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IL SENTIERO DELLA COMPRENSIONE

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di Federico Gualdi

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Viviamo nel tempo dell’iperinformazione. Se la generazione precedente alla nostra, quella degli anni 60-70 viveva con un giornale letto al bar e un telegiornale alla sera avendo sufficienti informazioni per potersi sentire parte del mondo, oggi con cellulari computer, le TV nei ristoranti e le radio nei centri commerciali non possiamo sfuggire ad una continua, incessante immersione nelle informazioni. Cronaca, politica, finanza, sport, guerre, gossip, previsioni, pandemie…

Eppure in tutto questo l’uomo si sente sempre meno parte del mondo.

La forza del 4° potere è stata chiara da subito, appena si è capito che prima la radio, poi la televisione sarebbero stati degli strumenti perfetti nel veicolare informazioni molto più della carta.

I maggiori filosofi hanno subito posto l’importanza di questi strumenti. Ricordiamo Popper, la scuola di Francoforte e Chomsky in particolare, tant’è che da forma di potere si è detto che l’informazione è diventato il vero campo di battaglia del potere.

Il problema è che pur sapendo quanto siamo immersi in tale mare di sovrainformazione, non abbiamo ben chiari gli effetti che questo ha su di noi.

Su tutti noi, nessuno escluso.

Qualcuno pochi anni fa ha detto, toccando un punto centrale dell’informazione odierna: “Se non usi gli organi d’informazione non sei informato, ma se li usi sei disinformato. Quale è l’effetto a lungo termine di un mondo con troppe informazioni? Uno degli effetti è la necessità (per gli organi di informazione) di arrivare per primi, non più di dire la verità”.

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Avere un accesso illimitato all’informazione e in tempo reale è indubbiamente un vantaggio per le persone seriamente motivate ma impossibilitate per questioni economiche o di tempo a informarsi e studiare con i vecchi percorsi.

Tuttavia dobbiamo capire che questa facilità porta con sé anche degli aspetti negativi.

Un problema di questa configurazione del sapere è che molte persone non hanno più stimolo a capire e studiare in profondità i vari argomenti. Avendo tutto il sapere a disposizione 24/7, migliaia di libri disponibili sul proprio hard disk, non vi è infatti né la sensazione del vero valore del sapere né tantomeno la sensazione di piacere nella scoperta durante lo studio, come invece era in passato quando bisognava recarsi in un luogo (biblioteca, università, conferenze, etc…) sacrificando tempo e energia, o costruendosi negli anni una personale biblioteca cartacea da consultare continuamente.

La volontà, o per meglio dire il piacere della persona faceva tutta la differenza come principio motivante. La disponibilità in qualsiasi momento di tutto lo scibile umano tende a portare l’uomo a non avere nessun senso di “erotismo conoscitivo”, appiattimento nella scoperta, nessun focus particolare, a perdersi indistintamente in questo mare magnum tradendo la necessità e il gusto di immergersi nello studio di pochi ma amati argomenti.

Si arriva così all’apatia, ad un certo distacco emotivo dallo studio approfondito e articolato.

Ecco perché oggi la maggior parte delle persone non legge nulla oltre i 3 minuti mediamente. E’ questa apatia. Troppe informazioni uccidono l’amore per lo studio a cominciare dalla lettura.

I miei scritti, ad esempio, sono spesso volutamente anacronistici e articolati, proprio perché ritengo importante stimolare in me stesso e nelle persone un pensiero verticale, contrariamente a questo pensiero piatto iperveloce e fagocitante, che predilige la quantità sulla qualità.

Un secondo aspetto è la facilità di produrre informazione incontrollata:

Oggi tutti sono fruitori e creatori di informazione. Non vi è più una gerarchia preminente nel flusso dell’informazione come 20 anni fa. Tramite i social, la gente sceglie su cosa informarsi e da chi informarsi. Vi è oggi un problema di veridicità e filtro delle informazioni, poiché non solo non è più possibile un controllo e scrematura delle informazioni, ma la gente non è in grado (o non vuole) capire cosa è informazione e cosa è disinformazione. Questo significa che l’informazione oggi non sempre porta alla conoscenza. Spesso porta alla disinformazione, molte volte mirata della massa. Questa è la famosa guerra dell’informazione e dell’opinione, che ha spinto, i controllori dei canali di informazione alla decisione di filtrare e bloccare la cosiddetta disinformazione mentre dall’altra parte si è sentita la necessità di creare nuovi canali più destrutturati e fluidi per esprimersi fuori dalla censura di sistema. In tutto questo molte persone con poca capacità critica si sono sentite rimbalzare più volte o costrette a fare una scelta che in situazioni normali non avrebbero fatto.

