
di Angelo Giubileo
Umano nient’altro che umano… Già Marduk si lamentava del fatto che l’inclinazione dell’asse terrestre fosse intervenuta, e una volta per sempre in quanto egli stesso non aveva potuto o saputo porvi rimedio. E così il tempo aveva fatto capolino tra i meandri di tutti ciò che è, e avrebbe stabilmente occupato il nostro spazio quotidiano, che Esiodo dirà “principiale” o “originario” o “iniziale”. Giorgio de Santillana, in una serie di testi, raccolti dall’Adelphi sotto il titolo di “Fato antico e fato moderno”, dice che la parola “fato” risponde all’impulso dell’uomo – a differenza dice lui delle bestie – di trovare una spiegazione a tutto ciò che accade. Così che ciò che prende forma è metapensiero, e cioè pensiero relativo a ciò che l’intelletto, corpo e mente, percepisce come attuale. In proposito, Plutarco ha affermato nel suo “Iside e Osiride” che laddove non c’è il pensiero dell’immortalita’, comunque il tempo è immortale. Quanto all’attualità e all'”esserci”, Heidegger chiarirà ai più che la parola “actualitas” traduce in latino il termine greco “energheia”.
E quindi dare una spiegazione significa in ogni caso adottare una tesi e in definitiva assumere un modo di essere attraverso il tempo.
Nella concezione generale degli antichi – fatte sempre le dovute e necessarie eccezioni, dato che Hegel dimostrerà esattamente come ogni tesi supporta essa stessa necessariamente un’antitesi – lo stesso de Santillana rileva che il tempo è la struttura o intelaiatura che regge l’intero cosmo, in modo che ogni cosa sia funzione del tempo e pertanto anche l’uomo sia nelle mani del tempo, e quindi l’uomo per il tempo e non, viceversa, il tempo per l’uomo.
Qoelet, figlio di Davide, avrebbe detto che “c’è un tempo per ogni cosa”, ma quale ne fosse realmente il senso è come sempre complicato spiegare.
Anticamente, il tempo è Saturno, Prometeo, Xronos e finanche Cristo, ovvero il Verbo giovanneo che si sarebbe fatto carne. Ma, ancor prima, il tempo è personificato da Prajapati, il vedico “Signore di tutte le cose”. Su Prajapati, originariamente, due sono le leggende, i miti o le storie, di cui ci dice L. B. G. Tilak. In una versione, Prajapati muore decidendo di sacrificare se stesso; nell’altra versione, Prajapati, effige del vecchio anno, muore per mano di Rudra, effige del nuovo anno. Tilak dice di non sapere quale sia la versione più antecedente, ma il nostro sospetto è che non sia stata pensata e sviluppata l’una senza l’altra e viceversa.
Come Prajapati, altri nell’antichità muoiono per mano propria. Lo stesso Vainaimonen decide liberamente di porre fine alla propria vita: é giunto il tempo della sua fine o invece è egli che, vecchio, decide di porre fine al proprio tempo?
Plutarco in “La fine degli oracoli” s’interrogava sull’accadimento della “morte di Pan”. Dopo di lui, la maggior parte degli interpreti hanno ritenuto che l’accadimento fosse da riferirsi alla manifestazione del Chrestos (salvatore) – di cui parla anche Platone -, che avrebbe squarciato il velo del tempo e inaugurato il suo dominio. Cioè avrebbe fornito una nuova spiegazione e quindi introdotto, in generale come già precisato, una nuova concezione del fato: Ama et fac quod vis.
Una sorta di “capovolgimento dell’oblio dell’essere” di cui dirà sempre Heidegger, che nella concezione del fato moderno tenga viceversa conto dell’affermazione di Rabelais: “Le ore sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le ore”.
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