
di Angelo Giubileo
… Ricordate l’albero (cfr. Il viaggio degli dei)? Rispetto al quadro della rappresentazione, in cielo in terra e in ogni luogo, l’albero è l’unico elemento che di fatto non è visibile nel quadro stesso ma è altresì l’unico elemento utile alla misurazione del moto circolare di cui abbiamo detto.
Ma, nel complesso dell’intera rappresentazione, tutti gli elementi della rappresentazione non sono che astr(azioni), non solo l’albero ma anche neberu: sia esso “guado, traghetto, traghettatore” o, meglio, tutte e tre le “cose” insieme. Immagine primordiale riconducibile all’insieme di tempo (guado), materia (traghetto) e energia (traghettatore), secondo cui questi corpi sono dei e il divino racchiude l’intera natura (Aristotele, Metafisica, libro Λ, 1074b). E dunque, tutto ciò che è, è: “ignoto“. L’essere è (cfr. Parmenide, Poema sulla natura), quale che sia, ma quale sia la qualità dell’essere è e resta umanamente un mistero.
E allora, in che senso ci troviamo a discorrere di una “nuova via”, tentata da Gilgamesh, re di Uruk, che ha fine con la morte dell’eroe? Avviso per il lettore: è necessario che non si faccia trascinare dalla corrente dei significati delle parole che da qui seguiranno. Un esempio: qual è la via di cui ora si parla, qual è la fine e la morte di cui ora si parla? Chi è Gilgameš (il cui nome è immediatamente da qui in poi riprodotto e quindi rappresentato con la s-aspirata equivalente della pronuncia sh)? N. K. Sandars traduce (1960): “… Ti venne data la sovranità, questo era il tuo destino; una vita che duri in eterno non era il tuo destino” (Adelphi, 2001).
E allora il lettore è avvisato: siamo al centro di un “implesso”, l’implesso principale o fondamentale del tempo ancora attuale. E quindi, non bisogna farsi ingannare: vediamo le cose ma non vediamo ancora l’ordine nascosto delle configurazioni visive. Ma, prima di addentrarci nella selva oscura, una premessa che potrebbe anche dirsi ormai scontata: il racconto di Gilgameš narra di una “vecchia via” e di una “nuova via”, così che egli – si dice – sia stato il primo (ma, personalmente, non lo credo affatto) a vedere tutto. Come detto in precedenza (cfr. Il viaggio degli dei), e ora ripetiamo: Gil-ga-mesh=colui-che-vide-tutto.
Anche Gilgameš deve servirsi necessariamente di un albero che è “l’albero-mesu contenuto nel nome dell’eroe” (Henry, 1928, p. 361). In vero, nell’Epopea dell’eroe compaiono altri nomi di alberi: ma, focalizzando la ricerca sull’albero-mesu, i nostri due Autori, Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, ci dicono anche che: “questo albero” è parte anche del nome MES.LAM.TA.E.A., laddove MES.LAM sembra essere piuttosto “un topos fisso” relativo “all’uscita di uno dei due Gemelli” (Il mulino di Amleto, Adelphi 2000, p. 571).
Ed è allora, su questo specifico punto in questione, che riteniamo che Gilgameš non sia stato affatto il primo, perché più antica è l’osservazione del cielo riportata nei Veda, almeno risalente al 4.500 e.a., e comunque prima dell’inizio dei Gemelli.
In proposito, scrive infatti Lokamanya B. G. Tilak, come si legge nel suo Orione (ed. ECIG 1991): “Vi sono solo due inizi dell’anno noti nella letteratura hindu (n.d.r.: equinozio di primavera e solstizio d’inverno) … l’anno era diviso in due ayana, verso nord e verso sud, e, quantunque originariamente l’ayana verso nord indicasse il passaggio del sole a nord dell’equatore, successivamente esso è venuto tuttavia ad indicare il passaggio del sole dal solstizio invernale al solstizio estivo (e) in seguito all’effettuazione di questa modifica tutti gli attributi degli ayana più arcaici sono stati gradualmente trasferiti ai nuovi, benché la vecchia suddivisione fosse concorrenzialmente mantenuta e nuove idee si fossero formate solamente in riferimento alla ripartizione solstiziale dell’anno“.
E inoltre: non sono forse i nomi del Cancro e del Capricorno a indicare le porte delle anime che, secondo Macrobio, “ascendono per il Capricorno e poi, per rinascere, ridiscendono per la porta del Cancro” (Commentarii in Somnium Scipionis, I, 12, 1-8 da Il mulino di Amleto, op. cit., p. 287)? Precisando gli Autori anche che: “Egli parla di segni zodiacali: le costellazioni che sorgevano ai tempi suoi (e ancora ai nostri) erano i Gemelli e il Sagittario: ‘Porta del Cancro’ significa i Gemelli, anzi, Macrobio afferma esplicitamente (I, 12, 5) che questa ‘Porta’ è il punto ‘in cui s’intersecano lo zodiaco e la Via Lattea’” (ibidem).
Ritornando all’Epopea di Gilgameš, il passaggio dalla “vecchia” alla “nuova” Via vorrebbe allora significare che, all’occhio dell’osservatore: 1) gli elementi del quadro della rappresentazione mutano ma il mezzo o lo strumento di lettura o, come meglio detto, di misurazione dell’albero-mesu resta o resterebbe il medesimo 2) i nuovi elementi, tuttavia, avrebbero dato (e darebbero) spazio a nuove idee e, come dicono i Nostri due Autori, a “una nuova distribuzione delle ‘Tre Vie’” (così come s’intendono delineate in Il viaggio degli dei cit.; op. cit., p. 570).
E allora avrebbe senz’altro un senso, mai definito, l’annotazione di Gossmann (1956, p. 67), così come riportata, circa l’acronimo MES.LAM.TA.E.A., e cioè che: “Successivamente il nome servì a designare in primo luogo uno dei due gemelli, ma anche come palestra di giochi filologici. In base a tali filologemi il nome fu attribuito a Marduk e a Gilgameš” (Taliqvist, 374)” (op. cit., p. 571). Come una sorta di giochi linguistici riscoperti, migliaia di anni dopo, dalle forme di Ludwig Wittgenstein.
Il significato dell’albero è dunque il medesimo, lo stesso appellativo con cui Platone chiamava il tempo. Ma, ci sovviene anche quanto già sottolineato in precedenza e cioè che una tradizione del Borneo parla di un”isola del gorgo’ dove vi è un albero (e) il vortice si è formato perché è stato abbattuto o sradicato un albero, oppure perché si è scardinato l’asse di un mulino, o simili.
E allora, nel racconto dell’Epopea, il nostro eroe Gilgameš – come premettono sempre gli Autori: In occasione di una nuova distribuzione delle ‘Tre Vie’” – ha a che fare con “un albero-huluppu“, che dà inizio e principio a una nuova storia che si conclude “dopo che Gilgameš ebbe sradicato l’albero ormai liberato, (e) i suoi seguaci, gli uomini di Uruk, ne tagliarono il tronco e ne diedero una parte a Inanna per il suo trono e il suo letto“. Del rimanente – cioè della radice e del fogliame – “Gilgameš foggia per sé il pukku e il mikku, due oggetti di legno…” (op. cit., p. 572).
Pertanto, siamo alla presenza di un nuovo albero, non più intero ma spezzato almeno in tre parti: tronco, radice e fogliame. Del tronco, che servirà per il trono e il riposo celeste, s’impossessa la divinità; all’eroe è destinato invece il “tamburo” e la “bacchetta” o, in base a una diversa traduzione, un’altra delle innumerevoli altre, il “cerchio” e la “bacchetta del cerchio”. Il sospetto, direi quasi-certezza, è che i due nuovi mezzi o strumenti contrassegnino il potere del Re-Sacerdote di Uruk, antesignano di quel Melchidesek, re di Gerusalemme (?), a sua volta antesignano dell’Agnello, di cui si legge nell’Apocalisse: “Tu sei degno di ricevere il libro e di aprirne i sigilli, poiché sei stato ucciso e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione; tu li hai costituiti per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra“.
Ma, così come spezzato l’albero, triste è ora la vita dei mortali. E invece: che fine ha fatto l’altro albero, l’albero-mesu?
L’albero è quel mezzo che consente agli uomini la misurazione, ma se l’albero fino al cielo cresce troppo è destinato a essere abbattuto e quindi a precipitare di sotto: “Per quanto concerne l’albero-mesu, Marduk ne sapeva tanto da dire (nell’Epopea di Erra) che esso ‘aveva le sue radici nel vasto mare, nelle profondità di Arallu, e la sua cima raggiungeva l’Alto Cielo’, e domandò a erra in tono di rimprovero: ‘A causa di quest’opera che tu, o eroe, ordinasti che venisse compiuta, dove è l’albero-mesu, carne degli dei, ornamento di re?’ (Langdon, 1931, p. 140)”.
E allora la “verità“, che l’albero-mesu rappresenta, inerisce alla legge del moto circolare del cosmo, di cui abbiamo detto e già ripetuto, che genera costantemente un passaggio, lungo la linea dell’orizzonte, da nord a sud e viceversa; così come da est a ovest e viceversa, e cioè almeno da quando “Parmenide ha scoperto – o inventato – lo spazio” (Giorgio de Santillana, 1968, pp. 82-119; trad. it., pp. 79-153). Ciò che, così come appare all’occhio umano dell’osservatore, rappresenta la legge del divino, che ci dice e ripete che tutte le cose sono ma non ci dice cosa sono. Così che diciamo che in principio è l’ignoto laddove tutti gli dei giacciono sul trono e riposano nel proprio letto.





