
di Alberto Frau
Albori degli anni Ottanta: l’Italia vive un momento di “bagarre energetica”, per via della rivoluzione iraniana che sta sconvolgendo il mercato petrolifero. Per sopperire a tale situazione l’ENI, tramite l’AGIP, stipula un accordo con la società saudita PETRONIM inerente alla fornitura di petrolio, alla realizzazione di impianti di raffinazione e altri progetti connessi all’industria petrolifera. La collaborazione tra le due entità sembra promettente, con prospettive di grandi affari e investimenti significativi. In particolare, i sauditi si impegnano a fornire petrolio a condizioni molto convenienti: circa 90 milioni di barili in tre anni a un prezzo base di 18 dollari al barile (quando il greggio è quotato oltre i 30 dollari). La cifra che ENI deve pagare è enorme: circa 1.700 ML/$ e forse più, ma rispetto ai prezzi di mercato il contratto permette di realizzare un enorme risparmio.
L’ENI è presieduta (da poco) dall’accademico Giorgio Mazzanti, ex collaboratore del premio Nobel Giulio Natta. Mazzanti è un tecnico di valore; si dedica all’approvvigionamento petrolifero del Paese cercandone la ridistribuzione geografica ma non valuta il peso delle influenze partitiche sulle aziende a partecipazione statale, di cui ENI fa parte!
Il resto è storia.
Sarà previsto il pagamento di una “intermediazione in ragione del 7%” degli importi via via fatturati da PETROMIN per la fornitura di greggio. L’intermediazione sarà legata a un “contratto parallelo” secretato e stipulato con la società di brokeraggio panamense SOPHILAU. Il (dimissionario) Governo dell’epoca, presieduto da Giulio Andreotti, ne ha autorizzerà il primo pagamento, per la cifra di 17 ML/$ (20 MLD/£ di allora), lasciando la gestione dell’affare al neo-esecutivo guidato da Francesco Cossiga.
La notizia della presenza della intermediazione darà però origine ad un clamore politico senza precedenti che spingerà gli arabi a interrompere il contratto, Cossiga a volare negli USA e la SOPHILAU di Panama a svanire nel nulla (sic).
Le indagini riveleranno la presenza di una rete complessa di malaffare, inerente al personale dell’ENI a politici e faccendieri con l’immagine dell’azienda statale compromessa a livello internazionale. In particolare, le indagini – che saranno condotte per oltre un decennio, anche tramite un’apposita commissione inquirente parlamentare – condurranno alle dimissioni dell’innocente Mazzanti, all’arresto di alcuni degli imputati ma non individueranno i beneficiari dell’intermediazione e tutta la vicenda sarà coperta dal segreto di Stato.
Con parole di Donato Speroni (ex direttore centrale per le relazioni esterne di ENI), tratte dal suo libro-inchiesta “L’intrigo saudita”, la vicenda schiuderà per l’ENI un’epoca cupa che avrà termine solo all’inizio degli anni Novanta con l’avvio di Tangentopoli e la privatizzazione dell’ente.





