
di Giuseppe Augieri
Palestina e Israele. Tutti a scandalizzarsi dell’ondata di violenze antisemite, o anche solo di manifestazioni violente tout court. E delle manifestazioni studentesche, a noi proposte dai mass-media ammiccando a paralleli con quelle sessantottine. Nessuno a domandarsi, e a rispondersi poi con coerenza, se la responsabilità non fosse, per caso, nel far permanere sul tavolo analisi politiche incomplete e anche sballate, commenti e giudizi ispirati a motivi ideologici più che ai fatti, la riproposizione di antiche soluzioni forse anche giuste ma sconfitte dalla storia, inascoltate e in accettate, per motivi diversi, ma da entrambi i contendenti.
Io credo, per tornare alle manifestazioni, che resti inaccettabile ogni violenza nel dire delle proprie opinioni; ma che, depurate da esse, gli studenti – non solo quelli di Parigi e di Atlanta – abbiano il merito di sollevare quello che per me è il velo di immensa ipocrisia che copre questo dramma ancora in corso. Non so quale sarà l’esito dei tentativi diplomatici in atto, ma sono convinto che al più porteranno ad una tregua più o meno lunga che sarà interpretata, da Hamas e dagli Israeliani, come il tempo necessario per aggiornare armamenti e strategie di guerra. Nulla di più.
Io mi sforzo di capire il perché.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di tendere a “due Popoli, due Stati”. Una soluzione che viene quasi stancamente ripetuta dal 1937. Due Stati? E dove? E come?
Mettiamoci nei panni dei palestinesi e vediamo se siamo disponibili a dire SI ad una striscia di terra spacciata per Stato, con sul collo il fiato di un Paese che ha, nella sua ala estrema ma che conta molto, la convinzione di poterla invadere più o meno pacificamente quando e come vuole. Dimenticare che siamo stati costretti a due intifade per ribadire il no all’occupazione, senza che nessuno abbia mai posto aut aut agli estremismi dei radicali di entrambe le parti. E sapendo che non li porrà neanche domani.
Mettiamoci nei panni degli israeliani che, pur avendo affrontato conflitti armati pesantissimi (prima guerra arabo-israeliana dal 1948 al 1949; guerra con l’Egitto del 1956; guerra dei sei giorni del 1967; guerra del Kippur del 1973; guerre in Libano del 1978, 1982-2003; 2006. E’ bene ricordarle per esteso) dovrebbero dimenticare di averle vinte col sangue agli occhi perchè rischiavano ogni volta nuove diaspore e nuove Schoah; ed essere disponibili e dire SI ad avere, alla frontiera, uno Stato – sottolineo uno Stato, non un gruppetto di terroristi, che oltretutto alcuni pensano essere dei patrioti da onorare – che avrebbe tra i suoi fini dichiarati la completa distruzione di Israele. E la strage del suo popolo.
E’ una soluzione vera? Ancora proponibile? Di questo nessuno parla. Più facile – ma temo, con vero orrore, anche più comodo – il dibattito sulle reciproche atrocità che questa guerra ci ha mostrato in tutta la loro crudezza; e sulla faida in atto da anni: io ammazzo te perché tu hai ammazzato me perché io ammazzai te…… E perciò la colpa è tua, no sua, no dell’altro…. Ed è molto più radical-chic discettare sulle tesi della sottomissione dell’occidente all’islamismo, della attualità del fallaciano “Insciallah” e di ogni tesi opposta: grandi discussioni, ed accesi dibattiti, anziché domandarsi se questa soluzione ha ancora senso.
Rifiutarsi di guardare quello che non ci piace. Come se non esistesse. Vale per tanti e forse tutti: da noi popolo alle più alte istituzioni, ONU in testa nella graduatoria di quelle strutture inutili, incapaci di assumersi responsabilità vere ed ammalate di quella falsa democrazia che sfocia nel ridicolo. E che, con il ridicolo, ammazza la democrazia vera.
Ignorare tutto questo significa giocare con la guerra di altri. Militari e civili che, in quelle guerre, muoiono. Donne e bambini straziati mostrate con le ciglia umide dai mass-media. Alimentare radicalismi senza costringersi – e costringere – a pensare fuori dallo schema armato e dell’ordalia, e poi meravigliarsi se essi prendono piede nelle generazioni più giovani, significa essere falsi. Purtroppo non è una novità: non è questo l’unico argomento sul quale si scoprono farisei al lavoro. Non solo sul tema delle guerre. Non si dialoga; si lotta e poi si vedrà: è la nuova filosofia.
Così le manifestazioni si infittiscono: sempre con qualcuno, dentro, che coglie l’occasione per una qualche viltà spacciata per rivoluzione. E gli studenti, il prossimo presente del mondo civile, occupano le Università e qualcuno giustifica gli atti antidemocratici e illiberali. E in mezzo, ogni volta, lavoratori della sicurezza pubblica: per loro non vale il sacrosante appello alla sicurezza sul lavoro. Li si mette di fronte al massimo rischio possibile. Ma questo è un altro discorso. Che alla fine bisognerà affrontare, perché altro sintomo di una confusione che non vedo casuale.
Condanniamo pure. Ma chiediamoci perché.