Un terzo aspetto.

Alcuni si improvvisano esperti nelle più disparate tematiche senza in realtà avere un percorso in prima persona strutturato nel tempo e da diverse posizioni. Vi sono aspetti che con le sole informazioni nozionistiche non si possono cogliere. Così troviamo diversi sedicenti esperti, spesso perchè predisposti a digerire quantità di dati in modo veloce, con una buona dialettica e avendo semplicemente letto molto sull’argomento. Una cosa del genere, fino a solo 20 anni fa era quasi inimmaginabile non solo semplicemente perché le informazioni non erano cosi facilmente reperibili, ma anche perché le persone a cui dare ascolto erano sempre persone del settore e di alto livello. Oggi tramite internet si può parlare e ascoltare praticamente di tutto avendo spesso anche un vasto seguito per quanto sulla qualità e veridicità di ciò che viene detto non ci sono riferimenti di alcun tipo.

Siamo passati da una società dove un’informazione cristallizzata su un libro o un giornale veniva reputata vera giocoforza, ad una società dove l’informazione è fluida e cangiante, contraddittoria e volatile; questo ha reso molte persone, soprattutto giovani cresciute in questa realtà, inconsciamente scettiche e agnostiche.

Il problema non è tanto in questi problemi sopra esposti (e diversi altri), quanto il fatto che le persone che partono da una situazione di ignoranza non hanno gli strumenti critici e intellettuali per poter capire chi ha padronanza e capacità nella creazione di informazione e quindi conoscenza utile per l’uomo. Questa sfida è completamente nuova all’uomo, che fino ad ora si è dimostrato non preparato per affrontarla in modo consapevole.

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Un tema importante di cui spesso non siamo consapevoli pur avendone ben chiara la struttura. Oggi siamo soggetti ad un sistema che ha lo scopo di darci più informazioni possibili, informazioni veloci, che immergono il fruitore, da tutte le angolazioni. Sono troppe, frammentate, non aiutano l’elaborazione interna ne la possibilità di farne un confronto pesato e profondo. Ogni giorno ve ne sono sempre nuove, spesso fornite in modo non neutro. Quello che manca è spesso la completezza, il confronto e la critica in modo costruttivo delle diverse posizioni. Si tende a privilegiare la quantità e velocità sulla qualità ed elaborazione.

Cosa succede nella nostra mente in questo panorama?

La mente va in sovraccarico inconscio, si abitua a non processare dovutamente l’informazione come dovrebbe, la riceve, immagazzina per passare alla successiva in modo spesso meccanico.

Ma non si tratta solo di indigestione di informazioni. Avendo un eccesso di informazioni, la mente diviene meno capace di vedere i collegamenti e di arrivare quindi ad una visione strutturata attraverso un’elaborazione che ci accompagna nel disvelamento del mondo nel suo complesso. Tendiamo a vedere i diversi flussi storici-politici-artistici in modo passivo, mentre sappiamo bene, che ad una lettura profonda tutto è interconnesso e le dinamiche di un evento su un piano potrebbero essere dovute a variabili presenti su altri piani, ma non abbiamo il tempo per farlo, bisognerebbe fermarsi e smettere di accumulare dati.

Possibile?

Questa capacità di comprensione dell’interconnessione strutturale del mondo, che veniva insegnata a partire dai licei, è sempre più debole con un sistema di sovrainformazione in quanto l’eccesso di quantità sulla qualità non permette questa digestione, rielaborazione e critica corretta.

Oggi la didattica mira a dare un’istruzione più di stampo anglosassone, volta alla specializzazione tecnica. Eppure fino a qualche decennio fa nelle nostre scuole ed atenei ve ne era una più “latina” che mirava a formare una visione d’insieme e comprensiva delle varie sfere che compongono un sapere. Nella didattica anglosassone focalizzata e tecnica l’uomo vede l’informazione come un oggetto da porre in modo coerente dentro la propria struttura cognitiva già formatasi. Contrariamente una struttura più aperta permette la continua elaborazione e rielaborazione portando anche a modifiche della propria architettura cognitiva, in quanto la persona avendo un orizzonte più vasto di studio ha meno rigidità di assimilazione.

