Home Opinioni UNA SOCIETA’ DISUMANIZZATA

UNA SOCIETA’ DISUMANIZZATA

0

di Paolo Zanotto

Premessa

Nella società contemporanea, l’omogeneizzazione delle masse è divenuta una delle principali preoccupazioni legate al crescente dominio dell’economia e della tecnocrazia. Un simile fenomeno è il risultato diretto del controllo tecnocratico, che mira a ridurre le diversità individuali a favore di un modello standardizzato e uniforme. Una delle manifestazioni più evidenti di tale processo è costituita dall’erosione dell’individualità umana a favore di una manodopera intellettuale anonima e intercambiabile. In un’epoca in cui l’efficienza e la produttività si vedono elevate a valori supremi, le qualità che rendono un individuo unico e irripetibile vengono sistematicamente soppiantate da un modello omologato di comportamento e pensiero. Questo meccanismo è particolarmente evidente nel settore dell’istruzione, dove le politiche tecnocratiche promuovono un approccio standardizzato all’apprendimento, favorendo la memorizzazione meccanica e la conformità rispetto alla creatività e alla critica; un indottrinamento nozionistico in luogo di un autentico sapere, dove da tempo le discipline tecnico-scientifiche sovrastano e opprimono nettamente la cultura classico-umanistica[1]. Il profilo del professionista di successo, in effetti, oggi coincide il più delle volte con quello grottesco di un individuo caratterizzato da un desolante deserto intellettuale e tuttavia sospinto da un’incrollabile fede nelle proprie cognizioni tecniche nonché da uno smisurato senso di rivalsa sociale.

Descolarizzare la società

Già nel secondo decennio del Novecento, Giovanni Papini denunciava i limiti e le inefficienze del sistema educativo, proponendo una visione rivoluzionaria per una trasformazione radicale della scuola. Una delle critiche principali di Papini riguarda proprio l’eccessiva enfasi posta sull’apprendimento di nozioni e conoscenze fattuali, a discapito dello sviluppo del pensiero critico e della creatività individuale[2]. Purtroppo le varie riforme succedutesi nel tempo non hanno fatto altro che immiserire ulteriormente la pubblica istruzione, senza scalfirne minimamente l’impianto generale, per cui le riflessioni del Papini conservano intatta la carica dirompente quanto la propria attualità. Egli esprimeva il profondo disprezzo per un’istruzione che trasmetteva semplicemente informazioni anziché incoraggiare lo sviluppo dell’intelletto e della personalità dei discenti. Secondo lo scrittore fiorentino, il sistema educativo tradizionale sarebbe semplicemente un diplomificio da cui lo Stato sforna ogni anno “qualche battaglione di impiegati” di cui necessita[3]. Nelle scuole, schiere di giovani reclusi compiono quotidianamente «lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili», il tutto caratterizzato da «l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi»[4]. Le materie scolastiche sono concepite in modo rigido e dogmatico, impedendo agli studenti di esplorare interessi personali e sviluppare talenti unici. Questo approccio uniformato all’istruzione, sosteneva Papini, porta inesorabilmente alla produzione di individui imbelli e privi d’iniziativa: «I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama prima della morte»[5]. Papini criticava aspramente il ruolo dell’insegnante all’interno del sistema educativo, accusandolo d’incarnare spesso e volentieri la figura di un mero trasmettitore di nozioni anziché di un educatore che ispiri e guidi gli studenti nel loro processo di apprendimento. Questo atteggiamento passivo e autoreferenziale da parte degli insegnanti contribuirebbe ulteriormente alla stagnazione dell’istruzione e alla mancanza d’innovazione in campo educativo[6]. La visione del Papini era drastica: queste “semiprigioni governative”, di fatto “fabbriche privilegiate di cretini di stato”, andavano irrimediabilmente chiuse una volta e per sempre se s’intendeva salvaguardare la cosa più preziosa donata a ciascuno di noi: l’anima umana[7].

