Home Politica PERCHÉ IL COMITATO REFERENDARIO PER LA RAPPRESENTANZA

PERCHÉ IL COMITATO REFERENDARIO PER LA RAPPRESENTANZA

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Sotto la guida ideale di Carlo Felice Besostri, scomparso a inizio del 2024, ex-parlamentare socialista che si è meritato sul campo il titolo di “Difensore degli Elettori” per aver condotto tutte le iniziative politiche e giudiziarie contro il Porcellum, l’Italicum e l’attuale Rosatellum, riuscendo comunque nell’impresa di ottenere la bocciatura da parte della Corte costituzionale tanto del Porcellum quanto dell’Italicum, un gruppo di cittadini ha lavorato alacremente nel tentativo di ripulire la legge elettorale di tutti gli elementi di dubbia costituzionalità o comunque dagli elementi che limitano la libertà di scelta dell’elettore.

Il risultato è stato la definizione di quattro quesiti su cui c’è stata la convergenza di cittadini, associazioni e personalità di diversa ispirazione culturale e politica.

Si è così costituito il Comitato Referendario per la Rappresentanza. Il Comitato è presieduto da Elisabetta Trenta, presidente d’onore è Giorgio Benvenuto, la vicepresidenza è affidata a Enzo Palumbo, Raffaele Bonanni, Sergio Bagnasco. La segreteria è affidata a Riccardo Mastrorillo, Thomas Agnoli e Luigi Spanu. Il tesoriere è Pietro Morace.

Tra i numerosi componenti, Enzo Paolini, Marco Cappato, Giuseppe Gargani, Roberto Biscardini, Walter Tucci, Mario Tassone, Nella Toscano, Paolo Antonio Amadio, Nicola Bono, Erminia Mazzoni, Mario Walter Mauro, Francesco Campanella, Mauro Vaiani, Matteo Emanuele Maino, Geni Sardo, Vittorio Delogu, Giuseppe Gullo, Carmen Campesi, Guido Ortona, Corrado Gozzo e tanti altri.

I quesiti referendari sono quattro e intervengono sugli aspetti più  critici della normativa in vigore: 

abolizione del voto congiunto obbligatorio per restituire la libertà di scelta tra candidato uninominale e lista proporzionale; questo consente di eleggere direttamente i candidati nei collegi uninominali che quindi non sarebbero imposti dalle segreterie di partito; oggi, infatti, il candidato uninominale è eletto grazie ai voti dati alle liste collegate. Questo quesito consente anche di ridurre la dispersione di voti; infatti, chi intende votare una piccola formazione non coalizzata sa bene che il proprio candidato uninominale non avrebbe alcuna possibilità di essere eletto e quindi può solo scegliere tra sprecare il suo voto per la parte uninominale o non votare il proprio partito per non sprecare il voto. Inoltre si abolisce la ripartizione sulle liste plurinominali del voto dato al solo candidato uninominale e viceversa; in concreto, oggi l’elettore che non apprezza il candidato uninominale collegato al partito preferito può solo cambiare partito per non votare quel candidato sgradito. Oggi, il voto non è libero, non è diretto e non è uguale

abolizione delle soglie di sbarramento per ridurre la notevole dispersione di voti e garantire maggiore pluralismo; alle ultime elezioni, circa 4 milioni di voti validi non hanno partecipato alla ripartizione dei seggi. Ciò consente ai partiti minori di essere più liberi e di preservare la propria identità; non entreranno in coalizione per timore di non farcela da soli a superare il 3%, ma perché effettivamente c’è un progetto politico in comune con altre forze politiche.

abolizione di ogni privilegio nella raccolta delle firme per la presentazione dei candidati, affinché tutte le liste siano alla partenza in condizione di parità nella competizione elettorale; l’ingiusto privilegio concesso sinora ai partiti già presenti in Parlamento mette in condizioni di svantaggio chi vorrebbe entrare in Parlamento perché queste formazioni hanno meno tempo per scegliere i candidati dovendo poi raccogliere le firme a sostegno delle candidature

abolizione delle pluricandidature per ridurre il potere degli apparati di partito nel predeterminare la composizione del Parlamento e avere preferibilmente candidati che si presentano nel proprio collegio naturale.

Autore

  • Redazione

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