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“IL VANGELO NON È UN DISTILLATO DI VERITÀ”. MA NON È LA PAROLA DI DIO?

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Nipote del cardinal Carlo Confalonieri e figlio del giornalista e direttore dell’edizione domenicale dell’Osservatore Romano, a lui affidata da Montini, nel 1946, il cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei, per quanto ami farsi chiamare solamente don, sicuramente non è digiuno di conoscenze teologiche e, pertanto, le sue affermazioni in un’intervista sul Corriere della Sera del 24 dicembre scorso aprono interrogativi di grande momento, soprattutto per i cattolici, ma anche per chi cattolico non è e osserva quanto sta avvenendo ai vertici della Chiesa cattolica apostolica romana.

Il cardinale Gerhard Ludvig Müller, che ha guidato la Congregazione per la dottrina della fede per nomina di Benedetto XVI, afferma che la “Chiesa è Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo” e aggiunge: “L’unità visibile della Chiesa come struttura sociale risulta dalla verità della Parola di Dio, che è stata rivelata agli apostoli e che i vescovi, in quanto loro successori, devono preservare fedelmente e lasciare inalterata”.

Più modestamente, da semplice osservatore, quando mi capita di assistere ad una messa, solitamente in occasione di funerali, sento che chi legge il Vangelo, alla fine pronuncia la frase: “Parola di Dio”.

Nel consegue che quanto è scritto nei quattro Vangeli canonici è “Parola di Dio” e in quanto tale vera, salvo affermare che Dio non è verità, anche se, negli stessi Vangeli, Gesù dice di sé stesso: “Io sono la via, la verità e la vita”. (Giovanni 14:6).

Ora apprendiamo dall’intervista del cardinal Matteo Zuppi, rilasciata al Corriere della Sera alla vigilia del Natale, quanto segue: «Il Vangelo non è un distillato di verità. Il Vangelo è legato alla vita, all’umanità, all’incontro. Non dobbiamo aver paura di contaminare la verità con la vita, perché nell’amore per il nostro prossimo troveremo la verità, che è Gesù. La verità si perde come il sapore del sale quando non si unisce alla vita. Negli occhi degli altri vedremo gli occhi di Dio. La Chiesa non potrà diventare una Ong perché i poveri sono i nostri fratelli: li amo, non ci faccio mica “volontariato”! E l’amore della Chiesa è quello di Gesù: senza misura, per tutti. Fai il bene per Gesù, o per gli altri, o per te stesso? Lo faccio perché scopro Gesù, scopro gli altri e scopro me stesso».

Con tutta la modestia possibile di chi non è altro che un osservatore esterno, mi parrebbe di poter dire che un vescovo cattolico, successore degli apostoli, dovrebbe dire che il Vangelo è verità, Parola di Dio, come viene detto sugli altari e che la vita perde di sapore se non si conforma alla verità.

In buona sostanza, stando alla logica di chi ha fede nel fatto che Gesù sia Dio incarnato, non è la verità che deve conformarsi alla vita, ma la vita che deve conformarsi alla verità, altrimenti perde di sapore e poiché sapore e sapere hanno la stessa radice etimologica, perde di sapere, ossia non è in grado di accostarsi alla sapienza divina, quella sapienza divina che è Sophia. Quella Sophia che magistralmente Michelangelo Buonarroti ha dipinto nella cappella Sistina, ossia nel luogo dove sono eletti i papi.

sophia

Noi siamo semplici osservatori e potremmo anche accostarci ai Vangeli, canonici e non, come a delle narrazioni simboliche, allegoriche, metaforiche, ma un cattolico osservante dovrebbe leggere i Vangeli con ben altro atteggiamento.

C’è, poi, un’altra parte dell’intervista del cardinal Zuppi che ci lascia stupefatti, ovviamente da semplici osservatori.

