Home Politica estera RICOMINCIANO I CONTATTI EUROPA CINA – MA NON L’ITALIA

RICOMINCIANO I CONTATTI EUROPA CINA – MA NON L’ITALIA

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Il saggio è stato scritto il 7 maggio

Introduzione

Alla fine di novembre dell’anno scorso sono tornato in Cina dopo la lunga pausa dovuta al Covid. Ve ne ho dato ampiamente conto in un articolo di dicembre 2023 in cui esprimevo il mio stupore per un Paese significativamente diverso da quello che avevo lasciato, ed ebbi “la stranissima sensazione che fossimo tornati indietro nel tempo di almeno vent’anni e contemporaneamente avanti di cinquanta”. Da un lato si riduceva la conoscenza dell’inglese e dall’altro l’automazione e la robotica erano arrivate a un livello di diffusione capillare che non è oggi visibile in nessun altro paese del mondo. Un articolo di Federico Fubini negli stessi giorni mi fornì alcuni dati che confermavano la mia sensazione. Nel biennio 2022/23 l’export/import cinese verso le economie avanzate del mondo è calato visibilmente, mentre l’opposto è successo negli scambi con il Sud del mondo. Più in dettaglio gli scambi con gli USA sono rimasti sostanzialmente stabili mentre quelli con l’Europa hanno mostrato un crollo significativo. Quanto al secondo gruppo gli scambi con India e Indonesia sono cresciuti in maniera abbastanza vistosa. Tutto ciò è perfettamente in linea con la riduzione dei rapporti politici con il mondo occidentale, ridotti a uno stato quasi conflittuale e con la crescita di rapporti con i Paesi del Sud globale: i “BRICS”, i paesi dell’ASEAN, e quasi tutti i Paesi dell’Africa. Il quadro era abbastanza chiaro, le prospettive per l’Europa e il Mondo molto meno! Sono passati pochi mesi e, alla fine di aprile, Federico Rampini ci fornisce il resoconto del suo viaggio in Cina dopo cinque anni da quando vi aveva soggiornato stabilmente, fornendoci un quadro puntuale e molto interessante del Celeste Impero. Oggi anche lui trova la Cina molto diversa “meno inquinata e più autarchica. Si è svuotata di molti espatriati, soprattutto manager di multinazionali occidentali, ma se la cava anche senza…La digitalizzazione è avanzata in modo formidabile, noi americani o europei, siamo trogloditi al confronto”. Chiudo questo cenno alle riflessioni del grande giornalista con una sua affermazione che può fare da introduzione al mio articolo di oggi: “L’export di prodotti made in China è più aggressivo che mai. Sul mercato americano le vendite cinesi dall’inizio dell’anno sono aumentate del 7% in valore ma del 30% in quantità: siamo inondati di prodotti a prezzi stracciati, Pechino deve smaltire eccessi di produzione”

Il viaggio in Cina della delegazione tedesca – Premesse

In questi ultimi mesi varie delegazioni internazionali si sono recate in Cina. Era prevedibile, alla luce della situazione internazionale, delle complesse problematiche sul terreno, e delle elezioni in corso o molto prossime che si terranno nei prossimi mesi. Mi limiterò in questa nota a esaminare la visita della delegazione tedesca, e di quella precedente di una delegazione dell’Unione Europea, perché più direttamente di nostro interesse. Non vi parlerò invece, per questioni di spazio, delle riunioni fra i rappresentanti americani e le loro controparti cinesi, come delle visite di funzionari dei Paesi del Sud del mondo e di Taiwan, che pure sarebbero importanti per capire qualcosa del mondo in cui stiamo vivendo. Il cancelliere tedesco Scholz, dunque, accompagnato da una folta delegazione industriale, ha visitato alcune città cinesi e le autorità politiche del Paese dal 13 al 16 aprile scorso. In preparazione della visita la camera di commercio tedesca in Cina aveva pubblicato un’analisi delle opinioni delle società tedesche operanti localmente. Esse a mio avviso sono molto utili per capire cosa succede nella “vita reale” di chi deve confrontarsi con le problematiche di tutti i giorni. Il 14% delle aziende hanno oltre 1000 dipendenti, il 20% fra 250 e 1000, il 33% fra 50 e 250 e infine il 33% meno di 50 dipendenti. Esse coprono un po’ tutti i settori e le tipologie di attività. In generale il 79% delle società che hanno deciso di continuare ad investire ritengono che la competitività sia il fattore dominante. Il 5% pensa che le società cinesi siano leaders dell’innovazione nel loro settore di lavoro, e il 46% prevede che diventeranno i leaders nei prossimi cinque anni. Nel settore automobilistico l’11% vedono i cinesi come leaders nell’innovazione, e ben il 58% pensano che lo diverranno nei prossimi cinque anni. Più in dettaglio, le società tedesche e cinesi stanno sempre più diventando competitori allo stesso livello sia nel mercato cinese che in quello internazionale. E’ una realtà alla quale bisogna essere preparati. Per accrescere la loro competitività, le società interpellate ritengono che sia necessario aumentare i propri investimenti in Cina e collaborare con partners locali. Molte società presenti ritengono di dover affrontare una concorrenza sleale pur ritenendosi superiori ai concorrenti locali in termini di qualità. Gli svantaggi che lamentano sono essenzialmente dovuti all’accesso al mercato e alle strutture necessarie (autorità di governo e locali, accesso alle gare pubbliche etc.) Ciò comporta una pressione sui costi, ridotti margini di profitto, e in prospettiva un accesso ridotto al mercato teoricamente possibile. Su quest’ultimo punto, sulla base di una presenza in Cina di oltre 40 anni, mi permetto di dire che quando si approccia un mercato estero in generale è sempre necessario un certo tempo per “studiare, capire, e fronteggiare la concorrenza locale che conosce tutto ciò alla perfezione”. Un investitore italiano che voglia operare in un paese della UE, quindi vicino a noi, deve essere preparato a fronteggiare innanzi tutto i concorrenti locali che “fanno muro” per non farlo entrare, spesso spalleggiati dalle autorità locali. Ne esistono vari esempi che tutti conosciamo. Lo stesso investitore, se pensa di entrare in un Paese come la Cina, ma lo stesso vale in India, in Vietnam, in Indonesia o Malesia, sa di dover affrontare una cultura, storia, sistema politico, legislazioni in materia amministrativa e commerciale, del tutto diverse da quelle a cui è abituato, una burocrazia che niente ha a che fare con la nostra, e soprattutto una lingua molto difficilmente traducibile (anche avvalendosi di interpreti) ed un sistema negoziale direi opposto al nostro. Tutto ciò inevitabilmente richiede un lungo e difficile periodo di ambientamento e una qualche forma di supporto locale. Un occidentale non riesce a spiegarsi le difficoltà d’interlocuzione e ciò gli crea anche gravissime incomprensioni a livello locale. Del resto quando, da consulente di un’azienda cinese, li ho aiutati a capire il mercato americano e a inserirsi in esso, ho verificato direttamente le difficoltà e il tempo che è stato loro necessario per inserirsi con una certa stabilità. Le due tabelle allegate dettagliano bene la percezione che gli investitori tedeschi hanno del loro posizionamento nel mercato cinese. E’ interessante notare, nella seconda, il fatto che si ritengano sostanzialmente allo stesso livello dei concorrenti locali eccetto che nelle ultime tre posizioni, come per altro è abbastanza scontato.

