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LETTERA APERTA AL CARDINAL FERNANDEZ

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di Vito Sibilio
Eminenza Reverendissima
colgo l’occasione della controversa pubblicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans per condividere con Lei, nello spirito della sinodalità estesa al laicato responsabile e investito del sacerdozio, della profezia e della regalità battesimali, alcune riflessioni.
Esse concernono i pilastri concettuali, architettonici per così dire, della Dichiarazione. Il pastoralismo che fa aggio sulla disciplina canonica, l’ermeneutica della discontinuità che prevale su quella della continuità, il situazionismo storico e un certo, mi passi il neologismo, magisterialismo sono indispensabili per comprendere il contenuto. E così, dopo che qualche anno fa, con lo stesso Papa, la Congregazione, oggi Dicastero, della Dottrina della Fede, aveva risposto negativamente al quesito sulla benedizione alle coppie omosessuali, oggi, in nome del pastoralismo, quelle stesse coppie tornano dinanzi al sacro ministro anche se ufficialmente vengono come individui distinti, per ricevere un sacramentale antico quanto la Chiesa, ma in forme e con restrizioni inedite, se non mortificanti per loro.
La domanda che nasce dunque spontanea in tanti è questa: se due omosessuali o due conviventi devono chiedere la benedizione non in quanto coppia ma perché persone consapevoli dei loro limiti – e quindi dei loro peccati – se devono chiederla senza riti e a margine di qualsiasi altra celebrazione – e quindi quasi in penitenza – se devono chiederla per quanto di buono vi è in loro – che non è la loro omosessualità o la loro convivenza, stando al tenore del testo  – a che serve benedirli in quanto omosessuali e conviventi? Date queste premesse, dovrebbe essere data loro l’assoluzione, se la chiedono, alle condizioni solite.
Non solo, ma se da un lato l’Eminenza Vostra sottolinea che nulla cambia nella dottrina della Chiesa sul matrimonio, dall’altro la dottrina biblica della condanna della sodomia va in cono d’ombra, giustificando chi asserisce che alcuni testi scritturistici andrebbero contestualizzati per poter essere compresi ma anche depotenziati, soddisfacendo le istanze di una parte della società contemporanea. Ora, partendo dal presupposto che nulla nella Dichiarazione sconfessa il Levitico e l’Apostolo Paolo, che sentenziano contro la sodomia, cosa ci assicura che, a partire da essa, questa lettura relativista del testo sacro non prenda vigore, estendendosi – attenzione – anche a quelle cose che attualmente nessuno nella Santa Sede prende in considerazione? Per esempio, se si volesse contestualizzare e depotenziare il precetto biblico dell’accoglienza del forestiero, che sta anch’esso nel Levitico ed è tanto caro al Santo Padre? O quello della fondazione del primato petrino, che sta nei Vangeli? O quello della condanna della zoofilia, anch’esso nel Levitico? Il situazionismo storico, coonestando l’ermeneutica della discontinuità, che il Papa ha già imprudentemente usato per correggere il Catechismo sulla pena di morte – che i suoi Predecessori hanno centinaia di volte approvato, per cui non si capisce chi abbia autorità autentica  – è un’arma a doppio taglio che può ritorcersi contro chi la impugna ed è la negazione per principio della possibilità che un Dio trascendente comunichi con l’uomo attraverso una rivelazione storica, in quanto la sua comprensione non si fisserebbe mai in un senso dato. L’ermeneutica della discontinuità fa della Rivelazione un processo permanente. Ora, se Lei e Papa Francesco avete deciso di applicarle solo all’omosessualità o alla convivenza, peraltro in una mera prospettiva disciplinare, soggiacendo al vento freddo del mainstream e delle lobbies LGBTIQ ma anche al calore di un senso di paternità, probabilmente mal riposto, cosa vi garantisce che non saranno applicate in futuro ad altro se non addirittura contro di voi? Se la Bibbia è contestualizzabile e la sua interpretazione è discontinua, cosa si dirà, anche tra qualche anno, di una Dichiarazione che si basa su una autorità la cui fonte è biblica? Non sarà ricondotta a questa epoca e a questa regione del mondo, secolarizzata e  edonista, che non vede la realtà macroscopica della infertilità e dell’impossibilità biologica di una relazione omoerotica, ossia non vede la sua profonda e assoluta inconciliabilità con l’eterosessualità e, quindi, la sua assoluta inutilità sociale? Non sarà equiparata alla vendita delle indulgenze, alle crociate per motivi politici, ai benefici concessi ai laici, alla stella di David sugli ebrei, abusi figli dei tempi? Non sarà considerato, per la sua acquiescenza, un metodo immorale della Congregazione, oggi Dicastero, che il Papa ha, inopportunamente, stigmatizzato nel suo passato, difettando peraltro obiettivamente di senso storico e svolgendo un lavoro che non spetta al magistero ma agli storici?