Dice testualmente il cardinale presidente della Conferenza Espiscopale Italiana: «Noi non crediamo solo nell’immortalità dell’anima; crediamo nella resurrezione dei corpi. Quando san Paolo parla agli ateniesi dell’immortalità dell’anima, lo ascoltano con interesse; quando parla della resurrezione della carne, lo prendono in giro, se ne vanno, gli dicono: di questo ci racconterai un’altra volta. Anche l’uomo moderno fa così. Ma noi non siamo un accidente; noi siamo tutt’uno con il corpo. Come canta De André? “Mi cercarono l’anima a forza di botte”. Non dobbiamo disincarnarci, ovattare il corpo come peccaminoso. Dobbiamo riconciliarci con noi stessi, capirne la grandezza e la bellezza».

Negli Atti degli Apostoli San Paolo afferma: “Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali; altro quello degli uccelli e altro quello dei pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità.
Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria. 55Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. (Prima lettera ai Corinzi).

Scrive ancora San Paolo: “Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”. (Seconda lettera ai Corinzi).

Benedetto XVI, nell’Udienza Generale tenuta in Piazza san Pietro Mercoledi 5 novembre 2008 afferma: “E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica – non vuol scrivere quasi un manuale di teologia – ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati “giustificati”, cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell’annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: “Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti” (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s4,13-185,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-161 Cor 9,1).

Non v’è alcuna certezza relativa alla resurrezione dei corpi. Anzi. Da quanto afferma San Paolo, ha più senso dire che risorgerà il corpo di gloria, ossia il corpo di luce.

Non a caso Benedetto XVI sottolinea che chi ha visto Cristo risorto lo ha visto secondo il vedere e il sentire “non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota.

A questo proposito, il 26 giungo 2000, durante la conferenza stampa relativa al documento “Il messaggio di Fatima”, il cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire: “Una volta determinato il luogo teologico delle rivelazioni private, dobbiamo cercare di chiarire un poco il loro carattere antropologico. L’antropologia teologica distingue in questo ambito tre forme di percezione o “visione”: la visione con i sensi, la percezione interiore e la visione spirituale. È chiaro che nelle visioni di Lourdes, Fatima, ecc. non si tratta della normale percezione esterna dei sensi. Così pure è evidente che non si tratta di una “visione” intellettuale senza immagini, come essa si trova negli alti gradi della mistica. Quindi si tratta della categoria di mezzo, la percezione interiore, che certamente ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile. Vedere interiormente non significa che si tratta di fantasia, o solo di un’espressione dell’immaginazione soggettiva. Piuttosto significa che l’anima viene sfiorata dal tocco di qualcosa di reale anche se sovrasensibile e viene resa capace di vedere il non sensibile, il non visibile ai sensi – una visione con i “sensi interni”. Si tratta di veri “oggetti”, che toccano l’anima, sebbene essi non appartengano al nostro abituale mondo sensibile”.

Forse varrebbe, ma lo dico da osservatore, essere meno decisi nell’affermare la resurrezione dei corpi e, forse, sarebbe opportuno entrare nel merito di che cosa si intende per corpo, perché è pur vero che dobbiamo avere cura del corpo, ma un vescovo dovrebbe indurre chi lo ascolta ad avere cura dell’anima che, con tutta probabilità, è quell’oggetto che non appartiene al nostro abituale mondo sensibile e che, tuttavia, ha una sua oggettività, così come gli oggetti che la “toccano” nelle visioni e nelle apparizioni.

E qui arriviamo al punto.

Il cardinal Zuppi fa un’affermazione che è la cartina di tornasole dello stato di salute di una Chiesa che non sa più parlare di quelle cose che “toccano” l’anima.

Afferma il cardinale presidente della Cei: «La Chiesa sta cambiando rapidamente. Carlin Petrini [gastronomo, sociologo, ndr] mi ha raccontato della Bra della sua giovinezza: ogni cento metri c’era un prete. È un mondo che sta finendo. I ragazzi arrivano fino alla cresima, poi non li vediamo più, e non c’è più davvero un prete “per chiacchierar”. Dobbiamo ritrovare i legami, i contatti umani, le relazioni. Dobbiamo unire umanesimo ed evangelizzazione».

