
di Vito Sibilio
Altre note
Ci sono diversi elementi che, nel Processo Andreotti, sono ancora degni di essere evidenziati. Tra di essi l’originale convinzione che, siccome Giulio Andreotti era capo corrente di Salvo Lima ed essendo questi considerato contiguo a Cosa Nostra, anche Andreotti stesso dovesse essere per forza collegato alla mafia. La cosa appare strana perché altri politici inquisiti per mafia, come Calogero Mannino o Riccardo Misasi, non si portarono dietro in tribunale i capi corrente della Sinistra DC di cui facevano parte. Lo è ancor di più perché Lima, entrato nella corrente andreottiana nel 1968, prima era stato in quella di Fanfani, senza che mai questi, defunto nel 1999, sia mai stato interrogato nel Processo Andreotti per confermare o smentire l’aura mafiosa che circondava il defunto eurodeputato siciliano. Evidentemente ciò che interessava, nel riesumare i trascorsi del defunto Lima, era proprio compromettere Andreotti con una strana proprietà transitiva della mafiosità.
Un altro elemento sospetto sta nel rapporto tra Andreotti e Leoluca Orlando Cascio. Il Sindaco della Primavera di Palermo, che dal 1985 al 1987 guidò una giunta di Pentapartito, da quell’anno propose una formula politica DC-PCI che ricordava il Compromesso Storico, echeggiava il laicismo tecnocratico di De Mita allora Segretario politico della Balena Bianca e applicava le suggestioni politico filosofiche dei suoi mentori gesuiti, come Ennio Pintacuda, operanti in un Centro studi significativamente intitolato a quel Pedro Arrupe che del compromesso con la sinistra marxista aveva fatto la ragione del suo Generalato. De Mita si era servito di Orlando e di Sergio Mattarella per cercare di ripulire la DC siciliana, il che implicava anche un drastico ridimensionamento degli andreottiani di Salvo Lima.
Tuttavia la giunta Orlando divenne ben presto anomala, quando sulle ceneri del governo De Mita risorse l’araba fenice di un esecutivo targato Andreotti e imperniato sul patto a tre tra lui, Forlani e Craxi. Fu quest’ultimo a pretendere che la maggioranza del Palazzo delle Aquile si uniformasse a quella nazionale di Pentapartito. Da allora il defenestrato Leoluca Orlando giurò eterno odio contro Andreotti e addirittura abbandonò la DC, mentre Mattarella vi rimase dentro. Nella sua campagna contro Lima e il suo capocorrente Orlando vibrò colpi anche scorretti, fedele al suo principio giacobino per cui il sospetto è l’anticamera della verità, lo stesso principio che lo spinse ad accusare Falcone e il Maresciallo Lombardo, che a loro volta dimostrarono la loro innocenza il primo saltando in aria a Capaci – mentre Orlando rimase fortunatamente per lui coi piedi a terra – e il secondo suicidandosi. Orlando amava spesso usare accuse di mafiosità verso i suoi avversari, in primis Andreotti, ma lo spartiacque tra mafia e antimafia, tra i cui professionisti il Sindaco venne annoverato sarcasticamente da Sciascia, non passava tra i fautori e i detrattori della giunta anomala.
Secondo Falcone – lo riporta persino wikipedia – il malaffare mafioso continuò in Palermo anche durante l’amministrazione Orlando, a dispetto dello stesso Sindaco; inoltre erano Andreotti e Martelli che avrebbero portato Falcone alla Procura antimafia, se egli fosse vissuto, e non certo Orlando e i suoi amici comunisti; fu ad Orlando che andarono i voti dei quartieri palermitani in cui faceva il pieno Lima, quando questi morì. Eppure a nessuno, stranamente, è venuto in mente, in quegli anni, di inquisire il Sindaco censore, per cui certi presupposti, di per sé discutibili, evidentemente valevano solo per Andreotti. Inoltre, nella sua battaglia contro il Presidente del Consiglio, Orlando dovette trovare alleati importanti. Fu nella maratona televisiva RAI TRE Fininvest contro la mafia, condotta da Michele Santoro e da Maurizio Costanzo, che Orlando poté dire che Giulio Andreotti era il garante di un sistema di potere politico mafioso.
