell’uomo-dio che costruisce se stesso come gli pare e piace, irridendo il divino. Siamo di fronte ad un’operazione sapiente di derisione di archetipi e di simboli, per affermare un mondo transumano e materialista».
Impossibile non ricordare la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra, che nel 2012 anticipò la cupa atmosfera dell’emergenza pandemica Covid inscenando una spettrale rappresentazione ospedaliera, con legioni di malati in preda al panico. Altra pietra miliare, la tenebrosa manifestazione inaugurale del Traforo del Gottardo, nel 2016: la coreografia esaltava la sottomissione dell’umanità di fronte a una divinità cornuta. Tratto comune, in tutte queste kermesse: la goffaggine esecutiva, l’evidenza degli intenti, la deprimente mediocrità estetica. Come se la guerra al bello riflettesse quella contro l’umano.
Se la cerimonia d’apertura di Parigi 2024, con la sua derisione dei simboli e degli archetipi rappresenta «un’opera controiniziatica», da parte di chi vorrebbe estirpare «ogni radice di una civiltà millenaria, che viene ridotta ad una ignobile rappresentazione della tracotanza disumana», per dirla ancora con Danesi, la polemica sul match Carini-Khelif estende ulteriormente il panorama, probabilmente sfiorando la stessa geopolitica: che poi è il vero campo di battaglia, sul terreno, dell’oligarchia che farebbe della contro-iniziazione il suo marchio di fabbrica.
Data per scontata l’idea che certi contrasti molto mediatici servano innanzitutto a scatenare le varie tifoserie in modo anche grossolano e pretestuoso, fa rifettere che il sorteggio parigino, in quel caso, abbia opposto – e con quegli esiti, poi – l’Italia e l’Algeria, un tempo colonizzata dai francesi, che oggi ospitano le Olimpiadi e stanno perdendo la presa sul continente africano.
Dopo l’esplosione del conflitto nel Donbass, notoriamente, proprio l’Algeria è diventata il maggior fornitore energetico del Belpaese. E oggi, si legge sui giornali, da Algeri sale il risentimento verso il governo italiano, visto che Giorgia Meloni si è esposta nei panni di consolatrice di Angela Carini. Come la Rowling, anche se usando toni ovviamente meno espliciti, la premier ha presentato la giovane connazionale come vittima di un’ingiustizia.
Al di là quindi dell’umanità delle due persone presenti su quel ring, ciascuna con la propria insindacabile dignità di essere vivente, può persino farsi strada il sospetto che – se non come progetto, almeno come corollario – le lacrime di Angela Carini siano servite a qualcun altro. Qualcuno che, magari, la battaglia ideologica sull’identità sessuale la utilizza per scopi malevoli. E che, con la boxe, non c’entra proprio niente.





