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IL PARRICIDIO, FASSINO E I POST-COMUNISTI DELLA GENERAZIONE BERLINGUERIANA

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di Giovanni Fasanella

Un passaggio dell’intervista rilasciata i giorni scorsi da Maria Berlinguer, figlia di Enrico, a Simonetta Fiori di Repubblica, ha innescato qualche polemica e la reazione di Piero Fassino. Lo riferisce oggi la stessa Repubblica:
«“Piero Fassino disse che papà aveva cercato la bella morte per sfuggire allo scacco matto di Craxi” è la frase dell’intervista che ha spinto il deputato Pd a inviare una lettera-comunicato alle agenzie per dare la sua versione dei fatti: “Scrissi che l’improvvisa morte colse Enrico in un momento di grande difficoltà, dopo che il rapimento di Moro aveva interrotto l’esperienza del compromesso storico e nel pieno del duro scontro con Craxi. E ricorrendo a una metafora evocai una partita a scacchi interrotta dalla morte di uno dei giocatori… Certo non volevo essere malevolo o irrispettoso”. E ancora: “Quelle poche righe peraltro sono scritte in un libro pieno di riconoscimenti a Enrico Berlinguer”».
Il commento di Repubblica: «Certo, la metafora degli scacchi non fu delle più felici, e suscitò all’epoca la reazione di persone anche politicamente diverse, da Giovanni Berlinguer a Giorgio Bocca, che la intesero allo stesso modo in cui oggi la interpreta Maria Berlinguer».
Maria Berlinguer ha pronunciato quelle parole su Fassino nel contesto di un ragionamento sul trattamento riservato al padre, dopo la morte, da quasi tutti i dirigenti post-comunisti, molti dei quali allevati dallo stesso Berlinguer. Un parricidio, insomma. Ho segnalato l’intervista di Maria Berlinguer, e molti amici mi hanno scritto chiedendomi un parere. La mia risposta è in questo passaggio dell’introduzione che ho scritto con Corrado Incerti per “Berlinguer deve morire”, nelle librerie con Fuoriscena e nelle edicole con il Corriere della Sera:
«(…) Enrico Berlinguer fu senza dubbio il leader comunista italiano più carismatico, il più amato e rispettato nel nostro Paese e all’estero. Sotto la sua guida, il Pci conquistò nella prima metà degli anni Settanta una forza elettorale mai ottenuta da un partito marxista attraverso libere elezioni, raggiungendo percentuali che nei decenni successivi tutte le forze di centrosinistra messe insieme avrebbero a malapena sfiorato. Ed espresse il massimo della cultura di governo compiendo, sia in politica interna che estera, scelte strategiche irreversibili. Eppure, non è riuscito a sottrarsi al più curioso dei destini. Da vivo, fu combattuto con ogni mezzo dai suoi nemici. Da morto, i più leali degli avversari ne hanno riconosciuto le qualità e i meriti, mentre i suoi amici, a parte qualche eccezione (Emanuele Macaluso, che rivelò a «Panorama» i sospetti di Berlinguer sull’incidente di Sofia, e Walter Veltroni, legato al leader comunista da un affetto profondo), hanno tentato di demolirne il mito e a volte persino, appunto, di cancellarne la memoria. Salvo aggrapparsi al suo nome quando lo imponevano le circostanze. Soprattutto quando le necessità contingenti della lotta politica o le disavventure giudiziarie consigliavano un buon uso della sua immagine e della sua indiscussa moralità. Sulla scia di Occhetto, per i segretari dei partiti postcomunisti, che si chiamassero Pds, Ds o Pd, prendere le distanze da Berlinguer era quasi un obbligo. Una specie di rito d’iniziazione per legittimare la propria leadership in ambienti tradizionalmente ostili alla sinistra. Un visto d’ingresso in certi salotti del potere, persino quelli più ovattati, che si guardavano bene dal raccontare gli aspetti meno edificanti della storia dell’anticomunismo, ma che pretendevano dagli altri continui esami di maturità. Così, mentre i suoi allievi si «ripulivano», al vecchio capo, scomparso nel 1984 per un malore che lo aveva colpito durante un comizio elettorale, è stata addebitata ogni sorta di errori e manchevolezze.
Fu pubblicata persino un’«antologia» dei limiti berlingueriani: un libro della giornalista Miriam Mafai, storica militante del Pci e compagna di una vita di uno dei suoi esponenti più prestigiosi, Giancarlo Pajetta. Uscì nel 1996, all’indomani della vittoria del centrosinistra guidato da Romano Prodi, con il perentorio titolo Dimenticare Berlinguer, dipinto come un leader prigioniero di una vecchia cultura, in ritardo su tutti gli appuntamenti della storia, un moralista, un illuso, un personaggio estraneo alla realtà del Paese e isolato all’interno del suo stesso partito. Insomma, una palla al piede della sinistra, una zavorra di cui liberarsi il più rapidamente possibile e per sempre. Quel libro apparve ingeneroso persino a uno storico, irriducibile avversario del Pci come Indro Montanelli, che sentì il dovere di prendere pubblicamente le difese di Berlinguer: «Anche le luci nel pamphlet della Mafai servono per far meglio risaltare le ombre».