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Ovviamente la crescita della competitività cinese ha delle implicazioni. La tabella seguente le indica chiaramente, ma è interessante notare che solo il 2% degli investitori tedeschi arriva alla conclusione che forse bisogna entrare nell’ordine d’idee di lasciare il mercato cinese. Mi è sembrato utile fornirvi questi dati che danno un’idea di come talvolta la “realtà commerciale e industriale” è diversa da quella politica.

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Il trilemma di Scholz Il cancelliere tedesco, al suo secondo viaggio in Cina deve barcamenarsi fra tre grandi problemi. Il primo è politico, legato alla posizione occidentale sulle guerre in corso, sui diritti umani etc. Ma non è solo questo. Infatti, come osserva il New York Times, deve mantenere i rapporti economici con la Cina e gestire allo stesso tempo la pressione degli Stati Uniti per allinearsi più strettamente con Washington contro Pechino, portando avanti la politica di “decoupling”. Il secondo è economico. Bastano alcuni dati per capirne l’importanza. L’ufficio federale tedesco di statistica ha dichiarato a febbraio che la Cina “è stata il partner commerciale più importante della Germania nel 2023 per l’ottavo anno consecutivo.” Repubblica insiste sul tema, affermando che metà del fatturato della chimica e un terzo di quello dell’industria automobilistica proviene alla Germania ancora una volta dalla Cina. Il terzo è legato alle posizioni diverse assunte in seno aall’Unione Europea. E’ del tutto evidente, infatti, che la Germania non ha alcuna intenzione di rinunziare agli strettissimi legami economici con Pechino e prosegue sulla sua strada in maniera assolutamente indipendente e unilaterale. I tre aspetti sono certamente legati l’uno all’altro ma cercherò di analizzarli singolarmente per poi trarne alcune conclusioni.

