
Per non inscriverci alla palestra degli idioti e nemmeno al teatrino dei bugiardi, dobbiamo cercare di capire per quale motivo siamo nella guerra, ma non siamo in guerra con la Russia.
Siamo nella guerra perché è in atto una guerra ibrida, condotta su più fronti, solo alcuni dei quali sono teatri di conflitti armati (Ucraina, Israele, Ciad, ecc.).
La guerra ibrida è condotta a vari livelli e in varie modalità: economica, cibernetica, chimica, batteriologica, psicologica, comunicativa, cognitiva e via discorrendo.
Per prima cosa è necessario fare i conti con la guerra cognitiva, ossia con una forma di guerra ibrida fondata sulla conduzione continua e ripetuta di attacchi informativi e operazioni psicologiche nei confronti di una società, principalmente per mezzo di influencer, social media e social network. Suddetti attacchi hanno il potenziale e l’obiettivo di indebolire la società bersagliata promuovendo al suo interno polarizzazione inter e intracomunitaria, processi di radicalizzazione e persino fenomeni di instupidimento negli individui e nelle collettività.
“La competizione tra grandi potenze, popolarmente nota come «Guerra Fredda 2.0» o «Terza guerra mondiale in frammenti» – scrive Emanuele Pietrobon -, ha la forma di un iceberg: la maggior parte degli eventi che hanno luogo al suo interno raramente raggiunge la superfice, restando oscura alle masse. Il risultato di questa concentrazione sommersa di conflittualità è un basso livello di consapevolezza situazionale, giacché l’assenza di guerra tangibile viene erroneamente considerata sinonimia di pace”. [1]
La guerra tra Israele e Hamas non ci riguarda direttamente, ma il fatto che gli Huthi minaccino le navi commerciali che vogliono entrare nel Mar Rosso per arrivare nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez comporta un pattugliamento navale costoso e, soprattutto, ha fatto lievitare le assicurazioni e i noli, con effetti inflazionistici che ricadono su di noi.
La guerra in Ucraina non ci riguarda direttamente, ma con il blocco del gas russo e con le sanzioni a Mosca che sono tornate come un boomerang sull’economia dei paesi europei, ha disastrato l’economia tedesca, messo in ginocchio l’asse franco tedesco e creato un rallentamento preoccupante dell’economia dell’intera Unione Europea.
Le guerre e i rivolgimenti in Africa hanno creato le condizioni di un progressivo dominio delle materie prime e delle risorse energetiche da parte della Cina e della Russia.
L’esempio del Sahel è classico: fuori americani e francesi dal Mali, dal Burkina Fasu e dal Niger e dentro i russi. La destabilizzazione della Libia da parte di francesi e inglesi, con il via libera degli Usa e il masochistico assenso degli italiani, ha dato spazio alla Russia in Cirenaica.
Solo pensando a questi paesi africani, oltre al controllo dei migranti, emergono materie prime come l’oro e l’uranio e risorse energetiche come il petrolio.
Noi non siamo in guerra, ma siamo immersi in una guerra che è fatta di dominio delle materie prime e delle risorse energetiche.
Un’altra guerra nella quale siamo immersi è quella tecnologica, che si vede anche sui fronti caldi, ad esempio con l’entrata in campo dei droni, ma soprattutto con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Una guerra insidiosa nella quale siamo immersi è quella del controllo sociale.
La pandemia, nata in un laboratorio cinese di guadagno di funzione (trasformazione di virus in micidiali armi batteriologiche), finanziato dagli Usa e con trasferimento di know how americano, ha consentito, oltre ad un enorme business vaccinale, la sperimentazione di un controllo sociale in stile cinese sulle popolazioni occidentali.
Tuttavia, la parte più insidiosa della guerra nella quale siamo immersi è quella cognitiva che, in questi anni, ha prodotto idiozie ideologiche come il green, il clima, con conseguenti politiche che stanno distruggendo la manifattura occidentale o come la cancel culture, un cancro mediatico che all’Occidente intende togliere radici ed anima.
Siamo immersi nella guerra, ma vediamo solo la punta dell’iceberg, ossia la parte armata dei conflitti, mentre funziona il rimbambimento progressivo delle masse.
Gli aspetti più insidiosi della guerra sono il portato di attacchi informativi e operazioni psicologiche, principalmente per mezzo di influencer, social media e social network.
Non v’è dubbio che una dei modi per non soggiacere all’immersione nella guerra è quello di attrezzarsi a controllare le informazioni, ad aumentare lo spirito critico, a distogliere l’attenzione da influencer, social media e social network.
