Home Politica LEGGI ELETTORALI O PRESE PER IL FONDELLUM FUNZIONALI ALLA CASTA?

LEGGI ELETTORALI O PRESE PER IL FONDELLUM FUNZIONALI ALLA CASTA?

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Prima il Mattarellum, poi il Porcellum e l’Italicum e dulcis in fundo il Rosatellum.

Nell’antica Roma, il nome delle leggi derivava dal ‘gentilizio’ (il cognome) di chi le proponeva. Qualche esempio? Lex Julia, emanata da Augusto, il cui ‘gentilizio’ era Giulio.

Questo nell’antica Roma, quella di Augusto.

Nella Roma in vendita della fine del secolo scorso, qualsiasi cosa avvenisse in merito alla democrazia e alle sue regole non meritava di avere un nome gentilizio, ma di essere, giustamente, messa in chiave diminutiva vezzeggiativa, in quanto operetta da varietà messa in atto al fine di coprire e garantire quanto stava avvenendo davvero nel Bel Paese.

Il primo “Ellum” fu inventato dal politologo Giovanni Sartori, il quale prese il cognome del relatore della nuova norma (Mattarella) e al posto della finale -a tipica delle leggi romane, ci incollò un –um, giocando sul latinorum che invece di nobilitare ridicolizzava, essendo l’ellum l’equivalente del suffisso –ello.

Così come un campo diventa un campicello, un panno un pannicello, la legge elettorale ha trasformato l’elettore in un elettorello e il partito in un partitello, aprendo la stagione del trasformismo e della diminutio della democrazia al fine di garantire la svendita dell’Italia e l’instaurazione dell’accordo tra la sinistra democristiana e quel che rimaneva del Pci, con aggregati cespugli dei rimasugli dei partiti della Prima Repubblica, falcidiati da mani politiche.

Il primo provvedimento fu il Mattarellum. Correva l’anno 1993 e Sergio Mattarella varava una legge elettorale che era un vero e proprio pasticcio legislativo: in parte maggioritario, in parte proporzionale, la nuova legge mandava in pensione il proporzionale duro e puro in uso fino ad allora.

Si trattava di passare da una democrazia dove i partiti selezionavano le classi dirigenti ad una finta democrazia dove a selezionare le classi dirigenti dovevano essere i gruppi di potere.

Il Mattarellum si prestò perfettamente alla transizione.

Tutto iniziò nel 1993, dopo che in quel 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta, Royal Yacht “Britannia”, fu deciso di avviare la privatizzazione d’Italia.

Si partì nel luglio 1993, con la svendita della prima tranche del gruppo SME, controllato dall’Iri.

Il breve governo Berlusconi, nel 1994, implicò una frenata che si prolungò fino al 1996: poi, con i governi Prodi e D’Alema, le dismissioni presero la rincorsa.

Prodi governò dal 1996 al 1998 e D’Alema dal 21/12 1998 al 22/12/1999 con il primo governo che aveva come vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella (con delega ai Servizi) e dal 22/12/1999 al 26 aprile 2000, con Sergio Mattarella come ministro della Difesa.

In preparazione c’era l’Ulivo, ossia un blocco di potere Prodi D’Alema dal quale è poi nato il Pd.

In quel periodo della fine degli anni Novanta e di inizio secolo, il gruppo IRI fu smembrato e messo in vendita.

Una cordata capitanata dagli Agnelli si aggiudicò Telecom. Ciampi, allora ministro del Tesoro, spiegò che serviva a impedire che Fiat vendesse all’americana General Motors. D’Alema, arrivato al governo alla fine del 1998 patrocinò il cedimento di Autostrade a Benetton, introducendo una delle principali specificità delle privatizzazioni all’italiana: la vendita allo stesso soggetto sia del servizio che delle infrastrutture, le autostrade e i caselli.

La dismissione è proseguita per una ventina d’anni, passando per le banche, quote di Enel ed Eni, il disastro di Alitalia.

Il bilancio è stato fallimentare. Il debito pubblico non è stato risanato: si è triplicato. Il rilancio dell’occupazione ha proceduto all’indietro, con un milione di posti di lavoro circa persi. Il miraggio di creare “colossi italiani” è rimasto un miraggio beffardo.

In questo contesto di svendita del Paese i vari “ellum” sono stati una “presa per il fondellum” degli elettori.

Il Porcellum è la legge n. 270 del 21 dicembre 2005, comunemente nota anche come legge Calderoli. Era una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate che ha disciplinato l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica in Italia nel 2006, 2008 e 2013.

Arrivò poi la legge elettorale italiana del 2015, denominata ufficialmente legge 6 maggio 2015, n. 52 e comunemente nota come Italicum, che ha disciplinato l’elezione della Camera dei Deputati dal 1º luglio 2016 al novembre 2017, in sostituzione della precedente legge Calderoli (il Porcellum), dichiarata parzialmente incostituzionale nel dicembre 2013. Fino all’entrata in vigore del cosiddetto Rosatellum nel novembre del 2017 la legge Calderoli, come modificata dalla Corte costituzionale, divenne il cosiddetto Consultellum, e rimase in vigore limitatamente all’elezione del Senato.

Il soprannome Italicum fu dato nel 2014 dall’allora segretario del PD Matteo Renzi, suo principale promotore.

La legge originariamente prevedeva un sistema proporzionale con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e cento collegi plurinominali con capilista “bloccati”, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi.

L’Italicum non venne mai applicato, essendo stato abrogato in seguito all’entrata in vigore del Rosatellum, che prende il nome del suo relatore Ettore Rosato ed è ufficialmente legge 3 novembre 2017, n. 165.

Ora il “Comitato referendario per la rappresentanza” ripropone la questione di come le varie leggi elettorali abbiano, di fatto, espropriato una reale rappresentanza dei cittadini, inducendo frustrazione, allontanamento dalla politica, astensione dal voto.

Non entriamo nel merito dei quesiti posti, che sono illustrati in questo stesso numero del giornale in altro articolo, ma poniamo all’attenzione del lettore l’iniziativa in quanto meritevole di riportare la riflessione del cittadino sulle regole che presiedono alla determinazione del rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

Nella fotografia Giorgio Benvenuto, presidente onorario del Comitato

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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