(…) Il parricidio si consumò definitivamente quando Piero Fassino venne eletto alla segreteria dei Ds, all’inizio del Duemila. Una carriera da funzionario sempre pronto a obbedire al partito e a servire ogni «rivoluzione», purché preventivamente autorizzata dall’alto, il «grissino di ferro», come lo ribattezzò il giornalista Giampaolo Pansa per via del suo fisico allampanato, per una volta volle dare l’impressione di anticipare i tempi. E scrisse anche lui un libro, Per passione, in cui auspicava il definitivo «taglio delle radici». Attraverso la propria biografia, narrò una storia della sinistra dagli anni Settanta all’ascesa di Silvio Berlusconi, il cui filo conduttore, naturalmente, era la sequela di errori commessi da Berlinguer. Il più grave di tutti, il conflitto che a cavallo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta lo vide contrapporsi ferocemente al segretario socialista Bettino Craxi. Manco a dirlo, in quel duello all’interno della sinistra il berlinguerismo incarnava la conservazione, mentre il craxismo era la quintessenza della modernità. Proprio il mea culpa che i salotti intellettuali promossi dal leader socialista all’epoca della «Milano da bere» volevano sentir pronunciare da un ex comunista. Sopravvissuti alla rovinosa caduta del loro mentore ma ancora molto potenti, riconoscenti, quei salotti ringraziarono assegnando a Fassino il Premio Capalbio 2003. Anche se, caso più unico che raro, Per passione non era ancora arrivato nelle librerie. L’anomalia fu denunciata da Pansa, anche lui premiato, ma che per decoro e per protesta non si presentò a ritirare il riconoscimento: «Una cosa irreale, un premio a un volume che non è ancora stato sottoposto al vaglio dei lettori e della critica» spiegò il giornalista sbalordito.
Certo, Berlinguer non era infallibile, come tutti i grandi leader della storia, del resto. Non sempre vide con lucidità. Il suo percorso non fu lineare e privo di contraddizioni. Commise degli errori. Ma era un uomo politico costretto ad agire entro i limiti angusti del suo tempo, con le lentezze, la prudenza, i condizionamenti imposti dalla guerra fredda e dalla politica dei blocchi. Ed è proprio di questo che i suoi detrattori non hanno mai tenuto conto. La sua figura, la sua azione e il suo pensiero sono stati del tutto decontestualizzati per essere sottoposti a un esame frettoloso e superficiale, con un giudizio scontato già in partenza, perché funzionale a interessi tattici contingenti. Dopo la caduta del Muro e la catastrofe del comunismo sovietico, l’ansia da accreditamento dei postcomunisti italiani era talmente forte che Berlinguer finì per essere usato come l’agnello sacrificale. E il parametro per misurarne il valore è stato quasi sempre ed esclusivamente il suo rapporto con Craxi: quanto più disprezzava o combatteva il leader socialista, tanto più quello comunista era miope e conservatore. Eppure, senza voler demonizzare il leader socialista, sarebbe bastato uno sguardo sia pure da lontano sulle macerie del craxismo per consigliare maggior prudenza, evitando la tentazione dei giudizi definitivi. Però la politica, si sa, essendo l’arte del possibile, necessita di una buona dose di cinismo. E il cinismo, soprattutto quando si applica alla storia, porta molto spesso a piegare i fatti agli interessi contingenti. Ma è un esercizio molto pericoloso. Perché finisce inevitabilmente per ritorcersi contro, come una sorta di legge del contrappasso.
Quando Fassino, lo stesso Fassino del «taglio delle radici», finì impigliato nelle maglie di una vicenda poco edificante che riguardava il rapporto tra il suo partito e la banca Monte dei Paschi di Siena (poi fortunatamente conclusasi senza danni giudiziari), per difendersi non trovò di meglio che invocare il suo maestro di moralità, Berlinguer. E in tempi più recenti, Occhetto, lo stesso Occhetto del «noi siamo ormai un’altra cosa», quando ha tentato di rientrare sulla scena politica dopo anni vissuti nell’ombra, in un libro pubblicato nel 2013 (La gioiosa macchina da guerra. Veleni, sogni e speranze della sinistra) ha dovuto restituire il maltolto, rivelando che l’idea di cambiare nome al Pci l’aveva avuta Berlinguer molto prima di lui. Quando il Muro non era ancora crollato, l’impero di Mosca era ancora potente e le politiche coraggiose erano considerate eretiche. E comportavano anche dei rischi personali.
Berlinguer non va certo santificato. Sarebbe un errore pari alla sua rimozione aggrapparsi nostalgicamente al suo mito, in un’epoca in cui la sinistra sembra aver smarrito la strada ed è in cerca di una propria identità. Va semplicemente ricordato. Ricordato storicamente, inquadrandone la figura nel suo tempo e nel suo contesto, dando a lui quello che è suo. (…)»

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