
di Giovanni Fasanella
Tra gli altri @follower, mi hanno scritto:
«Ciao Giovanni. Un tuo commento su Toni Negri?»
«Carissimo, mi piacerebbe sapere la tua opinione su Toni Negri
«Buongiorno Giovanni. Sarebbe molto interessante conoscere il tuo punto di vista sulla figura di Toni Negri, anche alla luce delle recenti pubblicazioni sulla tua pagina sui rapporti tra sinistra extraparlamentare e servizi inglesi»
Carissimi,
una volta domandai a Francesco Cossiga se avesse un’idea di chi fossero le «altre intelligenze» evocate da Oscar Luigi Scalfaro, quand’era presidente della Repubblica, nel suo discorso alle Camere per il ventennale di Aldo Moro. Fece finta di non aver sentito e continuò a parlarmi delle fotografie che aveva allineato su una lunga mensola della libreria del suo salotto di casa. Quella a cui sembrava tenesse di più, lo ritraeva insieme alla premier britannica Margaret Thatcher. Spostai allora il discorso su un altro piano: il “partito armato” e l’area della contiguità, temi cari a Giovanni Pellegrino. E a un certo punto gli chiesi, a bruciapelo: «Presidente, che cosa pensa di Toni Negri?» «Cervello fino, intellettuale di grande spessore. Apprezzato all’estero più di quanto non lo fosse in Italia», rispose senza farsi pregare.
Ho sempre creduto che Cossiga avesse ragione. Toni Negri, insieme a Giangiacomo Feltrinelli, è stata una delle figure più rilevanti e complesse – se nell’era del “bianco o nero” è ancora permesso l’uso di questo aggettivo- dell’intellighenzia rivoluzionaria italiana.
Per inquadrarne la figura, bisogna separare la vicenda giudiziaria del “7 aprile” dalla sua storia politica e intellettuale. Fu assolto dalle accuse che il magistrato padovano Pietro Calogero gli aveva mosso a mio avviso un po’ troppo frettolosamente, vorrei dire anche ingenuamente. Ma il suo ruolo nel “partito armato” e i suoi legami ideologici (non organizzativi e militari) con l’esperienza del terrorismo rosso emergono dai suoi stessi scritti.
Fu il capo più cosmopolita dell’ultra-sinistra, con rapporti che a partire dagli anni Cinquanta si erano irradiati in ogni angolo del globo. I canali privilegiati delle sue relazioni furono il mondo accademico e i circuiti politico-culturali. Un leader cosmopolita che fondò Potere Operaio, il gruppo rivoluzionario italiano -secondo i Servizi inglesi- meno strutturato (e quindi più permeabile) dal punto di vista organizzativo, ma con la più vasta rete di relazioni estere. Morto Feltrinelli sul traliccio di Segrate, nel 1972, ne ereditò ruolo, progetto politico, potere d’influenza e “agenda telefonica”.
Per capire quanto grande fosse il suo potere accademico e la sua influenza su gran parte del mondo culturale, bisognerebbe leggere le sue lettere inviate a baroni universitari, scrittori e case editrici di mezza Europa. Verso la metà dei Settanta, conclusa l’esperienza di Potere Operaio, sulle sue ceneri fondò l’Autonomia. Un’area politica ancora più liquida della casa madre e con un programma insurrezionalista che si rovesciò come una cascata di benzina sui primi fuochi degli anni di piombo.
Se tra il 1976 e il 1978 il “partito armato” non avesse portato la guerriglia urbana nelle grandi città italiane, creando un clima di violenza diffusa, si sarebbe formato un consenso di massa intorno al mito della «geometrica potenza» delle Brigate Rosse? Me lo sono sempre chiesto. La giustizia non è riuscita dare una risposta compiuta. E probabilmente, darla, non era nemmeno fra i suoi compiti. Non lo so. Ma la storia forse rimedierà, un giorno.