La parte politica

Un comunicato del governo federale ci informa, in maniera ufficiale, dei punti salienti della visita di Scholz. Egli ha discusso con il presidente Xi di come la Germania e la Cina possano contribuire a una pace giusta in Ucraina, e hanno convenuto che la conservazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina siano basi necessarie per un ordine di pace sostenibile. Il cancelliere ha chiesto a Xi di esercitare pressioni sulla Russia “in modo che Putin interrompa la sua folle campagna e ritiri le sue truppe e ponga fine a questa guerra”. Spostandosi sul Medio-Oriente Scholz ha condannato l’attacco senza precedenti dell’Iran al territorio israeliano nei termini più forti possibili. Ha inoltre ribadito la sua richiesta di rilascio immediato di tutti gli ostaggi ancora nelle mani dei loro rapitori dopo il barbaro attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre. Sia la Cina che la Germania chiedono un accesso senza ostacoli e affidabile agli aiuti umanitari a Gaza, ed entrambi i leaders vedono la soluzione di due stati come l’unico modo per consentire sicurezza e pace. Repubblica attacca frontalmente la posizione di Scholz, “Che Xi Jinping si sia allontanato sempre di più dall’Occidente, che minacci di invadere Taiwan, che stia fornendo armi alla Russia con cui vengono massacrati quotidianamente civili ucraini, che abbia giurato eterna amicizia a Vladimir Putin, che calpesti i diritti umani e i diritti delle minoranze sempre più brutalmente, e che stia inondando il mercato europeo di acciaio, macchine elettriche e tecnologia solare a prezzi stracciati non conta per Scholz”. E, citando il capo economista di Merics, “Il viaggio del cancelliere è all’insegna dei vecchi schemi: la Cina viene considerata un partner commerciale.” Infine per avere una conferma di tutto ciò basta guardare i numeri: gli investimenti diretti in Cina hanno raggiunto nel 2023 un nuovo record storico: 12 miliardi di Euro. Più moderata, almeno nei termini, Janka Oertel, direttrice del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations “Durante la visita del cancelliere tedesco in Cina non sono stati fatti passi avanti in nessuna area sostanziale di interesse europeo, né sull’Ucraina, né sulla pressante questione delle sovraccapacità cinesi che sfidano il mercato della UE. E poi “ E’ un segnale irritante che la Germania sembra non essere in sintonia con i suoi partner e alleati quando si tratta dei rischi di cyber sicurezza provenienti dalla Cina… La continua dipendenza dell’infrastruttura 5G è solo un esempio: i veicoli connessi sembrano essere il prossimo assolo.” Anche il New York Times è critico: nonostante le pressioni di Scholz su Xi, non sembra che abbia ottenuto che la Cina parteciperà alla conferenza internazionale per l’Ucraina nel giugno prossimo. La Germania aveva sperato che la Cina avrebbe potuto usare la sua influenza sulla Russia per aiutare il lavoro verso un accordo di pace. La Germania avrebbe anche voluto che la Cina sospendesse la vendita alla Russia di beni che potrebbero essere utilizzati anche per scopi bellici e Scholz ha dichiarato alla stampa di aver sollevato questo problema in modo che “non ci possa essere alcun fraintendimento sul nostro punto di vista.” Da tutto ciò penso che si possa trarre la conclusione che Scholz abbia certamente sollevato con le controparti cinesi i principali problemi di politica internazionale, ma in maniera abbastanza blanda, differentemente da quanto fatto in precedenza dalla presidente della commissione europea e dai leaders americani. Il suo reale obiettivo era di non turbare i rapporti economici, di estrema importanza per la Germania specialmente in questo momento di difficoltà.