Nell’opera Deschooling Society, a sua volta, Ivan Illich, attraverso un’analisi caustica e provocatoria, smascherava i limiti e le inefficienze intrinseche del sistema scolastico obbligatorio e della scolarità prolungata, mettendo in discussione il medesimo concetto di progresso educativo e culturale[8]. Uno dei principali argomenti utilizzati da Illich consisteva nel fatto che la scuola obbligatoria e la corsa ai diplomi non rappresentassero altro se non manifestazioni di un falso progresso, orientato verso la produzione di studenti conformi e consumatori passivi di programmi scolastici e merci culturali preconfezionate. Tale modello di istruzione, sosteneva sempre il celebre filosofo e pedagogista austriaco, non avrebbe soltanto limitato la creatività e l’individualità delle persone, ma le avrebbe anche esposte al rischio concreto di una mistificazione strumentale delle loro qualità migliori, rendendole vulnerabili alla manipolazione e all’omologazione sociale. Illich, inoltre, criticava aspramente la strutturazione del corpo docente, il cui ruolo a suo dire consisterebbe nel promuovere una didattica basata sulla trasmissione passiva delle conoscenze anziché sull’incoraggiamento dell’apprendimento attivo e critico da parte degli studenti, un approccio estremamente riduttivo che peraltro, oltre a limitare il potenziale educativo degli insegnanti stessi, contribuirebbe alla perpetuazione di un sistema educativo oppressivo e disumanizzante[9].

La società degl’imbecilli

L’omogeneizzazione delle masse non si limita affatto al mondo dell’istruzione, d’altra parte, ma si estende anche alla sfera lato sensu “culturale”, dove il predominio della sfera economica e della tecnocrazia si traduce in una produzione pseudo-culturale omologata e priva di originalità. I mezzi di informazione di massa, controllati da interessi economici e tecnocratici, promuovono un’immagine distorta della realtà soffocando quelle voci dissidenti che osino sfidare lo status quo. L’omogeneizzazione delle masse, inoltre, risulta sovente accompagnata da un crescente senso di alienazione e disconnessione sociale. L’individualità umana viene soffocata dall’omologazione e dall’uniformità, inducendo molti individui a sentirsi ormai degli “stranieri in patria”, estranei nella propria società e privi di un senso di appartenenza autentico. L’avvento dell’economia come motore dominante della società contemporanea, del resto, ha catalizzato un processo di trasformazione sociale senza precedenti. Attraverso lo sviluppo tecnologico e la crescente interconnessione globale, infatti, l’economia ha assunto un ruolo primario, spesso relegando la politica ad un secondo piano. Questa trasformazione ha portato a una serie di conseguenze nefaste, fra cui la viepiù crescente omogeneizzazione delle masse, la riduzione dell’individualità, nonché l’erosione dell’autentico spirito scientifico che aveva animato la nascente età moderna.

Una delle principali manifestazioni di tale fenomeno è la “tecnocrazia”: un sistema di governo dove il potere è detenuto da esperti tecnici anziché da rappresentanti politici eletti. Louis Daménie, nel proprio lavoro La technocratie: carrefour de la subversion, ha messo in luce come la tecnocrazia abbia creato un ambiente favorevole alla soppressione delle diversità e all’omologazione delle masse. Tale controllo tecnocratico si estende a settori-chiave della società, come stampa, istruzione, politica e cultura, esercitando un’influenza pervasiva che giunge a minare l’autenticità e la creatività umana. L’emergere del dominio tecnocratico nelle società contemporanee, alimentata dallo scientismo e dal progressismo, secondo Daménie è parte di una logica “rivoluzionaria” che mette in discussione le basi stesse dell’ordine costituito, conferendo il primato all’economia e alla scienza[10].