Veniamo, ad esempio, ad una delle questioni sulla quale si fa, volutamente, una gran confusione: il coinvolgimento diretto nella guerra in Ucraina.
Il generale Carlo Jean, nella prefazione al saggio del professor Giuseppe Gagliano: “Guerra cognitiva, disinformazione e movimenti sociali”, scrive, a proposito dell’articolo 11 della Costituzione (l’Italia ripudia la guerra di aggressione): “Nell’ultimo capitolo del saggio del Prof. Gagliano è bene posta in evidenza un’interpretazione distorta che ne è stata data da parte di coloro che hanno contestato – qualificandolo militarista, criptofascista ed altre piacevolezze – il protocollo “Allenati per la vita”, concordato fra il Ministero della Difesa e il Ministero della Pubblica Istruzione. La manipolazione, in tal caso, è quella ricorrente. Ci si limita a far riferimento al primo inciso dell’art. 11 della Costituzione, che dice che “l’Italia ripudia la guerra”, senza precisare quale tipo di guerra è ripudiata (cioè la guerra di aggressione) e sottacendo (sono persuaso che ai “fedeli della pace” la cosa interessi ben poco) le discussioni nel Gruppo dei 75 o il contenuto dell’art. 52 della Costituzione (che prevede che la “difesa della Patria sia sacro dovere di ogni cittadino”) e che l’Italia acconsente a cessioni di sovranità alle organizzazioni internazionali (i Costituenti si riferivano specificamente all’ONU) che prevedono l’uso della forza non solo per autodifesa individuale e collettiva. La Carta delle Nazioni Unite ne prevede anche un uso offensivo, ai fini del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale o del diritto internazionale violato (anche nei confronti del proprio popolo)”.[2]
Se stiamo all’articolo 11 della Costituzione, un nostro intervento in Ucraina sarebbe a tutti gli effetti un’aggressione alla Russia. Noi non aggrediamo nessuno, perché lo vieta la Costituzione. Punto e a capo.
Ecco che qui acquistano significato le parole sagge di chi è al governo del paese che, pur solidarizzando con l’Ucraina, afferma che “non siamo in guerra con la Russia”.
L’Ucraina non è nella Nato e nemmeno nell’Unione Europea e, pertanto, non è un paese Nato e nemmeno europeo aggredito, la qual cosa non fa scattare le norme di solidarietà, anche armata, contenute nel Trattato Nato e nelle regole europee.
Qualsiasi intervento potrebbe avere un senso se avesse la copertura dell’Onu, cosa impossibile, in quanto ci sarebbero i veti della Russia e, probabilmente, della Cina.
L’Italia è andata oltre il dettato costituzionale quando ha aggredito la Serbia in una guerra condotta dalla Nato senza copertura dell’Onu al tempo in cui il governo italiano aveva come presidente del Consiglio Massimo D’Alema e ministro della Difesa Sergio Mattarella.
Nel 1999, infatti, il governo presieduto da Massimo D’Alema autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano per la guerra della Nato contro la Serbia di Milosevic, scoppiata per la crisi in Kosovo. Anche i nostri aerei andarono a bombardare la Serbia. Eravamo degli aggressori.
Fu il secondo intervento bellico italiano dal Dopoguerra, il primo era stato nel 1991, con la Guerra del Golfo (la prima) e i Tornado dell’Aeronautica mandati a bombardare l’Iraq di Saddam Hussein, che da pochi mesi aveva invaso un paese libero, il Kuwait. Paese libero che non era Nato.
Poi toccò alla Libia, nel 2011, nell’intervento militare della Nato contro Gheddafi. Anche in questo caso: aggressione.
Tutti interventi che nulla avevano a che fare con la difesa della Patria e che erano, di fatto, aggressioni.
Discutere di intervento militare in Ucraina quando la stessa Alleanza Atlantica lo esclude è, pertanto, semplicemente idiozia avventurista, tipica di chi è in allenamento nella palestra degli idioti.
[1] Emanuel Pietrobon, Guerra cognitiva, la nuova minaccia ibrida, Dossier del centro studi politici e strategici Machiavelli
[2] Prefazione del generale Carlo Iean al testo di Giuseppe Gagliano “Guerra cognitiva,disinformazione e movimenti sociali” (Italian Edition), CESTUDEC (Centro studi Strategici Carlo De Cristoforis)