Una frase molto grave, che avrebbe meritato una inchiesta di ufficio e che però non imbarazzò né il PCI incistato nella terza rete né i piduisti Berlusconi e Costanzo, quest’ultimo mondato dal peccato originale della massoneria tramite il battesimo dello spostamento a sinistra. E fu a Davos, il 2 febbraio del 1993, durante il World Economic Forum di Klaus Schwab, che Orlando, inaspettatamente invitato a tale consesso, lanciò l’inverosimile accusa che Andreotti e Gelli avessero insieme una banca in Romania. Il WEF, strettamente connesso alle oligarchie globaliste della Trilateral e del Bilderberg, frequentato da manager e finanzieri anche italiani, abbracciava la linea più smaccatamente antiandreottiana, facendo sapere al mondo che, nell’anglosfera, il Divo Giulio era oramai un reietto.
Di quell’accusa nulla rimase, ma il 27 marzo successivo Andreotti ricevette l’avviso di garanzia per associazione mafiosa. Nessuno ha mai chiesto ad Orlando da dove venisse quella strana voce su Andreotti e Gelli, né chi lo avesse voluto a Davos e perché. La connessione tra il globalismo e l’inchiesta era abbastanza evidente, come del resto quella tra la campagna diffamatoria di Orlando e l’inchiesta palermitana, delle cui avvisaglie, ancora una volta singolarmente, erano stati informati parecchi gerarchi del PCI, compreso quel Gerardo Chiaromonte che, già Presidente della Commissione Antimafia prima di Luciano Violante, avendo stima di Andreotti, già dal 15 gennaio del 1993, lo invitò a chiedere un giurì d’onore per le accuse di Orlando, prima che decollasse qualcosa che si preparava a Palermo. Evidentemente non tutti i comunisti approvavano lo slittamento giudiziario della politica della sinistra contro la mafia e contro Andreotti, incredibilmente appaiati.
Questo connubio, sussurrato per decenni a causa della militanza di Lima nella corrente andreottiana, non poteva più essere sostenuto a cuor leggero, date le misure antimafia del VI Governo Andreotti. Esso aveva impedito ai boss imputati per il maxiprocesso di essere liberati per decorrenza dei termini, emanando un decreto legge che prorogava i termini della carcerazione preventiva e che fu accolto con una levata di scudi da parte dei magistrati, di quasi tutti i comunisti e di buona parte dei media, oltre che le perplessità messe per iscritto del presidente Cossiga. Nonostante ciò, si è ripetuto per anni che Andreotti si fosse, precedentemente, impegnato in segreto per ottenere l’annullamento delle condanne in Cassazione, con una evidente contraddizione di termini, perché, se avesse preso un tale impegno, pur non mantenendolo, il Presidente non avrebbe fatto un provvedimento di natura opposta, peraltro costituzionalmente discutibile.
Era stato Andreotti a pensare di creare un nucleo speciale antimafia, come quello antiterroristico di Dalla Chiesa, incontrando la diffidenza dei membri del Comitato Interministeriale di Sicurezza, ossia i vertici dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, dei Servizi Segreti e dell’Alto Commissariato della lotta alla mafia. Fu il governo Andreotti a decretare lo scioglimento dei Consigli comunali e provinciali infiltrati e condizionati dalla mafia e l’inibizione delle candidature politiche a persone condannate per mafia anche con sentenze non definitive, anch’essi provvedimenti ai limiti della costituzionalità. Furono ministri come Antonio Gava e Claudio Martelli a farsi alfieri di queste norme.
Eppure il connubio mafia – Andreotti venne ripetuto ossessivamente da Orlando in giro per il mondo, da certa stampa italiana e straniera e fatto proprio dall’impianto accusatorio della Procura di Palermo. A dispetto di qualsiasi verosimiglianza logica e sempre partendo dal legame tra l’Imputato e il defunto Lima, quello stesso Lima che, sia pure per non correre il rischio di non riuscire ad incastrarlo, Falcone non aveva messo sotto inchiesta per le accuse di contiguità con Cosa Nostra mossegli da Giuseppe Pellegritti nel 1990, che anzi era stato lui stesso indagato per falsa testimonianza. Quello stesso Lima la cui vicinanza con Andreotti non aveva impedito a Falcone di collaborare col governo da lui presieduto nella lotta alla mafia e che era morto alla vigilia di una grande inchiesta sulle connessioni tra essa e il KGB.