I “nuovi maestri”, impietosamente passati al setaccio da Jean-Marie Benoist, agiscono come fautori di questa omogeneizzazione, imponendo un sapere rozzo e semplificato che riduce la complessità del mondo e limita le possibilità di esplorazione e scoperta[11]. In Les nouveaux primaires, Benoist approfondiva simile prospettiva critica, denunciando i cattivi maestri che promuovono l’idolatria di questa effigie sapienziale, sottomettendo le menti individuali a un regime di conformismo e mediocrità. Questi “imbecilli” di regime sono gli agenti di un sistema che mira a creare una manodopera intellettuale intercambiabile ed anonima, privando così la società dell’enorme ricchezza concessa dalle sue diversità e dell’innovazione che ne potrebbe derivare. La creazione di questa manodopera intellettuale uniforme è un obiettivo condiviso da regimi autoritari e tecnocratici, peraltro, essendo entrambi detti sistemi interessati a mantenere il controllo sulle masse e a sopprimere ogni voce dissidente. Tale miserabile categoria d’indottrinatori, mossa dalla pia illusione di una società senza classi o dall’ascesa della tecnocrazia, è disposta a servire qualsiasi padrone, perpetuando così indefinitamente un ciclo di conformismo e oppressione. Questo fenomeno rappresenta una perversione dell’autentico spirito scientifico, che dovrebbe piuttosto incoraggiare la diversità di pensiero e la libera ricerca della verità. Assistiamo impotenti, per contro, a una negazione dell’autenticità scientifica, dove il dogma e il conformismo sostituiscono la ricerca libera e disinteressata della conoscenza e dell’innovazione. Ma, d’altronde, si sa che «mettendo la tecnica al servizio di una volontà di potenza» s’impone ovunque «il regno del simulacro di competenza»[12].

La società dell’uomo-massa

In simile quadro, rimangono attuali le riflessioni di José Ortega y Gasset che, nella sua opera La ribellione delle masse, introduceva il concetto di “uomo-massa” per descrivere l’individuo mediocrizzato e omologato che costituiva la cifra della società post-moderna[13]. Questo concetto s’inserisce perfettamente nel contesto della discussione sull’omogeneizzazione delle masse e sul controllo tecnocratico, offrendo così una prospettiva illuminante sulla condizione umana nel contesto dell’era contemporanea. L’uomo-massa, in effetti, rappresenta l’individuo standardizzato, privo di originalità e creatività, che si adatta passivamente alle norme e ai valori emergenti della società. In un’epoca dominata dall’economia e dalla tecnocrazia, l’uomo-massa diviene pertanto il prototipo ideale di cittadino, un ingranaggio anonimo all’interno di un sistema meccanico che privilegia l’efficienza e la produttività a discapito dell’autenticità e dell’originalità; l’uguaglianza e l’omologazione a detrimento della libertà e della diversità.

Simile concetto anticipa e si ricollega strettamente alle critiche di Daménie e Benoist verso i “nuovi maestri” e il loro tentativo di omologare ed omogeneizzare le masse tramite il controllo tecnocratico. L’uomo-massa è il prodotto finale di tale processo: un individuo alienato, privo di spirito critico e di coscienza sociale, disposto a sacrificare la propria individualità sull’altare del conformismo e della mediocrità. Ortega y Gasset metteva in guardia i propri lettori contro il pericolo rappresentato da quest’uomo-massa per la civiltà umana, sottolineando come la sua emergenza minacciasse l’autenticità e la vitalità della cultura e della società medesima. L’omogeneizzazione delle masse ed il controllo tecnocratico, in sintesi, rappresentavano per il filosofo spagnolo le forze trainanti di questo processo, alimentando di fatto un circolo vizioso di asservimento e meschinità che minava le fondamenta stesse della civiltà umana. Ortega tuttavia non si limitava a denunciare questo fenomeno, ma indicava anche una via d’uscita, invitando a ribellarsi contro l’omologazione e a difendere la propria individualità e libertà. Solo attraverso la ribellione contro il dominio dell’uomo-massa e il recupero dell’autenticità e della diversità possiamo sperare di preservare la nostra umanità e costruire in funzione di essa una società più giusta.

Considerazioni conclusive

In conclusione, il primato dell’economia sulla politica, agevolato dallo sviluppo della tecnica, ha finito per creare un micidiale strumento di controllo sulle nostre vite. Questo controllo si manifesta attraverso la tecnocrazia e i suoi agenti, i “nuovi maestri” che cercano indefessamente di omologare le masse e sopprimere ogni forma di individualità e diversità. È necessario resistere a questa tendenza disgregatrice, difendendo la nostra identità contro l’opera messa in atto dalle forze disumanizzanti di un progresso beffardo, che ha ormai gettato la maschera.

