
di Giuseppe Augieri
Quando Prodi, presidente IRI, nel suo delirio di privatizzazioni, decise di mettere in vendita l’Alfa Romeo, creò due problemi.
Negli anni Ottanta, alla nuova crisi di liquidità dell’ Alfa Romeo, Prodi rispose con la decisione di metterla sul mercato. Tra l’americana Ford e l’italianissima FIAT fu la seconda a prevalere. L’offerta della FIAT – si disse – era stata più alta e la Ford non rilanciò: ma – al di là di tutto – l’idea che sarebbe stato meglio tenere la casa automobilistica in mani italiane fu vincente.
Il problema (non valutato?) è che l’operazione avrebbe portato all’eliminazione dell’unico produttore sul territorio nazionale in competizione con la società degli Agnelli.
Non vi era ancora la legge a tutela della concorrenza (che è del 1990): se ci fosse stata, la cessione non si sarebbe mai fatta. Perché è evidente che si era concesso alla FIAT uno strapotere. Consapevole che i governi di turno non avrebbero potuto confidare sulla produzione di una casa alternativa, Fiat ha giocato, da allora, sulla minaccia del ricorso alla cassa integrazione per ottenere incentivi di notevole importo. Quasi impossibile rifiutare. La tattica, accettata dalla politica in cambio di una “pax sociale”, però è saltata del tutto con la fusione con Chrysler prima e con Peugeot dopo. I centri decisionali si sono spostati all’estero, per l’esattezza a Detroit e, soprattutto, a Parigi. E qui inizia un nuovo busillis.
Alcuni giornali economici mettono in luce che «Lì (in Francia – N.d.A.), la politica è forte e i sindacati potenti. I governi non lesinano risorse a favore del comparto, ma pretendono certezze occupazionali e produttive. E, soprattutto, non si fanno prendere in giro da alcun Ceo.». Dunque Parigi – sotto sotto – aspetta che il Governo attuale faccia un flop grandioso: sul mercato italiano le auto da comperare sarebbero solo quelle estere, Stellantis compreso. La produzione in Francia avrebbe un considerevole aumento.
Nel Governo si pensa che con Stellantis non si può dialogare alla pari fintantoché rimane lo squilibrio azionario a favore dello stato francese, presente nel capitale con una quota superiore al 6%. Di qui la minaccia dell’ingresso dello stato italiano a sua volta nel capitale. E, sotto il pelo dell’acqua, si è visto che la Francia non starà a guardare con il sorriso. A me sembra, questa, la cura sbagliata su una diagnosi esatta.
Il problema è di una complessità incredibile e in gioco vi sono non solo i tanti lavoratori di Mirafiori e Pomigliano D’Arco e tutto il relativo indotto, ma anche il rischio di legarsi definitivamente le mani: ogni richiesta della Stellantis, dicendo oggi un si, sarà legge. Le sue assicurazioni di mantenimento occupazionale e produttivo in Italia, come contropartita, solo parole, senza nessuna possibile garanzia. E, d’altronde, il CEO della Stellantis, fa il suo lavoro in un settore spietatamente competitivo, e lo fa bene. Deve assicurare utili (record) agli azionisti e lo fa. L’Italia, senza incentivi, non li assicura. La Francia è interessata a che la cosa finisca male per l’Italia.
Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di individuare un nuovo operatore che possa insediarsi nel nostro Paese: in verità io la vedo dura.
Dunque questo sarebbe il momento per metter da parte ogni guerricciola tra bande che si fregiano – e non lo meritano – delle etichette di maggioranza ed opposizione, per studiare assieme soluzioni ad un rebus vitale per la nostra economia. Vedo invece la solita insopportabile manfrina. “Il Governo non ha politica industriale” Si, e che fa, se la inventa dopo anni di inesistenza? “Il Governo non sa dire quale potrebbe essere il nuovo operatore”: perché è noto che queste cose si inventano con nonchalance mentre si gioca al biliardo . Andrea Orlando ci mette sopra un “carico”: “l’atteggiamento di Meloni sembra ricalcare un rapporto di subalternità nei confronti dell’azienda Stellantis, propria dei governi precedenti”.
Appunto: i governi precedenti. Assenti quando l’opera di Marchionne, che aveva creato una potenza con la sua FCA, venne distrutta con la sua cessione alla Peugeot della quale la FCA è diventata una ancella. Tutti distratti. Giuseppe Conte, allora premier del governo con il PD, parlò esplicitamente di «grande opportunità per il Paese». E fu proprio il suo governo che nel giugno 2020, alla vigilia della fusione che avrebbe dato vita a Stellantis, autorizzò in ventiquattr’ore l’erogazione di una garanzia di Stato per un finanziamento di 6,3 miliardi concesso da Intesa Sanpaolo. Finanziamento servito in gran parte per far ricevere agli azionisti di FCA un incredibile dividendo di 5,5 miliardi oltre a una ricca dote in azioni Comau (un ramo della Stellantis che si occupa di robotica), con un pesante impoverimento patrimoniale di Fca che – dichiaratamente – serviva per “rimpicciolire” la FCA affinché la “fusione” con Peugeot fosse “alla pari”. Ma quale fusione. Quella fu una cessione. Anche Prodi parlò di «vergognosa svendita». Il Sindacato? Assente. E dopo, ancora assente.
Le prospettive ad oggi: è bene dare un’occhiata alla quotazione in borsa ed ai bilanci Stellantis. Piove sul bagnato. Perchè?
Dunque non ci sono né gli estremi e né le condizioni e né l’opportunità per scontri politici.
Almeno questa volta possiamo sperare di fare Politica?