Questo fenomeno della sovrainformazione è presente non solo nella comunicazione dei mass media. Sappiamo per ogni alimento quanti kcal e grassi vi sono. Quanti km mancano al prossimo atterraggio e in che precisa posizione si trova l’aereo. Sappiamo le statistiche dei giocatori nei minimi dettagli. Abbiamo la composizione esatta degli strati del materasso e quanti kW consuma il forno.

Ma perché tutti questi dati continuamente? Sappiamo tutti benissimo che dei dati a nostra disposizione forse il 5% ci sono veramente necessari…e l’altro 95%?

Prima o poi saremo costretti a chiederci, al di là della curiosità e senso di controllo che ci dà avere tutti questi dati, se tutto questo ci è veramente utile o se invece non ci stia facendo perdere la visione di ciò che conta maggiormente nella vita e quindi gli elementi più importanti ed essenziali per apprezzare lo scorrere della nostra vita in modo più lento e quindi profondo.

La sensazione di flusso di tempo è affetta dalla quantità di dati che elaboriamo. Tanti più dati il nostro cervello elabora tanto più avremo una sensazione di tempo compresso, veloce, tanti meno dati avremo tanto più il tempo ci sembrerà scorrere lentamente.

La sovrainformazione porta a questa sensazione di tempo che scorre troppo velocemente. Sensazione mai provata?

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Rimane infine l’aspetto a mio avviso più importante da considerare e che abbiamo già sfiorato poco sopra: avere più informazioni ci porta sicuramente ad una scelta più corretta?

Provenendo da una mentalità illuminista e razionale la risposta a questa domanda è ovviamente si. Eppure questo tema è più interessante e meno scontato di quanto possa apparire a prima vista.

In ogni questione articolata, le variabili in gioco sono diverse e spesso complesse. La sensazione avendo più dati è quella di avere una visione, padronanza migliore e quindi giungere ad una decisione più corretta.

Ma vi sono 2 aspetti da considerare sempre:

1) avere tante informazioni non significa avere sempre e sicuramente le informazioni giuste, essenziali e più funzionali alla decisione che vogliamo prendere. Può capitare che un esperto schierato ci dia tantissime informazioni, ma che ometta tutto ciò che è invece contrario alla sua visione. Oppure possiamo avere molte informazioni su alcuni aspetti ma ne trascuriamo altri forse più importanti. In realtà non potremo mai avere sicuramente un set di informazioni completo, anche nelle migliori delle ipotesi, la nostra conoscenza sarà sempre parziale e limitata sia per il problema delle fonti sia per le prospettive delle stesse e infine per la nostra capacità analitica.

2) In qualsiasi decisione, è risaputo che spesso il fattore emotivo-inconscio gioca un ruolo importante se non addirittura preminente, e questo anche nelle questioni che dovrebbero essere lasciate alla sola sfera razionale. Questo deriva dal fatto che nella nostra vita ciò che guida le nostre scelte, più che le informazioni e i ragionamenti, sono i nostri valori interiori. Cioè l’importanza che noi diamo ai vari aspetti della vita. Tendiamo quindi naturalmente a dare più importanza alle informazioni in armonia coi nostri valori in quanto questo ci permette di vivere in un mondo più coerente col nostro sentire e più in armonia con la nostra visione del mondo. E’ umano ed è forse anche un bene fino a quando questo non diventa troppo rigido e inflessibile.

Ecco che da queste 2 prospettive la ricerca di molti dati tende a perdere di valore.

Più che “fare indigestione” di dati portandoci spesso ad indecisione, sovraccarico e confusione, forse è meglio ascoltarci innanzitutto interiormente, cercare di capire quali sono per noi i punti essenziali dell’argomento rispetto ai nostri valori cardine e chiedersi in che modo la scelta andrà ad impattare il proprio vissuto reale.

Dobbiamo tenere presente che nella vita non esistono mai risposte sicuramente corrette o sicuramente scorrette, ma esistono risposte migliori da una certa prospettiva e peggiori da un’altra.

Ecco che da quest’ottica l’informazione assume un aspetto meno centrale ma entra in gioco al servizio della persona senza renderla un semplice elaboratore sintetico.

L’uomo sceglie sulla base dei suoi valori, non dei dati.

