
di Giorgio Cattaneo
In questi giorni chissà perche’ ho una sorta di flashback: i militi madrileni della Guardia Civil in assetto da guerra, giubbotto antiproiettile e mitra spianati di fronte alla folla assiepata oltre le transenne. In adorazione, i visitatori, accalcati davanti al dolente capolavoro di Picasso, custodito nel meraviglioso Museo de la Reina Sofia. Un’opera leggendaria, realizzata quasi all’istante nel 1937 dopo lo spaventoso bombardamento di Guernica: il primo massacro indiscriminato, per via aerea, dell’inerme popolazione civile, ad opera dell’aviazione nazista e fascista. Un grido di dolore, quello di Picasso: l’apoteosi della barbarie e della sofferenza, in quelle figure lacerate e disintegrate, smembrate, impazzite di paura.
Vera arte, nel sigillo sanguinoso di Guernica. Arte nobilmente concepita: sacrificarsi fino a rappresentare il male, in modo anche molto disturbante, pur di imporre una verità impossibile da tacere. Il brutto, l’orrendo, come drammatica eccezione: come violazione criminale dei diritti umani. Cent’anni dopo, sulla deriva dell’arte contemporanea – che invece tende troppo spesso a sdoganare il brutto come squallida normalità, persino attraente – ormai si sprecano le denunce e le riflessioni preoccupate. Reificazione, mercificazione universale, svalutazione sistematica dell’umano. E irrisione dell’autentico gesto creativo, che allontana il sapiens dalla dimensione robotica e freddamente spersonalizzata.
La cerimonia olimpica di Parigi non fa che assolvere in modo pedestremente diligente il compito, fedele alle direttive estetiche del mainstream inanimato: un potere apolide, che sogna una popolazione mondiale composta da poveri automi, agli ordini dei pochissimi eletti. L’orrendo, lo scabroso, il capovolto, il controiniziatico: fa quasi tenerezza l’evidenza dell’intento – presentare l’osceno come virtuoso – vista la patetica mediocrità della performance. Al punto che, di fronte a una rappresentazione così infima, suonano eccessive persino le rimostranze, legittimamente piovute da ogni parte (con grande soddisfazione, forse, dei provocatori: il loro dilettantismo finisce per essere oscurato dall’indignazione suscitata).
Di fatto, da alcuni anni, i Padroni del Discorso non perdono occasione per ordinare ai loro servi di latrare in mondovisione esprimendo la fantasmagorica, sgangherata e miserabile escatologia a cui anelano. Nel vuoto cosmico della post-democrazia occidentale, sempre più distopica, si fa lancinante l’assenza di un vocabolario libero, di una nuova sintassi che torni a coniugare etica ed estetica, restituendo ai viventi la capacità di manifestare la propria identità, la dignità del loro sentimento, lo smarrimento di fronte alla follia imperante e la sacralità del proprio essere individui, unici e irripetibili. In altre parole, parafrasando un vecchio film: cercasi Picasso, disperatamente.