Le discussioni economiche

Parto anche qui dal comunicato del governo federale. Questa volta è molto più stringato. “La Cina dovrebbe rimanere e rimarrà un partner economico importante per la Germania e per l’Europa nel suo complesso” ha detto Scholz nel suo colloquio con Xi Jinping. Alla base di ciò devono esserci condizioni di concorrenza eque. Sempre il cancelliere, nel suo colloquio con Li Qiang ha parlato della parità di accesso al mercato, della protezione della proprietà intellettuale e della necessità di un quadro giuridico affidabile. I due hanno parlato anche del clima, della biodiversità, della riduzione dei rifiuti di plastica, dell’agricoltura sostenibile. Scholz ha poi concluso “Non saremo in grado di affrontare queste sfide globali senza la Cina. Possiamo e dobbiamo affrontarle insieme”. Anche Xi Jinping ha sostenuto la necessità di una maggiore cooperazione fra Cina e Germania, specialmente in questo momento di “caos” e di rapporti internazionali abbastanza fragili. Ha comunque mantenuto una certa attenzione all’Europa, sostenendo che il suo Paese considera l’Europa un partner strategico globale, e auspicando un’autonomia strategica di quest’ultima. “E’ importante però che le relazioni Cina-UE non siano prese di mira, soggiogate o controllate da terzi”. CCTV indica, citando Xi, che sarà opportuno esplorare la possibile cooperazione, a parte i settori classici, anche sulle tecnologie moderne come la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale. E’ importante la conclusione da analizzare con attenzione “Finché sono rispettati in politica i principi di rispetto reciproco e della ricerca di un terreno comune, pur accettando le differenze, e sono mantenuti gli scambi, l’apprendimento reciproco e la cooperazione vantaggiosa per tutti, la direzione generale delle relazioni bilaterali non sarà deviata e il ritmo del progresso sarà stabile”. Queste parole delimitano, come è successo in passato, il campo di gioco nella concezione di Xi Jinping. Bisogna accettare le differenze storiche e culturali che dividono i due mondi, non necessariamente condividerle, ma senza cercare di esportare le proprie idee, convinzioni e più in generale il proprio mondo. Bisogna che ognuno pensi al proprio Paese e alle difficoltà che deve affrontare al proprio interno, senza pretendere di “dare lezioni” all’altro. Su questa base un dialogo sarà possibile, altrimenti sarà il caos. Dobbiamo prendere atto che Scholz aveva un sentiero stretto da percorrere. Era perfettamente consapevole che gli interessi tedeschi divergevano da quelli della commissione europea e ancor di più dalla politica americana. D’altronde sapeva di non poter rinunziare ai giganteschi rapporti economici con Pechino. Ecco quindi le sue raccomandazioni alla Cina di ridurre l’afflusso di merci in Europa; allo stesso tempo però ha espresso riserve sulle indagini dell’UE circa i sussidi per le industrie “verdi”, le auto elettriche e tutto ciò che ha a che fare con le nuove tecnologie. Il faro deve essere l’equità. E’ difficile parlare però di “equità” quando l’Occidente accusa la Cina di esportazione della propria sovrapproduzione, di invasione dei mercati occidentali e di sussidi. Bisognerebbe chiarire cosa si intende con la parola sovrapproduzione. Essa, fino a qualche anno fa e in misura ridotta ancora oggi, si applicava benissimo alla produzione mondiale di acciaio, nettamente superiore al fabbisogno. Si accese perciò una gigantesca competizione internazionale di cui fu vittima anche l’Ilva con la sciagurata vendita del controllo della società ad un gruppo franco-indiano. Anche la Cina ha chiuso in questi ultimi anni un gran numero di acciaierie. La produzione in perdita con il sovvenzionamento pubblico, se infatti può funzionare in un brevissimo transitorio, alla lunga non paga. Ci abbiamo provato in Italia con la produzione di alluminio in Sardegna, che era quanto di più anti economico si potesse immaginare, ma alla fine il governo dell’epoca ha dovuto rinunziare. Nel mondo occidentale si è creato un problema analogo con una sovrapproduzione di auto a combustione interna e ne hanno fatto le spese prima la Chrysler e poi la stessa Fiat. Quando però una qualsiasi azienda aumenta la produzione di un bene che può avere successo e lo esporta nel mondo, si tratta di una normale competizione da cui anche l’Italia trae vantaggio con le sue esportazioni. Ad esempio, per restare nel settore automobilistico, la Ferrari esporta molto più della metà della sua produzione e il suo fatturato e profitto sono prevalentemente realizzati dalle esportazioni, cercate e volute, e nessuno ha mai parlato in questo caso di “sovrapproduzione”. Ovviamente l’accento per noi europei si posa sulle auto elettriche, e le relative batterie. “Se l’UE si opponesse troppo alla Cina (con i dazi) potremmo aspettarci contromisure e questa sarebbe una catastrofe per noi… E’ molto importante che il mercato cinese rimanga aperto” ha detto Maximilian Butek, direttore esecutivo della camera di commercio tedesca in Cina. I dazi infatti sono un’arma a doppio taglio e questo tipo di guerra è iniziato in maniera pesante durante la presidenza Trump quando sono stati applicati sostanzialmente per questioni geopolitiche e non economiche. Per quanto riguarda l’Europa però vorrei andare un po’ più a fondo. Limitandoci al settore automobilistico, sostanzialmente tutti i produttori tedeschi hanno realizzato stabilimenti in Cina in JV con società locali. Una gran parte del loro fatturato e dei loro profitti sono realizzati lì, con manodopera sostanzialmente locale (gli espatriati sono solo qualche percento) e producendo in Germania solo una piccolissima parte di componenti essenziali, inviati per via ferroviaria da Duisburg in Cina. Per inciso Duisburg è l’hub di arrivo e smistamento di quasi tutte le merci che arrivano e partono dall’Europa verso la Cina, altro grande affare per la Germania. I Cinesi hanno rinunziato in passato a una battaglia, ovviamente perdente, sul mercato delle auto con motori a combustione interna, e accolto a braccia aperte le esportazioni e gli investimenti occidentali (anche americani) in questo settore, senza accusarci di “esportazione di sovrapproduzioni, sovvenzioni di stato , produzioni sottocosto etc. Si sono invece dedicati anima e corpo allo sviluppo di una mobilità elettrica della quale prevedevano un grande sviluppo, e delle relative batterie. Lo stesso ha fatto la TESLA negli Stati Uniti. Tutte le altre grandi fabbriche hanno “snobbato” questa novità a cui non credevano. Ora la Cina è leader in questo settore e siamo noi che rincorriamo. Scandalizzarsi di ciò mi sembra una contraddizione assoluta con i nostri principi di capitalismo liberale. E’ vero che un mercato libero non dovrebbe essere drogato da sovvenzioni di stato, anche se questa è una pratica ormai diffusa negli USA, in funzione anche anti-europea. Ma siamo sicuri che esiste una sovvenzione cinese alla produzione di auto elettriche per l’esportazione? Nello scorso dicembre il capo del gruppo Renault, un italiano, ha dichiarato ai giornalisti a Bruxelles che l’azienda spera di ridurre il costo di un veicolo elettrico del 40% nei prossimi tre o quattro anni. E allora? Forse la causa principale della nostra scarsa competitività è l’inesperienza, il fatto che siamo ancora indietro rispetto a chi studia questo settore da vent’anni, e non le sovvenzioni. Certo il costo della manodopera e dell’energia in Cina sono inferiori, ma tutto ciò fa parte della competizione normale. Se la Germania, e l’Europa in genere, sono capaci di esportare moltissimi beni di qualità in Cina, vincendo la competizione locale, non possiamo lamentarci se qualche volta dobbiamo rincorrere. Oppure possiamo imporre dazi, ma sapendo di stare adottando misure protezionistiche contrarie al libero mercato, e sapendo che dovremo aspettarci una reazione analoga. A questo proposito il Corriere ha intervistato Stella Li, presidente di BYD Europa, il più grande fabbricante di auto elettriche cinesi. Conosco bene questo marchio perché una mia assistente a Pechino ha un’auto BYD. Anch’io a Roma, dopo avere provato una vettura EV in Cina, senza pormi alla guida perché non mi era permesso, mi sono “convertito” e ho comprato un’auto elettrica Renault. Ecco, quella BYD, che è costata la metà, non ha niente da invidiare alla mia. Vi parlo di BYD perché l’anno prossimo inaugurerà la prima fabbrica di automobili in Europa, in Ungheria. Stella Li chiarisce che la costruzione di automobili in Europa ha un costo alto di energia e di lavoro ma, se si vuole essere presenti in un Paese, non ci si può limitare a esportare le automobili, avere una rete capillare di concessionari e di officine abilitate alle riparazioni, bisogna fabbricare anche in loco. In prospettiva BYD si propone di raggiungere il 10% del mercato europeo, con l’esportazione di auto cinesi ma anche con la realizzazione di nuove fabbriche. Se l’Europa si impegnerà potrà fronteggiare anche questa concorrenza come ha fatto a suo tempo con le automobili coreane e giapponesi. Ma come mai l’Italia, che aveva degli ottimi rapporti con la Cina, non si è mai mossa su questa strada, lasciando passare l’Ungheria? Oggi ne ha cominciato a parlare la presidente Meloni. Come al solito però siamo probabilmente fuori tempo massimo.