Un altro elemento degno di nota è che, quando arrivò alla Giunta per le autorizzazioni a procedere la richiesta su Andreotti, né la magistratura né i politici – che pure lo avevano suggerito – lasciarono cadere l’istanza, sebbene fosse evidente che la documentazione esigeva approfondimenti ma non giustificava processi ed eventuali condanne, come del resto poi avvenne. Il potere politico e quello giudiziario abdicarono al loro ruolo di garanzia, nel clima forcaiolo di Mani Pulite, perché l’imputato era un uomo potentissimo in declino, da dare in pasto all’opinione pubblica assetata di sangue, magari per coprire uno scandalo più grande, come quello che era costato la vita a Falcone e a Borsellino.
Ancora, va annotato che sin dall’avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa, ad Andreotti i magistrati palermitani rivolsero uno strano addebito: quello di aver promesso, tramite Lima, di aggiustare il maxiprocesso tramite Corrado Carnevale, senza esserci riuscito, cosa che avrebbe causato la morte di Lima stesso e pesanti minacce allo stesso Andreotti e famiglia. Il tutto, a dispetto di tre elementi: il fatto che Andreotti aveva combattuto la mafia, quello che non aveva subito attentati e che Lima, essendo morto, non poteva confermare e smentire. Sullo sfondo, l’esito del maxiprocesso, che era l’unico dato certo con le sue condanne. Questo strano canovaccio, in cui la Procura sembrava portata per mano da una regia abile e mistificatoria ancorché anonima, venne arricchito dalle deposizioni di Francesco Marino Mannoia e Tommaso Buscetta, interrogati a New York, a dimostrazione che la polizia americana, conformemente agli orientamenti dell’Amministrazione Bush, appena spirata, aveva molto a cuore l’inchiesta tutta italiana contro Andreotti, tanto che, per indurre Mannoia a testimoniare, chiese e ottenne per lui l’impunità per i delitti personali che avrebbe confessato. L’interrogatorio di Mannoia avvenne, da parte di Giancarlo Caselli e di Guido Lo Forte, nell’aprile del 1993 e il 6 del mese fu sentito Buscetta. La documentazione , che non doveva essere raccolta in quanto la Giunta si doveva ancora esprimere sulla prosecuzione delle indagini, venne presentata come connessa all’inchiesta sulla morte di Lima. Mannoia parlò di quei presunti incontri tra Andreotti e Bontate di cui ho fatto una disamina nello scorso articolo e si dilungò su altri elementi e dettagli che poi si dissolsero cammin facendo, peraltro incorrendo anche in alcune contraddizioni. Buscetta si dilungò sul Caso Moro, sulla morte di Pecorelli e di Dalla Chiesa, seguendo un filo narrativo che, come ho scritto, sembrava risalire ad un canovaccio di molto anteriore, che connetteva quegli eventi ad Andreotti a scopo denigratorio. Uno scopo che fece propria anche la Procura quando, trasmettendo alla Giunta i verbali di Balduccio Di Maggio sul bacio, poi rivelatosi falso, tra Andreotti e Riina, omise proprio quelli, più vecchi, in cui quel pentito escludeva tassativamente di aver conosciuto Lima. Fu solo dopo l’autorizzazione a procedere che la Procura ottenne dal Di Maggio una terza deposizione che modificava il senso della prima. Come i fatti hanno poi dimostrato, Di Maggio si era inventato tutto quel che aveva detto contro Andreotti, sollecitando di essere sentito dalla Procura palermitana, per avere benefici giudiziari che poi perse per la reiterazione dei suoi crimini, che a un certo punto lo stesso Giancarlo Caselli, correttamente, perseguì prima ancora che il Processo Andreotti terminasse e distruggendo la credibilità della sua testimonianza.
Concludo questa serie di annotazioni dicendo che la bugia del bacio, destinata a dissolversi nel corso d’opera, considerata elemento superfluo anche da Caselli, è un fattore antropologico, non giudiziario. Evidentemente quella calunnia, inventata da Di Maggio o da altri per lui, non mirava ad una inverosimile condanna di Andreotti, ma ad uno stigma su di lui, atto a stargli addosso anche solo semplice ombra, essendo di per sé poco credibile.





