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OCCIDENTE: UNA NARRAZIONE SENZA UNA STRATEGIA

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di Paolo Raffone

Sin da prima della scrittura sono esistite le narrazioni create dagli esseri umani. Narrazioni che avevano un potere auto riflettente della grandezza di che le produceva e capaci di affascinare chi le ascoltava. Altre narrazioni avevano solo uno scopo poetico, cioè erano fini a se stesse. Le narrazioni orali, accompagnate da quelle simboliche e rappresentative, tramandavano la tradizione culturale degli umani (epica) ma anche quella naturistica delle origini (religiosa). Con la scrittura, le narrazioni pretesero di tenere vivo il culto delle tradizioni antiche ma in realtà assunsero uno scopo teologico politico (ad esempio, i testi in sanscrito della conoscenza e della saggezza, i Veda, datati 1500 BC). Così avvenne che nella montuosa regione Meda (attuale Azerbaijan) l’innesto delle narrazioni zoroastriane nella vita ascetico spirituale della tribù dei Magi produsse i riti religiosi, di cui i Magi divennero sacerdoti di tutte le comunità indoiraniche. La codificazione della ritualità fu lo strumento per creare un complesso di manifestazioni esterne ai (pochi) detentori del sapere facendo presa sugli strati più bassi del popolo, meno propensi alla speculazione, e ampliando e organizzando il patrimonio di credenze che l’accompagnava. In quelle narrazioni risiedeva la forza della profondità storica e concettuale che era capace di religare – sensazione di essere legati, limitati, inibiti – facendo nascere un nuovo collegamento o una nuova unità basata su emozioni come esitazione, cautela, ansia, e paura. La nuova religio aveva istituzionalizzato culturalmente la gerarchia, pre concetto della potenza (divina) che nel monoteismo assumerà l’ambigua figura del katechon, cioè di una potenza, qualcosa o qualcuno, che trattiene e contiene, arrestando o frenando l’assalto dell’Anticristo, ma che dovrà togliersi o esser tolto di mezzo – affinché l’Anti­cristo si disveli – prima del giorno del Signore (giudizio universale). Una visione escatologico-apocalittica che è centrale nella storia politica dell’Occidente ma che si è venuta secolarizzando, fino all’attuale oblio della sua origine[1].

Fino agli anni Venti e Trenta del secolo scorso esistevano riflessioni su una teologia politica, con profondità storica e concettuale di autori come Carl Schmitt. Riflessioni che da Agostino d’Ippona a Dante a Dostoevskij si interrogavano con quale sistema politico può trovare un compromesso il paradossale monoteismo cristiano, la fede nel Deus-Trinitas. Con la forma del­l’impero o, invece, con quella di un potere che frena, contiene, amministra e distribuisce soltanto, oppure si deve cercare una formula di contaminazione tra i due?  Dalla metà del secolo scorso l’Occidente è stato “retto” (manu regis) dagli Stati Uniti d’America – potere politico-militare redentore delle debolezze e dei peccati delle potenze dell’Europa occidentale tramutate in “potenze sub-imperiali”[2] – e di contenimento positivo del resto del mondo che era abbandonato a una condizione di cronica insufficienza – le ex colonie europee divenute Terzo Mondo bisognoso di aiuti allo sviluppo – oltre che di contrasto e repressione dell’apostasia – antico reato bizantino di tradimento contro l’impero – incarnata dal comunismo sovietico e da quello cinese. Tra il 1945 e il 2001, gli Stati Uniti d’America hanno svolto questa funzione politica di “polizia” inquadrata nei limiti di un sistema basato sul rispetto della legislazione (Rule of Law) che è stato integrato, piuttosto sostituito, dal 1991 da un “ordine basato sulle regole” (Rule Based Order). L’impianto culturale liberale aveva creato un consenso sulla legislazione internazionale nel 1945, invece sull’ordine basato sulle regole non esiste nessun accordo concettuale e nessuna convergenza diffusa su quali siano le regole che compongono quell’ordine[3]. In questo passaggio storico, che comunemente è chiamato “unilateralismo”, gli Stati Uniti hanno trasformato la potestas in autoritas, esattamente come fece l’Impero romano che, con al centro Roma, impose una “religio civilis” che non riconosceva alcun katechon (potenza che frena). Sappiamo come andò dalla narrazione di Costantino nella battaglia di Ponte Milvio che portò alla conversione dell’imperatore e dell’Impero e allo spostamento della capitale imperiale a Costantinopoli. Una narrazione costantiniana dalla profondità storica e concettuale che seguiva una strategia secondo la quale, come aveva già capito Agostino d’Ippona, l’autorità civile deve dedicarsi “ai commerci a Babilonia”, cioè al mantenimento della stabilità (pace, sicurezza e benessere materiale degli esseri umani). Tant’è che l’Impero romano d’Oriente (per imbarazzo da noi chiamato bizantino) sopravvisse con discreto successo altri mille anni ancora[4].