L’Unione Europea.

Vi ho parlato di un trilemma perché la posizione della UE non può essere ignorata e questa è già una semplificazione, perché anche gli Stati Uniti dicono la loro, ed in maniera pesante. Secondo questi ultimi, la posizione europea ideale dovrebbe essere quella di attuare un “decoupling” sempre più netto e creare un fronte unito anti cinese. La posizione della commissione europea ed anche del Consiglio non arriva a tanto ma è alquanto diversa dal “business first” reclamato a mezza bocca dai tedeschi. Per capirlo, senza andare troppo lontano dobbiamo risalire almeno a circa un anno fa, e precisamente ad un discorso della Von der Leyen all’European Policy Center e al Mercator Institute for China Studies il 30 marzo 2023 in vista di un suo viaggio a Pechino. In quel discorso lei dichiarò che gli obiettivi del PCC sono “un cambiamento sistemico dell’ordine internazionale con la Cina al centro…. In cui i diritti individuali sono subordinati alla sovranità nazionale …. La sicurezza e l’economia prevalgono sui diritti politici e civili”. Sosteneva però che “non è nell’interesse del continente sganciarsi dalla Cina … Le nostre relazioni non sono bianche o nere, e la nostra risposta non può esserlo. Questo è il motivo per cui dobbiamo concentrarci sul de-risking, non sul de-coupling”. In sostanza nelle sue dichiarazioni metteva definitivamente in soffitta la bozza di accordo globale sugli investimenti fra UE e Cina, che, dopo sette anni di discussioni, era stato congelato nel 2021 a causa delle controversie sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang nei confronti degli Uiguri. In conclusione l’UE stava considerando di imporre restrizioni agli investimenti di aziende europee in Cina ove avessero per oggetto tecnologie di ultima generazione, “know how “ importanti, interessi militari o che potessero avere a che fare, direttamente o indirettamente, con violazioni dei diritti umani. Inoltre i rapporti Cina-Russia riguardanti l’Ucraina sarebbero stati un fattore determinante nelle relazioni Europa-Cina. Ovviamente un’enfasi particolare era data agli autoveicoli elettrici, alle batterie ad essi necessarie, ai pannelli fotovoltaici e a tutta quella catena di prodotti coinvolti il cui approvvigionamento avrebbe potuto creare problemi per l’Europa. Tutto ciò aveva creato certamente un’atmosfera di diffidenza verso la UE e la sua dirigenza. Nello scorso dicembre c’è stato quindi un altro meeting. In un discorso il 16 novembre 2023 la Presidente Von der Leyen spiega la sua posizione sulla Cina. “In questi tempi turbolenti c’è un forte bisogno di stabilità strategica nel modo in cui trattiamo con la Cina, e dobbiamo essere onesti nel valutare come si sta evolvendo la Cina” “Nel 2022 il surplus commerciale della Cina con la UE è stato il più alto della storia, appena sotto i 400 miliardi di Euro… L’eccesso di capacità nelle industrie protette sta inondando i mercati globali e può minare la nostra base industriale. I paradigmi dell’autosufficienza e dell’integrazione civile-militare hanno ricadute sostanziali per il mondo. Parallelamente la Cina è diventata meno accogliente nei confronti delle imprese straniere… Sempre di più l’imperativo della sicurezza e del controllo sull’economia ha la meglio sulla logica del libero mercato e del libero scambio… La Cina ha fatto sempre più ricorso alla coercizione commerciale, al boicottaggio delle merci europee e ai controlli sulle esportazioni di materie prime critiche”. “Ciò dimostra che, sebbene non vogliamo sganciarci dalla Cina, dobbiamo ridurre i rischi di parti della nostra relazione”. “Le industrie europee e le aziende tecnologiche amano la concorrenza globale… Ma la concorrenza è vera solo finché è leale… c’è una chiara sovraccapacità in Cina, e questa sovraccapacità verrà esportata. Soprattutto se l’eccesso di capacità è determinato da sovvenzioni dirette e indirette… Questo distorce il mercato… Questo è il motivo per cui abbiamo avviato l’indagine anti sovvenzioni sui veicoli elettrici cinesi.. Ma mentre proteggiamo i nostri interessi siamo disposti ad affrontare i nostri disaccordi attraverso il dialogo”. Non vi do conto della parte più puramente politica perché essa è ben nota a tutti. E’ importante sottolineare che quanto ho scritto è un estratto del discorso pubblicato per intero direttamente dalla Commissione Europea, quindi un documento assolutamente ufficiale , che è stato certamente studiato parola per parola dai dirigenti cinesi. Il meeting non partiva quindi sotto i migliori auspici. E infatti… Il comunicato ufficiale del Consiglio europeo rappresentato nel meeting dal presidente Michel recita “L’UE e la Cina sono partner economici importanti, con scambi di merci pari a 2,3 miliardi di € al giorno. Tuttavia, con un disavanzo commerciale della UE di quasi 400 miliardi di €, questa relazione è gravemente squilibrata. L’UE non intende disaccoppiarsi o ripiegarsi su se stessa. L’UE ha pertanto espresso preoccupazione per la distorsione di fondo e gli effetti negativi dell’eccesso di capacità produttiva nell’economia cinese… L’UE ha inoltre sottolineato la necessità di compiere progressi nell’affrontare gli interessi fondamentali dell’UE e le richieste di lunga data (ad esempio, trasparenza nel contesto imprenditoriale, catene di approvvigionamento prevedibili, distorsioni degli scambi, comprese le sovvenzioni all’industria, e barriere commerciali settoriali)… L’UE ha espresso l’aspettativa che la Cina intraprenda azioni concrete per migliorare l’accesso al mercato e il contesto degli investimenti per gli investitori e gli esportatori dell’UE”. “L’UE conferma la sua profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Cina, specialmente le sistematiche violazioni dei diritti umani in Xinjiang e Tibet, il lavoro forzato, il trattamento riservato a chi difende i diritti umani e le persone appartenenti alle minoranze etniche, come pure la continua erosione di diritti fondamentali a Hong Kong, dove la Cina dovrebbe onorare gli accordi presi”. Su questo punto specifico il Presidente Michel nella sua conferenza stampa ha aggiunto “Per quanto riguarda la UE i diritti umani e le libertà fondamentali sono universali. Noi non distoglieremo mai lo sguardo dalle situazioni in cui essi sono violati”. I comunicati stampa da parte cinese sono a mio avviso più consoni ad un clima di discussione amichevole piuttosto che ad uno scontro. Il Ministro degli esteri Wang Yi riassume così il suo meeting con la delegazione EU “Se l’Europa e la Cina sceglieranno il dialogo e la cooperazione, non sorgeranno conflitti…. Se Cina ed EU sceglieranno di essere inclusivi e win-win ci sarà speranza per uno sviluppo globale e prosperità” Durante il meeting, Wang ha insistito che Cina e UE non hanno completamente lo stesso punto di vista sulle problematiche internazionali, ma “Soltanto mantenendo una comunicazione