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L’uomo moderno, con una spiccata propensione alla scienza e alla tecnologia, ha la sensazione che controllare i dati e l’informazione significhi avere una leva importante del potere. Questo deriva dalle scuole di matrice illuminista-positivista che sono tutt’ora predominanti soprattutto in occidente. L’uomo moderno, passato il periodo della volontà di potenza produttiva materiale, trova la propria volontà di potenza nella produzione e controllo dei dati.

Chi ha i dati, chi li controlla e chi li produce è colui che detiene il potere più alto.

Eppure i dati, veri o falsi che siano, non sono altro che un aspetto della realtà, spesso esteriore e parziale entro una realtà molto più complessa, non solo di quanto ci appare empiricamente, ma anche e soprattutto di quanto noi stessi possiamo valutare col nostro intelletto logico deduttivo. Da questo punto di vista, porre come centrali le informazioni si può rilevare un percorso limitante e ingannevole, questa via non permette alla persona di armonizzarsi con la questione, non sentire dentro di se in modo profondo e cardiaco-intuitivo la cosa.

Ogni questione che ci porta ad una scelta, ogni informazione che ci mostra un frammento di realtà, della nostra realtà per dirla in termini fenomenologici, porta con sé un’aliquota di incoscienza-intuito-sentimento che non deve essere né negata né minimizzata. Nascondere questa sfera è perdere un lato del nostro vissuto e delle nostre percezioni, tendendo ad andare nella direzione del puro meccanicismo. E’ importante che l’uomo rimetta questa sfera, non meno reale o importante, dentro l’area della propria elaborazione del vissuto, insieme alla giusta scelta di dati razionali.

Non tanto perché non facendolo arriva a delle percezioni e conclusioni sbagliate, quanto perché nel percorso cognitivo questa sfera ha da sempre una valenza tanto quella razionale e privarsene significa perdersi la parte più misterica, intuitiva e immaginifica della vita e con essa le bellezze e i misteri che ci pone sulla via.

Dobbiamo avere il coraggio di ridimensionare il potere dei dati e delle informazioni su di noi.

Dobbiamo avere la volontà di far tacere il continuo bisbiglio dell’informazione che ci assale. Dobbiamo avere la consapevolezza di tornare a prendere le nostre decisioni non solo inglobando ed elaborando informazioni ma innanzitutto ascoltando il nostro Maestro Interiore. Dobbiamo avere la comprensione che non è completo basare la nostra vita solo sul vissuto oggettivo ma allargarla anche a ciò che sentiamo in modo più sottile e inesprimibile.

Gli antichi, avevano meno dati e meno elaborazione, eppure avevano conoscenze di certi aspetti della vita e del mondo forse più profonde di noi e più in armonia con loro stessi e la natura. Nel passato vivevamo spesso senza sapere cosa accadeva a qualche chilometro da noi eppure le informazioni essenziali, poche ma necessarie erano ben chiare e vivevamo con maggior serenità e in contatto con la natura, sentendoci parte di essa.

Oggi senza essere iperinformati, con notizie spesso incontrollate, quanti di noi non si sentirebbero persi e fuori dal mondo?

Dobbiamo quanto prima avere il coraggio di emanciparci da questa dipendenza dall’informazione, dal dato, dai cellulare e computer partendo dalle informazioni inutili al nostro vissuto e non essenziali per ciò che facciamo.

Dobbiamo avere il coraggio di spegnere l’eccessivo flusso che elaboriamo e tornare ad ascoltare altri flussi più silenti, armonici, naturali, interiori, intimi, salutari che ci ricollegano a fonti più profonde e armoniche.

Tornare a costruire la nostra vita e le nostre scelte anche su altri lati della realtà che albergano in noi da sempre ma che per tanto, troppo tempo, abbiamo trascurato come umanità.

E’ un punto critico e una sfida importante per l’uomo di oggi e non ne siamo pienamente consapevoli.

Questa distorsione ci ha portato in una strada fredda, calcolatrice, che porta l’uomo ad essere oppresso dalla sua stessa tecnica e dal mero aspetto materiale della vita. Questo “scivolare nel tutto razionale-tecnologico” deve essere risolto quanto prima affinché l’uomo riporti il potere della scelta nelle proprie mani come un tempo e non in un elaboratore o in un server dati, magari dall’altra parte del mondo.

E così facendo l’uomo si troverà al centro del proprio universo e della sua natura, tornando ad essere non più un dato statistico dentro un elaboratore ma un Uno singolo e unico collegato ad un tutto in piena continuità.

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  • Redazione

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