Dal 1991 assistiamo ad un eccessivo e sconclusionato uso di narrazioni che dovrebbero sostenere la strategia dell’Occidente. Purtroppo non si vede (né si trova) alcuna strategia dell’Occidente, ma solo narrazioni. Dal primo decennio del secondo Millennio abbiamo assistito ad un uso selettivo delle “regole” da parte dell’Occidente sostenuto da una incessante e pervasiva narrazione veicolata dalle istituzioni e dai media. La strategia avrebbe dovuto essere implicita nella narrazione. Così non è stato perché la narrazione da sola non è altro che uno strumento di influenza, come lo è per gli influencer del mondo digitale. Una strategia richiede una definizione esplicita degli obiettivi e dei metodi per raggiungerli oltre che l’indicazione di un fine e perciò del punto finale nel quale ci si possa ritenere soddisfatti. Dall’invasione dell’Afganistan ad oggi, non si avverte alcuna strategia. Non c’è un limite né un fine preciso. Il katechon non si manifesta più nell’esercizio del potere politico. Si vede solo l’imperium. Gli Stati Uniti d’America, prigionieri dell’ideologia neoconservatrice – la nuova “religio civilis” – agiscono non più nel rispetto delle legislazioni ma ultra, extra e supra legem imponendo unilateralmente i propri “valori” spirituali al resto del mondo, usando la forza militare (stratos) accompagnata da una batteria di mezzi di coercizione indiretta (rules) per raggiungere dei fini storici. Nessuna capacità di autolimitazione. Convinti dell’invincibilità della propria autoritas, gli Stati Uniti vivono in un eccezionalismo “senza limiti” che si sta rivelando distruttivo dei fondamenti stessi del loro sistema democratico e della loro funzione egemonica globale. Il declino dell’Occidente, parafrasando Spengler, deriva proprio dal fatto che l’impero statunitense con vocazione universale e globale ha travalicato la dimensione della securitas (garanzia di sicurezza per i propri sudditi) senza la quale la sua augusta autoritas vive un contrasto faustiano. Un’autoritas che non ha una capacità katechontica e perciò non porta alla costruzione di compromessi. Non è un caso che nell’ultimo quarto di secolo sia la guerra l’aspetto caratterizzante e il fine totalizzante dell’autoritas.

Perché l’Occidente ritrovi se stesso e possa continuare il suo percorso di rivoluzione permanente, è necessario accettare delle tregue, degli armistizi tra potestas e autoritas, cioè tra materialità e spiritualità, sia al suo interno sia con il resto del mondo. Non saranno certo le sirene dell’anticristo tecno-finanziario, con le loro promesse di progresso infinito, che permetteranno all’Occidente quel recupero di senso, del fine, che sin dalle sue origini risiede nell’escatologia.

 

[1] Massimo Cacciari, “Il potere che frena”, Adelphi 2013

[2] Clinton Fernandes, “Sub-Imperial Power”, Melbourne University Press, 2022

[3] https://css.ethz.ch/content/dam/ethz/special-interest/gess/cis/center-for-securities-studies/pdfs/CSSAnalyse317-EN.pdf

[4] Edward Luttwak, “La grade strategia dell’impero bizantino”, Rizzoli, 2009

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