e un coordinamento potremo svolgere un ruolo costruttivo nel mantenimento di una pace globale” Passando all’economia ha affermato che “Nel giugno scorso la UE ha riaffermato i diversi aspetti del suo approccio verso la Cina limitando la propria dipendenza economica con l’attuazione del de-risking in settori critici… In ottobre la UE ha lanciato un’inchiesta per verificare il sussidio economico all’esportazione dei veicoli elettrici. Il suo risultato deciderà la possibile imposizione di dazi punitivi ai produttori cinesi. La Cina è decisamente contraria a tale azione che considera un atto di puro protezionismo”. Il meeting successivo è stato al livello del Premier Li Qiang. Egli ha affermato che “entrambe le parti dovrebbero rimanere impegnate nel dialogo piuttosto che nello scontro, nella cooperazione piuttosto che nel decoupling e nella pace piuttosto che nel conflitto”. “La Cina si oppone alla violazione di base dell’economia di mercato e alla politicizzazione delle vicende economiche e commerciali o all’eccessiva estensione del concetto di sicurezza, e spera che la UE mantenga aperti i suoi mercati… Cina e UE hanno convenuto di approfondire la cooperazione in materia di diritti di proprietà intellettuale e di costruire un partenariato stabile per la catena di approvvigionamento… Infine hanno convenuto di rafforzare la comunicazione sulle principali questioni internazionali e regionali e di promuovere la soluzione politica delle questioni relative ai punti di crisi”. Nel colloquio finale con Xi Jinping, quest’ultimo si è posto in un certo senso “al di sopra delle parti” esortando le due delegazioni a considerare le loro relazioni come un partenariato strategico. Xi ha sostenuto “ Non dovremmo vederci l’un l’altro come rivali solo perché i nostri sistemi sono diversi, ridurre la cooperazione perché esiste la competizione o impegnarci in scontri perché ci sono disaccordi.” “Mentre la Cina persegue uno sviluppo di alta qualità, allo stesso tempo vede la UE come un partner chiave per la cooperazione economica e commerciale, per la cooperazione scientifica e tecnologica, e un partner affidabile per la cooperazione industriale e della catena di approvvigionamento”. Xi Jinping ha infine ricordato che quest’anno ricorre il decimo anniversario della BRI ed ha espresso la volontà della Cina di rafforzare la cooperazione della BRI anche creando sinergie tra quest’ultima ed il Global Gateway della UE. Parole più chiare sono state dette da Wang Lutong, direttore generale del dipartimento degli affari europei del ministero degli esteri cinese parlando con in giornalisti. Ha sostenuto che le relazioni Cina-UE sono “altamente resilienti e guidate internamente e il loro rapporto non è mirato, soggiogato o controllato da terze parti”. Ha poi espresso preoccupazione per le politiche europee restrittive e di derisking comprese le indagini anti sovvenzioni contro i veicoli elettrici cinesi e le sue politiche 5G… L’industria cinese dei veicoli elettrici non si è sviluppata sulla base di sussidi governativi, ma ha beneficiato della propria innovazione tecnologica e del miglioramento della competitività.” “ Del resto – ha aggiunto Wang – i sussidi sono uno strumento di politica industriale utilizzato da vari Paesi. La UE stessa ha allentato le restrizioni sui sussidi negli ultimi anni e ha fornito circa sei miliardi di € di sussidi solo per l’industria delle batterie”. Mi sono dilungato sul modo in cui le due parti hanno descritto le loro posizioni per porre in rilievo alcuni aspetti. Anzitutto il tono generale. In un contesto di rapporti politici di alto livello in cui, almeno in teoria, si cerca un accordo, bisognerebbe cercare di “smussare gli spigoli”. La delegazione europea ha posto in evidenza che “i propri valori sono universali” che non è il modo adatto quando ci si confronta con una cultura altrettanto antica e molto diversa. Ha poi accusato la Cina per l’ennesima volta di violazione dei diritti umani e altri reati gravissimi. Personalmente penso che parlassero più ai propri elettori che alla controparte, ma è un tono comunque sbagliato. Come pensate che avrebbe reagito la delegazione europea se i Cinesi avessero detto “Gli americani, i campioni della vostra democrazia, hanno abolito la schiavitù da circa 150 anni e ancora oggi esiste un razzismo diffuso e accettato nei confronti dei neri, come evidenziato dagli stessi media occidentali?” “E voi Europei non siete da meno, quando proponete un blocco navale, parole che hanno un significato militare ben preciso, nei confronti dei migranti” E infine “perché non permettete ai vostri studenti di manifestare contro la strage dei civili palestinesi?”. Sono d’accordo, a ognuna di queste accuse si può controbattere, ma pensate che la delegazione europea avrebbe accettato di sentirsi dire a brutto muso queste parole, o avrebbe immediatamente interrotto il viaggio? Con ciò voglio dire che la diplomazia ha le sue regole, ogni parola ha un peso e deve essere misurata. Quanto alla parte puramente economica e commerciale i nostri paesi sono a un bivio e una decisione deve essere presa. Da un lato ci sono gli USA che hanno una posizione abbastanza chiara, e sarà ancora più decisa se Trump vincerà le elezioni. La politica impostata da Kissinger durante la presidenza Nixon è definitivamente morta con lui e dobbiamo augurarci che il commercio sarà il solo punto di scontro. Gli USA hanno deciso un disaccoppiamento economico sempre più pesante. La Germania all’opposto bada alla sua economia e, dopo essere stata costretta ad annullare i suoi rapporti preferenziali con la Russia, non vuole fare lo stesso con la Cina. La UE cerca di barcamenarsi. Se però guardiamo agli altri Paesi europei, un interessante articolo di Federico Fubini ci mostra come Germania e Italia siano in una situazione molto particolare. Infatti gli USA hanno un deficit commerciale di 83 miliardi di $ verso la prima, e di 44 miliardi di $ verso di noi. Il deficit con la Francia è marginale e hanno addirittura un surplus nei confronti della Spagna. Il programma di Trump è quello (fra l’altro) di imporre dazi del 10% sulle importazioni da tutto il mondo e del 60% sui prodotti cinesi. Se ciò avvenisse il nostro (italiano) modello di sviluppo basato sull’esportazione dei nostri prodotti industriali e agricoli ne sarebbe gravemente compromesso. Ovviamente lo stesso capiterebbe alla Germania e a tutti i Paesi che non sono produttori di materie prime essenziali e fondano la propria economia proprio sulle esportazioni. Diventeremmo in sostanza protagonisti di quell’“eccesso di capacità produttiva che viene riversato sui mercati esteri” da cui gli Stati Uniti vogliono difendersi, come l’Europa vuole difendersi nei confronti della Cina. Forse l’atteggiamento del cancelliere Scholz è più giusto e lungimirante di quello dei vertici della UE a cui ci allineiamo.