Il concetto di uomo-massa enucleato da Ortega y Gasset offre una lente preziosa attraverso cui esaminare il fenomeno dell’omogeneizzazione delle masse e del controllo tecnocratico. Questo concetto ci rammenta l’importanza di difendere l’autenticità e la diversità umana contro le forze disumanizzanti della società contemporanea e ci sprona a ribellarci contro il conformismo e la mediocrità in nome della libertà e della dignità umana.

In siffatto contesto, diviene cruciale resistere al dominio dell’economia e della tecnocrazia per difendere l’individualità umana e l’autentico spirito del metodo scientifico contro uno scientismo totalizzante che ne è la negazione più insidiosa. È necessario promuovere un approccio alla conoscenza che sia in grado di valorizzare la diversità di pensiero e d’incoraggiare la libera ricerca della verità. Solamente attraverso un impegno collettivo in difesa di simili valori possiamo sperare di contrastare l’omogeneizzazione delle masse e ricostruire una società più inclusiva e autentica.

 

[1] Gli innegabili punti di forza, generalmente riconosciuti, di quest’ultima prospettiva sono: 1) sviluppo delle capacità critico-analitiche; 2) flessibilità e adattabilità; 3) apprezzamento della cultura e della storia; 4) creatività e pensiero innovativo; 5) realizzazione personale e senso di scopo.

[2] Cfr. Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole, Firenze, Vallecchi – Editore, 1919 [1ª edizione: Chiudiamo le scuole!, in “Lacerba. Periodico quindicinale”, Anno II, N. 11 (1° Giugno 1914), pp. 1-4].

[3] «Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli stilla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose»: Ivi, p. 2, § 4 dell’edizione 1914.

[4] Ivi, p. 3, § 5.

[5] Ivi, p. 3, § 6.

[6] «La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio — e non è dir tanto poco»: Ivi, p. 3, § 7.

[7] «L’anima umana innanzi tutto. È la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli»: Ivi, p. 4, § 9.

[8] Cfr. Ivan Illich, Deschooling Society, Richmond (London), Calder Boyars, 1971, trad. it. Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, Postfazione di Paolo Perticari, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2010 [1ª edizione: Descolarizzare la società: per una alternativa all’istituzione scolastica, prefazione di Hartmut von Hentig, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1972].

[9] Si veda anche Ivan Illich (et al.), Disabling Professions, Richmond (London), Marion Boyars, 1977, trad it. Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti, Nuova edizione italiana a cura di Bruno Bortoli, Trento, Edizioni Erickson, 2021 [1ª edizione: 2008].

[10] Cfr. Louis Daménie, La technocratie: carrefour de la subversion, Les Cahiers de l’Ordre Français, 1973 [1ª edizione: 1965], trad. it. La tecnocrazia: punto di incontro della sovversione, Milano, Società Editrice Il Falco, 1985. Recentemente è stata pubblicata una nuova edizione italiana che è sostanzialmente una ristampa anastatica della precedente, a cui è stata semplicemente anteposta una prefazione di Giorgio Galli, intitolata “Da Trotzy a Macron” (pp. i-vii) e una “Nota biografica dell’Autore” a cura di Oscar Sanguinetti e Attilio Tamburini: Louis Daménie, La tecnocrazia, Prefazione di Giorgio Galli, Sesto San Giovanni (MI), OAKS Editrice, 2020.

[11] Cfr. Jean-Marie Benoist, Les nouveaux primaires, Paris, Éditions libres/Jean-Edern Hallier, 1978, trad. it. Processo agli imbecilli, Milano, Editoriale Nuova, 1980.

[12] Ivi, pp. 42-43.

[13] Cfr. José Ortega y Gasset, La rebelión de las masas, Madrid, Revista de Occidente, 1930, trad. it. La ribellione delle masse, Milano, Studio Editoriale, 2001 [1 edizione: Bologna, Società editrice il Mulino, 1962].

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui