
di Paolo Raffone
Con la fine della Guerra Fredda le ideologie sono state sostituite da narrazioni che la politica utilizza per guadagnare il sostegno delle masse necessario per consolidare il potere delle élite di governo. Dal 1991, la narrazione politica ha trasmesso immagini analogiche di un vittorioso futuro che si pretendeva universale, cioè un unico futuro per tutti i popoli e le nazioni del pianeta, promettendo crescita economica, espansione dei diritti e della democrazia, stabilità e sicurezza garantite da un’unica imbattibile egemonia tecno-finanziaria-militare. Dal 2001, le élite tecno-finanziarie occidentali hanno convinto la politica a spostare il futuro in un metaverso narrativo sempre più scollegato dalla realtà, promettendo che le nuove tecnologie applicate – le tecnologie digitali – avrebbero consentito di garantire la perpetuazione del precedente modello egemonico e dei connessi vantaggi sociali ed economici. Promesse che si infransero con le crisi finanziarie americana (2006) ed europea (2008). Crisi malamente offuscate dalle narrazioni vittoriose del campo tecno-finanziario-militare: espansione della NATO sulle frontiere della Russia, identificazione di nemici esistenziali – Russia, Cina, Iran – e guerre da remoto condotte da agenti ipertecnologici ed eserciti mercenari. Queste narrazioni sono state corredate dal ben più reale aggiustamento strutturale socio-economico e dall’austerità fiscale che, com’è noto nella storia dello scorso secolo, è lo strumento propedeutico per le svolte autoritarie e totalitarie.
Dalla fine della Guerra Fredda la politica non si è mai ripresa la scena e l’iniziativa sociale ed economica. La politica si è contentata di svolgere un ruolo connivente. Infatti, la politica è stata una mera cinghia di trasmissione di narrazioni preconfezionate dalle solite élite tecno-finanziarie che, dopo la disastrosa propagazione di narrazioni ideologiche – climate change, woke, cancel culture, ecc…, oggi insistono su guerre vittoriose fino all’ultimo uomo contro le “tenebre”, il “male”, i “dittatori” oppure per imporre le virtù e i valori delle democrazie sulle autocrazie.
La realtà sconfessa le narrazioni. Il corpo sociale delle nazioni occidentali è sempre più polarizzato e attraversato da inquietanti flussi di paura che si manifestano con la disillusione nelle istituzioni rappresentative degli Stati. La stabilità e la sicurezza sono sempre di più concetti e percezioni del passato. Infatti, negli ultimi due anni, almeno sei sono i fronti di guerra aperti (Ucraina; Israele; Mar Rosso; Yemen; Iraq; Siria) mentre tre fronti restano per ora latenti pur essendo i più pericolosi: Iran; Russia; Cina. Nel 2024 si stanno esaurendo gli interventi eccezionali di stimolo economico adottati nel 2020 nel tentativo di evitare il collasso socio-economico provocato dall’esplosione pandemica. Le conseguenze economiche e sociali in Europa sono piuttosto evidenti: inflazione persistente e stagnazione economica. Tuttavia, il metaverso narrativo – le narrazioni della politica – insiste nel promettere, contro ogni evidenza, un vittorioso futuro sostanziato dalla solita triade di crescita economica, stabilità e sicurezza.
Le narrazioni sulle guerre vittoriose fino all’ultimo uomo sono rappresentazioni menzognere e stupide. Per capire quanto queste narrazioni siano inventate e infondate è utile leggere quanto scrive Peter Turchin nel suo “End Times” (2023) che molto appropriatamente richiama gli studi sulla complessità (della guerra) compiuti indipendentemente nel 1915 da un ufficiale militare russo, Mikhail Osipov, e nel 1916 da un ingegnere britannico, Fredrick Lanchester[1]. Questi due autori svilupparono, senza conoscersi, lo stesso modello matematico predittivo di chi possa vincere una guerra. Un modello che è stato testato in più conflitti del passato e del presente, confermandone la validità (logica). Il modello si applica alle guerre simmetriche – soprattutto guerre di attrito o logoramento in cui i due eserciti si confrontano su una linea del fronte – nelle quali la predittività della vittoria non si basa su una progressione lineare ma su quella geometrica. Per semplificare al massimo, ciò significa che il rapporto non è 1:1 ma al quadrato, ovvero al doppio di ciò che si pensa di avere (in positivo o negativo), muovendosi in una progressione che arriva al punto di non ritorno. L’uso di tecnologie molto sofisticate serve a tentare di alterare la velocità della progressione, ma da sole non sono risolutive nel rapporto effettivo tra le parti in conflitto. La logica del modello è controintuitiva. L’esempio di Turchin è semplice per capirne la portata: in una guerra medievale una parte dispone di 2000 arcieri e l’altra di 1000; il rapporto non è 2:1; supponendo che tutti gli arcieri sparano una freccia, ciò significa che una parte riceve 2 frecce per uomo mentre l’altra ne riceve 0.5 per uomo. Il postulato della legge del quadrato di Lanchester applicato alle questioni militari spiega perché la progressione (al quadrato) è inesorabile, ovvero si deve considerare un fattore triplicato nelle perdite. Al modello vanno aggiunti altri fattori (demografia, morale delle truppe e determinazione della popolazione, disponibilità di materiale di guerra) che se applicati, ad esempio, alla guerra tra Russia (aggressore) e Ucraina ci permettono di capire quanto stupide e fuorvianti siano le narrazioni che dal marzo 2022, dopo aver rifiutato la base di negoziato che era possibile con la Russia, hanno prolungato la guerra con impossibile controffensive ma lasciando gli ucraini in condizioni drammatiche e molto più sfavorevoli di allora. Al popolo ucraino va riconosciuta tutta la grande e onorevole capacità di aver resistito finora contro un aggressore ben più grande e potente. Ai sostenitori delle narrative stupide (US, EU, NATO) si dovranno porre domande molto serie e concrete con le necessarie attribuzioni di responsabilità.