POST SCRIPTUM

Ad articolo completato, e a causa del ritardo della pubblicazione, sono giunte le prime informazioni sul viaggio di Xi Jinping in Europa. Credo opportuno fare un cenno anche su questo. Il giorno prima del viaggio Xi ha pubblicato un suo articolo sul quotidiano “Le Figaro” che è in pratica una summa della sua visione del mondo e dei rapporti internazionali. Comincia dalla decisione, 60 anni fa, del generale de Gaulle, di stabilire, per primo in piena guerra fredda, rapporti diplomatici con la Cina. Da allora, e fino ad oggi, Cina e Francia hanno collaborato nella conoscenza reciproca delle loro civiltà e dello sviluppo di molti settori industriali. Questa collaborazione ha dato i suoi frutti nella conclusione dell’accordo di Parigi sul clima e del quadro sulla biodiversità di Kunming-Montreal. Oggi, in un mondo travagliato, la Cina, assieme alla Francia vuole, nello stesso spirito, “promuovere il continuo sviluppo del partenariato strategico globale Cina-Francia e offrire nuovi contributi per stimolare il rafforzamento della cooperazione della comunità globale”. ”Accogliamo l’ingresso nel mercato cinese di prodotti agro-alimentari e cosmetici francesi di “particolare interess eper la Francia”. … Accogliamo le imprese di tutto il mondo per investire in Cina, abbiamo completamente liberalizzato l’accesso al settore manifatturiero e stiamo accelerando la liberalizzazione degli accessi a telecomunicazioni, sanitari etc.” Alcune aziende cinesi hanno già aperto fabbriche di batterie in Francia e speriamo che la Francia fornisca loro un ambiente commerciale equo e giusto” In politica, la Cina si conforma ai principi stabiliti 70 anni fa da Zhou Enlai “rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altro, dell’uguaglianza e del mutuo vantaggio e della coesistenza pacifica”. E poi chiude dicendo che in oltre 70 anni di esistenza la Cina non ha mai preso l’iniziativa di iniziare una guerra, né ha mai invaso un centimetro del territorio di un altro Paese. Dichiara che la Cina non è né artefice, né parte coinvolta, né partecipante alla crisi ucraina. “la Cina auspica un rapido ritorno alla pace e alla stabilità nel continente europeo, ed è pronta a collaborare con la comunità internazionale, compresa la Francia, per trovare un percorso ragionevole per risolvere la crisi”. E poi “La soluzione fondamentale della questione tra Palestina e Israele risiede nella creazione di uno stato palestinese indipendente” secondo la risoluzione dell’ONU. Si può condividere o no questa posizione ma il Premier cinese ha chiaramente indicato la sua visione. La Cina ha sostanzialmente rinunziato a una vera collaborazione con gli Stati Uniti, sono visioni antitetiche; spera però che l’Europa assuma, nei rapporti internazionali, una posizione non ideologica, accettando le differenze politiche, culturali e sociali fra i due mondi, ma non si appiattisca sulle posizioni americane. Ha buone ragioni per credere che la Germania sia abbastanza disponibile a un pragmatismo commerciale con la Cina, ma pensa che la Francia abbia una visione diversa: non allineata con gli USA da cui ha sempre diffidato fin dall’epoca di de Gaulle, ma assumendo la leadership di un’Europa pronta a instaurare un proprio protezionismo indipendente dai due grandi. E’ proprio questo scollamento dell’Europa dai rapporti con la Cina che vuole evitare. Pensa che Macron mandi avanti la UE, “il poliziotto cattivo”, assumendo il ruolo del “poliziotto buono”, più possibilista a parole. Infatti Macron ha invitato la Von der Leyen a partecipare alla riunione all’Eliseo (mantenendone una “privata” da solo a porte chiuse). Scholz invece, ancorché invitato, ha declinato la sua partecipazione. “Come da copione” la presidente della Commissione ha sollevato la questione dell’eccesso di capacità nella produzione di auto elettriche e acciaio, ha confermato di aver avviato una serie di indagini su presunti sussidi cinesi in vari settori come le stesse auto elettriche, le pale eoliche e i pannelli solari ed ha dichiarato che “L’Europa non esiterà a prendere decisioni difficili, necessarie per proteggere la sua economia e la sua sicurezza”. A ciò Xi ha ribattuto seccamente che non esiste un eccesso di produzione di auto elettriche a livello mondiale, aggiungendo “Entrambe le parti dovrebbero gestire gli attriti economici e commerciali attraverso il dialogo e la consultazione, e soddisfare le loro legittime preoccupazioni”. La Cina, rispondendo alle indagini della UE, ha per altro iniziato a sua volta indagini speculari. Non si è però occupata di investigare il mercato delle automobili, che avrebbe fortemente danneggiato la Germania, bensì il mercato del brandy, di particolare interesse per la Francia. Su questo punto Macron è intervenuto regalando a Xi due pregiatissime bottiglie di cognac e ringraziandolo per il suo atteggiamento aperto e possibilista, e il ministro Le Maire ha dichiarato che il suo Paese è aperto agli investimenti cinesi nel settore dei veicoli elettrici “BYD e l’industria automobilistica cinese sono i benvenuti in Francia”. Nella parte della discussione relativa alla situazione politica, si è vista l’unica risposta decisa da parte di Xi Jinping “ Ci opponiamo all’uso della crisi ucraina per incolpare, diffamare un paese terzo e incitare una nuova guerra fredda.” Da Parigi Xi Jinping andrà a Belgrado, nell’anniversario simbolico del bombardamento dell’ambasciata cinese da parte di cinque missili americani che hanno tutti colpito il bersaglio “per errore” e poi in Ungheria. Entrambi i Paesi aderiscono alla BRI, hanno avuto accesso a importanti finanziamenti Cinesi, come la ferrovia che unisce le due capitali. Inoltre l’Ungheria, come ho detto all’inizio, è sede della prima fabbrica della BYD. E’ amaro considerare che, in tutte queste riunioni, l’Italia non è stata mai nominata. Ormai siamo stati relegati fra “gli altri paesi europei”. Certo un bel risultato dopo che il presidente del Consiglio Gentiloni aveva partecipato a un affollatissimo meeting di presentazione della BRI, seduto, dal punto di vista del protocollo, al posto d’onore, addirittura davanti allo stesso Putin.

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