Più che a un gastronomo e sociologo, il cardinal Zuppi, visto che è presidente della Cei, potrebbe affidarsi alle statistiche relative ai cattolici e, soprattutto ai cattolici praticanti.

I dati più recenti sulla pratica religiosa in Italia riguardano l’anno 2022 (anno perlopiù libero dalle restrizioni del lockdown) e illustrano il seguente scenario: chi partecipa ad un rito religioso almeno una volta alla settimana (per i cattolici, la messa alla domenica) è circa il 19% della popolazione; per contro, sono assai più numerosi quanti in quell’anno non hanno mai frequentato un luogo di culto (31%), se non per eventi particolari, come i riti religiosi di passaggio (battesimi, matrimoni, funerali).

Istat pratica religiosa

Si osserva anzitutto che il dato (del 2022) della frequenza settimanale ad un rito religioso comunitario è il più basso che si riscontra nella storia recente del nostro paese. Negli ultimi 20 anni (dal 2001 al 2022), il numero dei «praticanti regolari» si è quasi dimezzato (passando dal 36% al 19%), mentre i «mai praticanti» sono di fatto raddoppiati (dal 16% al 31%). In questo arco di tempo, il trend al ribasso è stato perlopiù progressivo, di anno in anno, ad eccezione di un picco all’ingiù che si è registrato nell’ultimo periodo, che è coinciso con l’esplosione del Covid-19.

In 18 anni (dal 2001 al 2019), i praticanti regolari sono diminuiti di poco meno di un terzo; mentre nel solo triennio (2019-2022) il loro numero è sceso del 25%.

Per entrambi i periodi (2001-2019 e 2019-2022), la riduzione della pratica religiosa ha coinvolto tutte le classi di età, anche se si è manifestata in modo più marcato soprattutto nella componente verde della popolazione, in particolare tra i giovani dai 18 ai 24 anni e tra gli adolescenti (14-17 anni).

Sono questi i gruppi di età che più si sono allontanati negli ultimi 20 anni dalla pratica religiosa regolare, con un calo di oltre i 2/3 per quanto riguarda i giovani e gli adolescenti, a fronte di una riduzione del 50% dei praticanti assidui tra le persone adulte e mature e del 30-40% tra la popolazione anziana.

Detto altrimenti, i praticanti assidui tra gli adolescenti sono passati dal 37% del 2001 al 20% del 2019 e al 12% del 2022; mentre, tra i 18-19 anni, la pratica regolare che coinvolgeva nel 2001 il 23% dei soggetti, è scesa al 11% dei casi nel 2019 e all’8% nel 2022.

Un segno di disaffezione ulteriore è dato dalla destinazione dell’8 per mille.

Otto per milla andamento

Nel corso dell’ultimo decennio c’è stata una riduzione dell’8,82 per cento nel numero di cittadini italiani che hanno scelto di destinare l’8 per mille dell’Irpef alla Chiesa cattolica. Tuttavia, la percentuale di contribuenti che hanno effettuato una scelta nella dichiarazione dei redditi è complessivamente diminuita.

Dovrà pur chiedersi il cardinal Zuppi per quale motivo c’è una così ampia disaffezione nei confronti della Chiesa di Roma.

Se guardiamo il grafico relativo alla partecipazione, abbiamo un calo di sei punti dal 2001 al 2013 e un crollo dal 2013 al 2022. Riguardo all’8 per mille l’andamento è ancora più netto: costante fino al 2013 e in calo netto dal 2013 al 2021.

E’ evidente che la Chiesa sia in crisi, ma è anche evidentissimo che la gestione bergogliana (dal 2013) l’ha fatta precipitare, sia in termini di partecipazione, sia in termini di finanziamento.

Ora, di giorno in giorno, la Chiesa cattolica si avvia verso la possibilità di uno scisma.

Altro che Ong. La Chiesa di Bergoglio sembra essere ormai una sorta di partito politico dell’agenda di Davos. Difficile pensare che ci sia chi ne sente l’afflato spirituale.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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