Ella Eminenza crede sicuramente di aver contribuito a costruire un mondo nuovo, in cui chi vuole benedire le coppie omosessuali o quelle conviventi possa convivere con chi non vuole farlo, partendo da criteri pastorali comuni, ma in realtà sta distruggendo efficacemente quello attuale, in cui la norma ancora orienta i singoli delimitando gli argini della responsabilità soggettiva. Infatti già vediamo che, nell’unica Chiesa, ognuno farà come riterrà opportuno e i neomodernisti germanofoni o anglofoni che benedicono tout court si sentiranno legittimati, tanto quanto gli ortodossi più rigidi che, per evitare confusione, non benediranno nessuno. Il che significa frantumare l’unità della Chiesa e sovvertire la funzione petrina, che è basamento di unità e non fomite di caos. Ne vale la pena, visto che se fossimo tutti omosessuali ci estingueremmo in una generazione? Direi di no. Ne vale la pena per un soggettivismo etico che, uccidendo colpe e meriti, rende impossibile la vita morale responsabile? Men che meno.
La Bibbia e la Tradizione sono chiarissimi e non lasciano dubbi sull’immoralità della sodomia, come poco romanticamente definiscono l’omosessualità, e del concubinato, come lo stesso Gesù chiama sprezzantemente la convivenza. La cosa appare desueta per il nord del mondo, ma è molto attuale nel resto del pianeta. Ossia rispecchia il sentire profondo del grosso di quella Chiesa che il Papa vorrebbe in perpetua sinfonia sinodale e che invece nella fattispecie fa orecchie da mercante a quanto il grosso dei battezzati dice e pensa.
Vostra Eminenza, per giustificare, a dispetto di ciò, la necessità della Dichiarazione, si appella al magistero del Papa regnante. Ma il magistero del Papa regnante è, nei termini da Lei evocati, fallibile e quindi suscettibile di modifica. Non credo che in Vaticano desideriate altre correctiones filiales firmate da centinaia di migliaia di persone, che gettino la Santa Sede nel discredito proprio in quei paesi dove la fede è talmente viva da far dare la vita per essa e che, quindi, non teme il marchio orwelliano dell’omofobia. Non credo ne valga la pena per qualche rigurgito di teologia neomodernista o marxisteggiante degli anni sessanta e settanta del secolo scorso. E’ passata troppa acqua sotto i ponti e vedere tanti teologi della liberazione andare a braccetto, su questi temi sessuali, coi maggiori capitalisti, dovrebbe aprire gli occhi anche agli idealisti ingenui, lo dico con profondo rispetto, come l’Eminenza Vostra o come il Santo Padre. Appellarsi al magistero per dare forma e stabilità disciplinare a dei contenuti che vengono resi proprio da esso instabili e informi  dottrinalmente, sia pure senza volerlo, è profondamente illogico. Vero è che nella formazione del Santo Padre e di molti di voi suoi collaboratori l’opposizione polare guardiniana e la dialettica degli opposti neoplatonizzante sono basilari per capire lo scopo dei conflitti suscitati, ossia la ricerca di nuove sintesi. Ma è ancor di più vero capire che la contrapposizione per principio non produce sintesi, ma lacerazioni. Ossia, con tutto il rispetto, la Dichiarazione, che essendo approvata dal Sommo Pontefice fa parte del magistero papale, è profondamente intrisa di quell’ideologismo che egli non fa che riprovare.
L’auspicio è quindi non che la Chiesa smetta di studiare forme per avvicinare gli omosessuali o i conviventi, ma che ammetta che lo schema della Dichiarazione, volendo benedire chi riconosce la propria fragilità, può essere applicata anche ai ladri o agli stupratori, per cui non serve allo scopo di colmare le distanze, ma piuttosto ad allargarle, in quanto mantiene lo stigma  della categoria riprovata, senza mantenere i paletti che le impediscono di tralignare.
Molti pensano che l’attuale ceto dirigente ecclesiastico voglia preparare un cambiamento nella prassi attraverso diversi anni, che poi portino alla mutazioni teoriche. Una specie di congiura mafiosa, come avrebbe ironicamente detto il compianto Cardinale Danneels. Io non sono così malevolo e credo che il Pontefice e i suoi Cardinali servano Cristo e non se stessi. Ma ad oggi, per farlo, la Dichiarazione andrebbe ritirata o almeno corretta. Onde evitare che il Papa debba, come ha fatto con il discutibile capitolo VIII di Amoris Laetitia, sottoporsi a puntualizzazioni e sconfessioni parziali dei suoi esegeti, come abbiamo letto in Ritorniamo a Sognare.
Confidando nella avvedutezza dell’Eminenza Vostra  che è chiamato a sorvegliare il deposito della Fede in vece del Sommo Pontefice, e che già vede lo scisma strisciante prodotto da questo genere di pronunciamenti – e auspicando quindi rapidi chiarimenti che non sconvolgano la fede tranquilla del popolo cristiano, anche a costo di scontentare qualche lobbista ecclesiastico autoreferenziale, mi chino al bacio della Sacra Porpora e formulo gli auguri di un Santo Natale.

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  • Redazione

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