Gli Stati Uniti hanno inizialmente sostenuto il grosso degli aiuti finanziari e di materiale bellico all’Ucraina ma era noto da mesi che i fondi approvati e i materiali disponibili si sarebbero esauriti entro la fine del 2023. Si vedrà se il Congresso troverà un accordo sugli aiuti finanziari, mentre per i materiali bellici è già noto che la capacità di produzione richiederà periodi variabili tra i 15 e i 36 mesi. Questo, sempre che altri teatri di guerra non riducano le effettive possibilità statunitensi verso l’Ucraina. Va detto che nell’ultimo semestre del 2023, l’UE e soprattutto i suoi Stati membri hanno sostituito gli Stati Uniti nel grosso del sostegno finanziario all’Ucraina, mentre le forniture belliche, sia bilaterali sia multilaterali (UE e NATO) sono state piuttosto scarse. Considerando la capacità produttiva bellica europea questi dati non cambieranno nel prossimo futuro. Quel che è importante rilevare è che il sostegno finanziario e di materiale bellico all’Ucraina è stato fornito principalmente su base bilaterale mentre le organizzazioni multilaterali, UE e NATO, nel migliore dei casi, hanno svolto un ruolo di coordinamento.
Quindi, nella situazione attuale, è a livello bilaterale, cioè in base alla responsabilità di ciascuno Stato, trovare una soluzione per la guerra in Ucraina. Ciò spiega le veloci mosse da parte del primo ministro britannico, Sunak, e del neo nominato ministro degli esteri francese, Séjourné, che negli ultimi giorni si sono recati a Kiev per concludere dei “trattati” bilaterali di assistenza finanziaria e militare. I media si sono concentrati sull’entità finanziaria degli aiuti ma non hanno riferito sul contenuto dei vari “trattati” firmati con i quali UK e Francia, sebbene in modo diverso, si “schiereranno” a difesa del FUTURO dell’Ucraina. La parola chiave è FUTURO. Ciò significa, che Francia e UK hanno anticipato la realtà agli ucraini, ovvero che la loro sicurezza da eventuali nuove aggressioni della Russia sarà garantita. Il punto “nascosto” è che per poter ottenere questa garanzia, l’Ucraina deve negoziare la “fine della guerra” con la Russia. “Salvaguardare il FUTURO dell’Ucraina” è il messaggio strategico al quale probabilmente si allineeranno molti altri Stati con accordi bilaterali con l’Ucraina. Si badi che “fine della guerra” non è sinonimo di pace ma è la precondizione per la garanzia di sicurezza prestata bilateralmente e per l’avvio della ricostruzione che già oggi è stimata a circa 1 trilione di euro. Con buona probabilità, la ricostruzione dell’Ucraina sarà principalmente affare dei Paesi europei forse coordinati dall’UE. In questo quadro, appare anche che la NATO è stata riportata, dopo due anni di schizofreniche dichiarazioni del suo segretario generale Stoltenberg, al suo ruolo fondativo, cioè la difesa dei suoi Stati membri in caso di aggressione esterna. Se la NATO sopravviverà alle elezioni statunitensi, soprattutto con il possibile arrivo di Trump alla Casa Bianca, le sue eccessive ambizioni in teatri globali saranno rapidamente archiviate.
A questo punto, al netto delle narrazioni stupide, ciascun Paese dovrà assumersi concrete responsabilità per “salvaguardare il futuro dell’Ucraina”. Né NATO né UE, ma responsabilità politiche, militari e finanziarie nazionali. C’è da chiedersi che farà l’Italia…
Una cosa è certa. La “fine di una guerra” comporta terremoti politici da entrambe le parti in conflitto che nel caso specifico significa in Ucraina e nei Paesi occidentali che l’hanno sostenuta, ma anche in Russia.
Tenendo tutto ciò bene a mente, il negoziato per “porre fine alla guerra” tra Russia e Ucraina potrà svilupparsi sulle reciproche narrazioni di “vittoria” mentre, negli anni successivi, il “negoziato di pace” con la Russia non sarà facile benché sia necessario per tutti.
[1] https://peterturchin.com/what-osipov-and-lanchester-tell-us-about-the-war-in-ukraine/
Nella fotografia: Yulia Svyrydenko, prima vice premier ucraina (s), e Andriy Yermak, capo dell’ufficio del presidente ucraino (d), participano ad un meeting a Davos, Svizzera, 14 gennaio 2024





